Tra le frazioni sparse di Schignano, abbarbicate sulle pendici della Val d’Intelvi a pochi chilometri dal Lago di Como, ogni anno alla mezzanotte tra il 5 e il 6 gennaio si accende una scintilla ancestrale. È l’inizio del Carnevale di Schignano, teatro popolare che trasforma questo borgo lombardo di poco più di novecento anime in un palcoscenico dove la contrapposizione tra le maschere dei “belli” e quelle dei “brutti” rivive da secoli. Qui il carnevale non è uno spettacolo per turisti, ma un rito che appartiene alla comunità, un evento in cui gran parte della comunità partecipa alla mascherata, tramandando di padre in figlio una narrazione viscerale di lotta di classe, emigrazione e identità.
Quando i brutti sfidano i belli nelle vie di pietra
L’alba del sabato che precede il martedì grasso trova gli abitanti di Schignano già al lavoro. La vestizione delle maschere è un rituale molto lungo e preciso che inizia fin dall’alba, momento sacro in cui ogni partecipante si trasforma nel proprio personaggio. I Brut, i brutti, emergono dalle case con il volto coperto da maschere lignee dalle espressioni tormentate, spesso dure nei tratti o quantomeno tristi. Rappresentano gli ultimi della scala sociale: gli umili lavoratori dei campi, i muratori, gli allevatori, e soprattutto gli emigranti partiti alla ricerca di fortuna che portano con sé valigie consunte contenenti gli attrezzi del mestiere. I loro abiti sono rattoppati, i corpi coperti di fuliggine, e ai polsi tintinnano campanacci dal suono stridente e sgraziato. Si muovono con balzi improvvisi, cadute teatrali, saltelli disperati che mimano la fatica di una vita di stenti.
Di fronte a loro avanzano i Mascarùn, i belli, incarnazione dello sfarzo e dell’arroganza. I bei indossano delle maschere di legno che vengono scolpite a mano, dai tratti regolari e dai colori vivaci. Vestono abiti ricamati, pizzi e merletti, nastri colorati che svolazzano ad ogni passo, cappelli ornati di fiori e piume. Le loro campane di bronzo emettono suoni armoniosi, in netto contrasto con il frastuono dei brutti. Camminano con lentezza studiata, il passo misurato di chi sa di essere osservato e ammirato, rappresentando coloro che sono partiti, emigrati in cerca di fortuna e riusciti nel loro intento.
Le maschere parlanti e i custodi silenziosi del rito
La piazza San Giovanni, nella frazione di Occagno, è il cuore pulsante della manifestazione. Qui, tra le case dai balconi fioriti e i vicoli lastricati, prende forma il corteo che attraverserà tutte le frazioni del comune. Ad aprire la sfilata sono i Sapeur, alla testa del corteo, figure inquietanti e primordiali. Con il volto dipinto di nero e abiti in pelle di pecora, i Sapeur, con tanto di ascia, sembrano emersi direttamente da un tempo remoto, quando la loro figura emergeva fortemente l’origine arcaica a stretto contatto con la natura. Portano altissimi cappelli di pelo, lunghissimi baffi e barbe nere, e un’ascia appoggiata sulla spalla. Il loro silenzio è assoluto, i loro sguardi imperscrutabili sorvegliano che il rito si compia secondo tradizione.
Accanto a loro cammina la Sigurtà, che rappresenta la sicurezza e l’ordine, vestita con abito militare e mantella verdastra, una fascia attraverso il petto con la scritta che ne dichiara il ruolo. Con il bastone in mano riorganizza ogni sosta del corteo, garantendo che l’ordine stabilito dalla tradizione venga rispettato.
Ma è la Ciocia il personaggio che rompe il silenzio imposto alle altre maschere. È l’unico personaggio parlante del carnevale di Schignano, moglie-serva del Mascarun, petulante e polemica. Con il volto sporco di fuliggine, abiti tradizionali consunti e rumorosi zoccoli di legno, tassativamente rappresentata da un uomo, si aggira tra la folla lamentandosi delle angherie del marito signorotto. La sua voce stridula coinvolge gli spettatori in esilaranti mini sketch improvvisati, denunciando con ironia tagliente le ingiustizie sociali e la condizione servile delle donne di un tempo. È caricatura e denuncia insieme, memoria e satira popolare che strappa risate e riflessioni.
L’arte antica degli artigiani del legno
Dietro ogni maschera che anima le vie di Schignano c’è un lavoro artigianale che richiede mesi di dedizione. Il materiale più utilizzato per realizzare le maschere è il legno di noce, pero o cirmolo, selezionato per la sua resistenza e la facilità di lavorazione. I blocchi vengono scelti con cura, poi tagliati e lasciati essiccare per mesi, affinché raggiungano la giusta consistenza per l’intaglio.
Il processo di scultura è interamente manuale. Sul blocco di legno viene disegnato a matita il disegno, il tirée, della maschera. Poi inizia la lavorazione vera e propria con martello e scalpelli di diverse dimensioni. Si parte in genere dal naso: questo permette di avere i punti di riferimento nella larghezza e nella lunghezza del volto. Da qui si definiscono gli occhi, le ciglia, le labbra, le rughe che danno espressività alla maschera. Ogni intaglio è frutto dell’esperienza e della sensibilità dell’artigiano, che non segue modelli predefiniti: ogni maschera è unica, realizzata interamente a mano.
Nel piccolo borgo esistono botteghe di mascherai che perpetuano quest’arte tramandata di generazione in generazione. L’associazione M.A.SCH.E.R.A. (Mascherai Artisti Schignanesi Estimatori Ricercatori Associati), fondata nel 2010, riunisce gli appassionati di questa tradizione e organizza periodicamente simposi internazionali dove artigiani provenienti dall’arco alpino, dal Tirolo austriaco, dal Friuli, dal Veneto e persino dalla Sardegna si ritrovano per scolpire insieme, condividere tecniche e mantenere viva questa forma d’arte.
