Nagano, 20 febbraio 1998. Il silenzio del palazzetto del ghiaccio si frantuma con l’applauso scrosciante del pubblico. Surya Bonaly, pattinatrice francese di origini afro-caraibiche, ha appena compiuto l’impossibile: un backflip – salto mortale all’indietro – atterrando su una sola lama. Un gesto bandito, proibito, illegale secondo le regole dell’International Skating Union. Ma in quel momento, dopo aver sbagliato un triplo salchow e persa ogni speranza di medaglia, Bonaly decide di infrangere le convenzioni. Il suo body azzurro decorato di ricami dorati brilla sotto i riflettori mentre compie quella che diventerà la figura più leggendaria e controversa della storia del pattinaggio artistico.
Ventotto anni dopo, alle Olimpiadi di Milano-Cortina 2026, lo statunitense Ilia Malinin esegue lo stesso movimento, ricevendo applausi e riconoscimenti per aver “portato innovazione” nello sport. Ma c’è una differenza sostanziale: il divieto sui backflip è stato rimosso nel 2024. La domanda sorge spontanea: perché ciò che era considerato ribellione negli anni Novanta è oggi celebrato come progresso?
La stoffa del talento: quando l’abito fa l’atleta
Nel pattinaggio artistico, l’abito non è solo un accessorio: è parte integrante della performance, elemento coreografico che dialoga con la musica, amplifica i movimenti e comunica l’identità dell’atleta. Ogni costume olimpico può contenere tra 5.000 e 10.000 strass applicati a mano, necessita di 70-100 ore di lavoro e può costare tra i 1.000 e i 5.000 dollari. Ma oltre ai numeri, c’è un codice non scritto: la capacità del costume di influenzare la percezione dei giudici.
Le regole dell’ISU stabiliscono che l’abbigliamento deve essere “modesto, dignitoso e appropriato per una competizione atletica”, senza dare “l’effetto di eccessiva nudità”. Eppure, cosa significhi esattamente “modesto” è sempre stato oggetto di interpretazione – e di controversia.
Katarina Witt e la nascita della “Katarina Rule”
Calgary 1988. La pattinatrice tedesca Katarina Witt si presenta sul ghiaccio con un costume blu decorato di piume al posto della gonna tradizionale. Il costume, considerato troppo rivelatore, scatena polemiche e porta l’ISU a istituire la cosiddetta “Katarina Rule”: fianchi, addome e glutei devono essere coperti, e le donne devono indossare una gonna.
La regola nasce dopo che un allenatore canadese definisce il costume di Witt “bizzarro e indecente”, sostenendo che la pattinatrice stesse cercando di sedurre i giudici. Witt si difende, affermando che il costume era appropriato per la sua musica, tratta dallo spettacolo Broadway “Jerry’s Girls”. Ma il messaggio è chiaro: il corpo delle atlete deve essere disciplinato, controllato, conforme a un ideale di femminilità accettabile.
Quando la moda entra ufficialmente sul ghiaccio
Gli anni Novanta segnano una svolta: la moda di alta gamma scopre il pattinaggio artistico come territorio di espressione creativa. Vera Wang, ex pattinatrice lei stessa, diventa il simbolo di questa rivoluzione silenziosa. Inizialmente Wang rifiuta di disegnare i costumi per Nancy Kerrigan alle Olimpiadi di Albertville 1992, ma poi accetta – una decisione che guarisce un dolore decennale legato al suo mancato accesso ai Giochi del 1968.
Wang porta sul ghiaccio un’estetica sofisticata, ispirata a Grace Kelly e Audrey Hepburn. Il costume che crea per Kerrigan alle Olimpiadi di Lillehammer 1994 – un abito color carne con oltre 10.000 strass applicati a caldo – introduce un tessuto elastico trasparente così sottile che la stilista teme possa strapparsi. Altri grandi nomi seguono: Wang veste anche Michelle Kwan, Evan Lysacek e Nathan Chen, e nel 2009 viene inserita nella US Figure Skating Hall of Fame per il suo contributo allo sport.
Surya Bonaly: pioniera, non ribelle
Ma torniamo a Surya Bonaly. Nata come Claudine a Nizza nel 1973, figlia biologica di genitori originari di Riunione e Costa d’Avorio, viene adottata a diciotto mesi da una coppia di francesi. Prima di diventare una stella del pattinaggio, pratica ginnastica artistica a livello agonistico – esperienza che le consente di eseguire figure acrobatiche considerate troppo atletiche per gli standard dell’epoca.
Nel 1992, alle Olimpiadi di Albertville, Bonaly diventa la prima donna a tentare un salto quadruplo in una competizione olimpica, anche se non viene riconosciuto per sottorotazione. Sono necessari trent’anni prima che un’altra donna riesca nell’impresa ai Giochi di Pechino 2022.
Ma Bonaly non è solo tecnica: è anche dichiarazione d’identità. Rifiuta di indossare calze color carne, quelle che solo di recente l’industria della lingerie produce per donne di colore, e sceglie tute aderenti dai colori accesi. Collabora con designer come Christian Lacroix, che per lei crea costumi memorabili: un body rosso con corpetto trompe-l’œil e spalline ispirate alle giacche napoleoniche, un costume azzurro con ruches esplosive.
