Immaginate di essere in una calda giornata estiva, con il sole che picchia forte sulle vostre teste. Improvvisamente, uno spruzzo di freschezza vi inonda le papille gustative: è il cocomero, il frutto dissetante per eccellenza, che sembra quasi gocciolare acqua sotto i vostri denti.
Il cocomero, conosciuto anche come anguria, melone d’acqua, mellone e persino patacca, è un vero e proprio emblema dell’estate. Questo frutto, appartenente alla famiglia delle Cucurbitacee, ha origini antichissime, risalenti addirittura all’Antico Egitto, dove veniva coltivato e perfino deposto nelle tombe dei faraoni come nutrimento per l’aldilà.
Frutto dalle mille denominazioni
Nonostante la sua diffusione in tutto il mondo, il cocomero vanta una miriade di denominazioni a seconda della regione italiana in cui ci troviamo. Dall’affascinante “zuparacu” o “pizzitangulu” in Calabria, al sardo “anguria di Gonnos”, fino al più comune “anguria” nell’Italia centrale e al “cocomero” nell’Italia meridionale, questo frutto sembra possedere un’identità così variegata da renderne impossibile una definizione univoca.
Ma da dove derivano tutti questi nomi? L’origine affonda le sue radici in antiche influenze linguistiche, che spaziano dal greco, al latino, fino alle variazioni dialettali locali. Un vero e proprio viaggio attraverso la storia e la cultura del Belpaese, raccontato dalla straordinaria ricchezza terminologica del cocomero.
Il termine “anguria” si trova nel bizantino “aggourion” e sembra avvicinarsi al greco tardo “ἀγγούριον”. Sebbene non sia certo che i Greci utilizzassero la parola nel senso di cocomero, è sicuro che la usarono per riferirsi al cetriolo. Il termine entrò nel lessico della lingua italiana in epoca bizantina attraverso l’Esarcato di Ravenna, una circoscrizione amministrativa dell’Impero romano d’Oriente, ed è probabilmente dovuto all’utilizzo del nome “aggourion” per indicare il cocomero da parte di Aezio, un medico del VI secolo.
Nell’Italia centrale, invece di “anguria”, il frutto è comunemente chiamato “cocomero” dal latino scientifico “Cucumis Citrullus”. Infine, nell’Italia meridionale, l’espressione più diffusa è “mellone (o melone) d’acqua“. A Napoli, in particolare ma non solo, la parola “melone” viene utilizzata in modo generico a partire dal latino “melo”, che indica una varietà di piante fruttifere. “Melone d’acqua” o “mellone d’acqua” specifica così il tipo di melone che è l’anguria, a differenza del “melone cantalupo” o “mellone ‘e pane”, che è il melone più piccolo, striato, con polpa gialla/arancione. “Melone d’acqua”, peraltro, è simile ai termini usati nei paesi anglofoni (“watermelon”) e tedescofoni (“wassermelone”).
In altre regioni italiane le variazioni di nome per indicare il cocomero hanno una propria storia, con radici nel greco, nel latino e o con influenze locali e regionali.
In alcune zone delle Marche è chiamato “cucumbra“. Deriva probabilmente da una variazione dialettale del latino “cucumis”, mantenendo l’associazione con il cetriolo. In certe aree dell’Abruzzo è noto come “citrone” e potrebbe avere radici nel latino “citrullus”, evolutosi localmente. In alcuni contesti di Liguria e Puglia viene chiamato “patacca“. Questo termine ha una connotazione più colloquiale e regionale. La parola “patacca” in italiano può significare anche “falso” o “imitazione”, ma in questi dialetti specifici si è evoluta per indicare l’anguria, probabilmente a causa della forma rotonda e della grandezza del frutto.
Frutto prezioso e versatile
Oltre alla sua incredibile varietà di nomi, il cocomero si distingue anche per la sua versatilità. Non solo è un frutto dissetante e rinfrescante, perfetto per combattere le calde giornate estive, ma può essere anche utilizzato in numerose ricette, dalla classica macedonia di frutta, ai sorbetti, fino ai cocktail più originali.
