Una ragazza scende da un treno regionale con ventinove euro in tasca, un borsone preso in prestito e un nome che ancora non riesce a dire a voce alta a nessuno. Da qui parte Cigni selvaggi, primo romanzo in prosa di Fumettibrutti, pseudonimo della catanese Josephine Yole Signorelli. Duecento pagine che ribaltano una fiaba notissima per raccontare qualcosa di molto più scomodo della magia: il prezzo quotidiano di diventare sé stessi quando il mondo intorno continua a chiedere qualcun altro.
Il titolo capovolge la fiaba di Andersen e ne cambia il senso
Il riferimento a I cigni selvatici di Hans Christian Andersen non è un vezzo letterario ma la struttura portante del libro. Nella fiaba originale la protagonista tesse camicie di ortica per liberare i fratelli trasformati in cigni e restituirli alla forma umana attesa da tutti. Fumettibrutti rovescia il meccanismo: qui la metamorfosi non riporta a una forma imposta dall’esterno, ma allontana la protagonista da quella forma, verso qualcosa che assomiglia finalmente a lei stessa. Non è un ritorno all’ordine, è un allontanamento necessario, e in questo scarto sta il cuore polemico del romanzo, quello che lo rende, come nota Matteo Moga su Tuttolibri, un libro capace di trasformare l’esistenza attraverso la consapevolezza, l’euforia e la rabbia di chi vuole cambiare davvero.
Una ragazza trans siciliana tra ingegneria e notti nei locali
La trama segue una ragazza trans siciliana che lascia la famiglia per trasferirsi nella città del Nord dove si è sottoposta all’intervento chirurgico di riassegnazione del sesso, un’operazione che purtroppo non è andata come sperato e ha lasciato ferite ancora aperte. Il sogno sarebbe disegnare fumetti, ma si iscrive a Ingegneria per non deludere un padre un tempo affermato e ora vicino alla povertà. La borsa di studio non basta a sopravvivere, così la protagonista inizia a lavorare nei fine settimana in un locale notturno, tra tacchi comprati al mercato e un nome, Teresa, che diventa la sua unica difesa sul palco. Di giorno le lezioni, di notte un altro mestiere: due vite tenute separate da un equilibrio fragilissimo che il romanzo mette costantemente sotto pressione.
Martina, il padre e i legami che non proteggono
In questo doppio binario si inserisce Martina, collega di lavoro tanto carismatica quanto ambigua, motore di una relazione che diventa presto distruttiva. Alla ragazza che ama, come ai compagni di corso, la protagonista non rivela mai la propria storia, e il segreto pesa come una seconda pelle. Parallelamente scorre il filo della famiglia siciliana: una famiglia amata ma incapace di proteggere, con un padre malato e in difficoltà economiche che resta comunque un punto fisso a cui la protagonista continua, quasi contro sé stessa, a tornare con il pensiero. Fumettibrutti non concede sconti a nessuno dei due mondi: non idealizza la famiglia d’origine né trasforma la nuova città in un rifugio sicuro. Racconta piuttosto la fatica di reggersi in equilibrio tra due appartenenze che feriscono in modi diversi.
Uno stile diretto, che arriva dal fumetto e non lo dimentica
Chi conosce le strisce di Fumettibrutti ritrova nella prosa la stessa scrittura asciutta e senza filtri, fatta di frasi brevi, dialoghi rapidi, un presente narrativo che tiene il lettore incollato all’azione senza concedergli distanza di sicurezza. L’epigrafe scelta, tratta da Bunny di Mona Awad, avverte fin dalle prime pagine che la protagonista stessa ammette di aver inventato molto della propria storia, perché raccontata così è più bella: un cortocircuito tra verità e finzione che attraversa tutto il libro e ne moltiplica la forza emotiva. Non c’è pietismo, c’è invece un’ironia tagliente che affiora nei momenti più duri, la stessa capacità di portare il lettore dove fa più male accompagnandolo con vitalità e persino comicità.
Chi è Fumettibrutti e perché questo romanzo conta
Nata a Catania nel 1991, Josephine Yole Signorelli ha esordito nel fumetto italiano con Romanzo esplicito (Feltrinelli Comics, 2018), vincitore del Premio Micheluzzi come migliore opera prima, seguito da P. La mia adolescenza trans (2019), premiato a Lucca con il Gran Guinigi come migliore esordiente, e da Anestesia (2020). Con Cigni selvaggi approda per la prima volta al romanzo puro, senza disegni, ma porta con sé lo stesso sguardo diretto che ha reso il suo fumetto un caso editoriale. È un passaggio di formato che non tradisce la sua voce: la conferma, semmai, in una forma nuova e più distesa.
Perché leggere Cigni selvaggi
Cigni selvaggi funziona perché rifiuta la scorciatoia della storia esemplare. Non promette riscatti facili né momenti di redenzione confezionati per rassicurare chi legge. Racconta invece la fatica concreta, fisica, economica di costruirsi un’identità mentre tutto intorno continua a chiedere qualcos’altro: un padre, un’università, un amore che non lascia spazio per intero. È un romanzo che si legge con il fiato corto, e che alla fine lascia addosso la stessa domanda che la protagonista si porta per tutto il libro: quanto della propria storia si può davvero scegliere, e quanto invece va semplicemente attraversato.

Cigni selvaggi
di Fumettibrutti
Feltrinelli, 2026 (176 pag.)






