La carriera di Bonaly è segnata da controversie: viene criticata per il suo stile “troppo atletico”, per le sue scelte vestimentarie, persino per il suo aspetto fisico. Nel 1994, ai Campionati Mondiali di Chiba, si classifica seconda ma, sentendosi ingiustamente giudicata, si toglie la medaglia d’argento sul podio – gesto di protesta che la rende ancora più controversa.
Il prezzo di essere avanti sui tempi
Oggi Bonaly, 52 anni, è allenatrice e speaker motivazionale. Intervistata dall’Associated Press, afferma di essere “nata troppo presto” e di aver “rotto il ghiaccio per altre pattinatrici”. La sua frustrazione è palpabile quando nota che figure e movimenti per cui lei venne penalizzata sono ora celebrati quando eseguiti da atleti bianchi.
Il backflip era stato bandito dall’ISU negli anni Settanta, ufficialmente per ragioni di sicurezza. Ma come molte regole negli sport estetici, riguardava anche il controllo su cosa dovesse essere considerato “pattinaggio appropriato” e chi potesse spingersi oltre i limiti. L’ISU ha vietato i backflip nel 1976, principalmente per preoccupazioni di sicurezza legate agli atterraggi pericolosi sulla superficie ghiacciata.
Il primo a eseguire un backflip alle Olimpiadi fu l’americano Terry Kubicka nel 1976, atterrando su due pattini. Bonaly lo fa su uno solo – tecnicamente più difficile e pericoloso. Eppure, commentatori dell’epoca come Scott Hamilton minimizzano il gesto, definendolo “una mossa per conquistare il pubblico” e avvertendo che “verrà penalizzata pesantemente”.
Dal corpo disciplinato al corpo celebrato
L’evoluzione dei costumi del pattinaggio artistico riflette cambiamenti culturali più ampi. All’inizio del XX secolo, quando lo sport era influenzato dal balletto europeo, le donne gareggiavano in abiti lunghi con maniche chiuse e tessuti pesanti. Il decoro era priorità assoluta.
Negli anni Trenta, la norvegese Sonja Henie rivoluziona il guardaroba sportivo introducendo gonne corte che facilitano i salti. Gli anni Settanta portano tessuti stretch, paillettes leggere e stili più teatrali. Linda Fratianne, campionessa mondiale 1977 e 1979, insieme alle tendenze disco e glam rock, rende popolari decorazioni più elaborate per uomini e donne.
Un punto di svolta arriva dopo lo scandalo dei giudici alle Olimpiadi di Salt Lake City 2002. Nel 2004, l’ISU introduce un nuovo sistema di punteggio che valuta anche l’interpretazione, la composizione e la presentazione. I costumi non ricevono punti diretti, ma influenzano la percezione di queste componenti. Lo stesso anno viene rimosso l’obbligo di gonna per le donne nel singolo e nelle coppie, aprendo spazio a unitard, pantaloni e silhouette alternative.
L’eredità di una pioniera
Cosa ci insegna la storia di Surya Bonaly? Che l’innovazione ha un prezzo quando viene da chi non appartiene al mainstream. Che il corpo delle atlete – specialmente delle atlete di colore – è stato storicamente sottoposto a scrutinio più severo. Che ciò che viene considerato “inappropriato” o “eccessivo” dipende spesso da chi lo compie, non da cosa viene compiuto.
Bonaly non fu la prima donna nera nel pattinaggio artistico – Mabel Fairbanks venne esclusa dalle competizioni negli anni Trenta a causa del razzismo, mentre Debi Thomas rimane l’unica donna nera ad aver vinto una medaglia olimpica nel pattinaggio (nel 1988). Ma Bonaly ha sfidato le regole in un modo che ancora oggi risuona.
Oggi, alle Olimpiadi di Milano-Cortina 2026, i costumi sono opere d’arte che riflettono ispirazioni cinematografiche, couture e riferimenti alla cultura pop. Designer come Lisa McKinnon, Mathieu Caron e Ito Satomi continuano a ridefinire l’estetica del ghiaccio. Ma quando ammiriamo questi capolavori scintillanti, dovremmo ricordare chi ha combattuto – spesso in solitudine – perché la creatività potesse trovare spazio accanto all’atletismo.
Surya Bonaly non voleva essere chiamata ribelle. Preferiva “pioniera”. E aveva ragione: aprire strade è sempre più difficile che percorrerle quando sono già tracciate. Il suo backflip a Nagano non era solo un salto – era una dichiarazione che il ghiaccio, come la moda, appartiene a chi ha il coraggio di sfidare le convenzioni. Anche quando nessuno è pronto ad applaudire.

No#News Magazine è il periodico dell’ozio, non nell’accezione oblomoviana del temine, ma piuttosto in quella dell’Antica Roma dell’otium, ovvero del tempo (libero) da impiegare in attività di accrescimento personale. L’ozio, quale uso ponderato del tempo.
Una luogo di analisi e dibattito (senza essere troppo pomposi) sulle numerose sfaccettature e forme che la cultura può assumere e della pienezza di emozioni che questa può dare.
Una rivista che osserva e narra il fermento delle “nove arti” e che indaga la società odierna al fine di fornire approfondimenti meditati e di lungo respiro.



