Ma il cocomero non è soltanto un delizioso ingrediente in cucina: è anche una risorsa preziosa per gli abitanti delle regioni aride e desertiche, come il Kalahari in Africa, dove la pianta cresce spontaneamente e diventa una fonte d’acqua e di nutrimento fondamentale per gli abitanti e gli animali della zona.
David Livingstone, noto esploratore dell’Africa, riferì che la pianta del cocomero cresceva abbondantemente nel deserto del Kalahari, luogo d’origine del frutto, dove cresce spontaneamente ed è chiamato “tsamma” (Citrullus lanatus var citroides). Questa pianta è riconoscibile per le sue particolari foglie e per la produzione abbondante di frutti, fino a cento per pianta, diventando una preziosa fonte d’acqua e cibo per gli abitanti e gli animali della zona.
Nel X secolo d.C., si ha notizia che il cocomero fosse arrivato e coltivato anche in Cina, oggi il maggiore produttore mondiale del frutto. La sua coltivazione si è poi diffusa in tutto il mondo, diventando un simbolo dell’estate e della convivialità.
Patrimonio da preservare
Tra le infinite varietà di cocomero, spicca l’anguria di Gonnos o Gonnosfanadiga, in Sardegna, un vero e proprio patrimonio dell’umanità per la sua biodiversità, tutelato dal Ministero dell’Agricoltura. Questo piccolo comune vicino Carbonia custodisce una vera e propria rarità, una testimonianza vivente dell’incredibile ricchezza del nostro territorio.
Dalla Sardegna arriva una varietà che è vero e proprio patrimonio dell’umanità: l’anguria di Gonnos o Gonnosfanadiga, dal nome del piccolo comune vicino Carbonia: patrimonio per la biodiversità tutelato dal Ministero dell’Agricoltura, citata come prodotto sardo già in alcuni documenti risalenti al XVIII secolo.
Infine, simpatico è il caso del “zipangolo” (“zuparacu“, “pizzitangulu“) in alcune zone della Calabria, che non ha un’etimologia certa. Il termine potrebbe provenire da “Cipango” o “Zipangu”, l’antico nome del Giappone, area di notevole diffusione del frutto. “Zuparacu”, che è usato principalmente della provincia di Catanzaro, da alcuni viene spiegato come “lo zio parroco”, cioè rubicondo come il volto del parroco.
Dal Nord al Sud del Paese, il cocomero si rivela quindi un frutto straordinario, carico di storia, cultura e tradizione. Dalle sue molteplici denominazioni alle sue inestimabili proprietà, questo simbolo dell’estate italiana merita di essere celebrato e preservato per le generazioni future, come uno dei tesori più preziosi del nostro Belpaese.
Che lo si voglia chiamare anguria o cocomero, il frutto appartiene alla famiglia delle Cucurbitacee ed è originario dell’Africa tropicale. Non è chiaro quando fu coltivato per la prima volta, ma il primo raccolto registrato è documentato in alcuni geroglifici dell’Antico Egitto, avvenuto quasi 5.000 anni fa, con il frutto deposto nelle tombe dei faraoni per l’aldilà. Nella mitologia egizia, il cocomero derivava dal seme del dio Seth.
Direttore editoriale di nonewsmagazine.com | Il magazine dell’ozio e della serendipità.
Direttore responsabile di No News | La free press dell’ozio milanese.
Viaggiatore iperattivo, tenta sempre di confondersi con la popolazione indigena.
Amante della lettura, legge un po’ di tutto. Dai cupi autori russi, passando per i libertini francesi, attraverso i pessimisti tedeschi, per arrivare agli amori sofferti tra le campagne inglesi. Tra gli scrittori moderni tra i preferiti spiccano Roddy Doyle, Nick Hornby e Francesco Muzzopappa.
Melomane vecchio stampo, c’è chi lo chiama “il fondamentalista del Loggione”. Ama il dramma verdiano così come le atmosfere oniriche di Wagner. L’opera preferita, tuttavia, rimane la Tosca.