Il drammatico epilogo del Carlisepp
Il momento culminante del Carnevale di Schignano arriva nel pomeriggio del martedì grasso. Il Carlisepp è l’incarnazione del carnevale, il fantoccio simbolo della festa viene appeso in Piazza San Giovanni subito dopo l’Epifania e lì rimane per settimane, testimone silenzioso dei preparativi, a simboleggiare il periodo di carnevale fino al pomeriggio del martedì grasso.
Ma nell’ultimo giorno accade qualcosa di straordinario. Il fantoccio prende vita, si trasforma magicamente in una maschera vivente, che scappa lungo le vie del paese per sfuggire al rogo. È la fuga del Carlisepp, uno dei momenti più attesi e coinvolgenti dell’intera manifestazione. La maschera rianimata fugge e viene catturata due, tre volte, in una rocambolesca rincorsa tra i vicoli stretti delle frazioni. La folla partecipa trepidante, gridando, correndo insieme al fuggiasco, in un crescendo di tensione e divertimento.
Quando finalmente il Carlisepp viene catturato definitivamente, la scena si fa teatro puro. I belli si chinano sul fantoccio e gli asciugano il volto, fingono pianti e assumono atteggiamenti di dolore. Loro, i ricchi e i potenti, piangono la fine del carnevale, il momento in cui il mondo torna al suo ordine abituale. La Ciòcia esulta con i brüt davanti alla morte del carnevale, perché per gli umili la fine della festa significa tornare alla normalità, dove almeno le gerarchie rigide si allentano.
Qualcuno tenta di rianimare il Carlisèp e talvolta la Ciòcia intona una specie di compianto funebre. Alla fine viene proclamata la morte e il fantoccio viene trasportato dal corteo nella sala del paese dove si tiene il ballo serale. Verso mezzanotte, in piazza San Giovanni, viene preparato il rogo. Le fiamme avvolgono il Carlisepp tra i bagliori rossastri che illuminano i volti delle maschere e degli spettatori. Con i bagliori del rogo finisce il carnevale, e inizia la Quaresima.
Tra memoria collettiva e resistenza culturale
Il Carnevale di Schignano affonda le sue radici in tempi lontani, con origini che si intrecciano con i riti pagani della Val d’Intelvi. Come molti carnevali tradizionali, questa celebrazione nasce dalla volontà di esorcizzare l’inverno e celebrare l’arrivo della primavera, con rituali e rappresentazioni simboliche che nel corso dei secoli si sono arricchite di nuovi significati.
Molto probabilmente il Carnevale di Schignano è una commistione di tutte le varie dominazioni ed emigrazioni succedutesi nel corso della storia. La Val d’Intelvi, terra di confine tra il Lago di Como e la Svizzera, ha visto nei secoli numerose ondate migratorie. Durante il Medioevo e l’epoca moderna, molti abitanti lasciavano il borgo in cerca di fortuna, mentre altri restavano legati a una vita di sacrifici nei campi e nelle montagne. Questa divisione sociale si è cristallizzata nella dualità che ancora oggi caratterizza il Carnevale: la lotta eterna tra chi è riuscito a migliorare la propria condizione e chi è rimasto intrappolato nella povertà.
Oggi il Carnevale di Schignano attira migliaia di visitatori, turisti, scolaresche e studiosi di ogni parte e luogo del mondo accorrono per assistere a questo incredibile viaggio nelle tradizioni e memorie di un’intera comunità. Durante le sfilate, le associazioni locali allestiscono bancarelle dove gustare le specialità gastronomiche della valle: trippa, luganighetta, polenta e formaggi d’alpeggio accompagnano la festa. La musica della bandella risuona incessante, accompagnando i balli tradizionali che si susseguono ad ogni sosta del corteo.
Il Carnevale di Schignano è stato persino celebrato dal cantautore Davide Van De Sfroos nella canzone “El Carnevaal de Schignan”, inserita nella colonna sonora del film “Benvenuti al Nord” e diventata ormai un inno popolare che tutti conoscono in zona.
Camminare tra le frazioni di Schignano durante i giorni del carnevale significa immergersi in un teatro vivente dove la linea tra attore e spettatore si dissolve. Ogni visitatore diventa parte della rappresentazione, coinvolto dai Brut nei loro scherzi irriverenti, interrogato dalla Ciocia con le sue battute pungenti, osservato dai Sapeur con i loro sguardi enigmatici. È un’esperienza che va oltre il folclore turistico, toccando corde profonde di identità comunitaria e memoria storica, dove il presente e il passato si fondono in un unico gesto collettivo di resistenza culturale e appartenenza.
Curioso per natura, vivo la vita come se non ci fosse un domani.
Appassionato di enogastronomia e viaggi, racconto storie di sapori, tradizioni e culture attraverso itinerari culinari e destinazioni autentiche. Esploro territori, scopro vini, piatti e prodotti locali, condividendo esperienze sensoriali e consigli pratici per viaggiatori enogastronomici. Amo immergermi nelle tradizioni di ogni luogo, catturando l’essenza di culture diverse e facendo emergere il legame tra territorio e gastronomia. Con uno stile vivace e coinvolgente, trasformo ogni racconto in un’esperienza da gustare e vivere, ispirando chi desidera scoprire il mondo attraverso i suoi sapori autentici. Per me, viaggio e cucina sono strumenti di conoscenza e confronto, capaci di unire le persone e arricchire l’anima.

