C’è un evento “enorme”, mai del tutto nominato fino alle ultime pagine, che sconvolge una prima elementare romana e trascina con sé cinque famiglie.

È da qui, da questo buco nero narrativo che tutto il resto orbita, che parte Liberi tutti, il nuovo romanzo di Chiara Gamberale. Ed è già chiaro dalle prime righe che l’autrice romana, nota per la sua capacità di scavare nelle fragilità sentimentali, questa volta lo fa attraverso una lente insolita e spiazzante: quella di un’aula scolastica, con i suoi banchi, le sue recite di Natale e i suoi segreti mai davvero taciuti quanto si crede.

La voce narrante: Titti, la maestra che sa troppo

A raccontare la storia non è un narratore esterno ma Titti, l’insegnante della Prima C della scuola primaria “Rocco Carbone”. Titti si rivolge direttamente al lettore con un tono confidenziale, quasi ossessivo, fatto di intercalari ripetuti come un tic verbale — “Eccerto”, “vedete”, “ai fatti” — che costruiscono fin da subito un narratore inaffidabile: qualcuno che dice di raccontare per amore dei suoi alunni, ma che osserva, annota, custodisce ogni dettaglio dei “bambini-piccoli” e dei loro genitori, ribattezzati con crudele precisione “bambini-grandi”. È una scelta stilistica rischiosa, che Gamberale gestisce con mestiere: la voce di Titti è al tempo stesso rassicurante e leggermente perturbante, e proprio in questa ambiguità si gioca gran parte della tensione del libro.

Cinque famiglie, cinque modi di essere adulti a metà

Attorno ai banchi della Prima C ruotano ritratti familiari costruiti con ironia tagliente e senza sconti. C’è Miryam, la bambina che vive come una gara ogni gesto quotidiano, figlia di genitori separati e di una madre travolta dal lavoro. Ci sono i gemelli Dodò e Benni, la famiglia Russo, apparentemente perfetta e in realtà logorata dalla competizione. C’è Frida, figlia della spigolosa Adele Colavita, che conduce un podcast dal titolo tagliente sul “maschio eterosessuale in crisi” mentre in casa nega alla figlia qualunque contatto con telefoni e social. C’è Achille Aprile, bambino che mente non per difendersi ma perché, come scrive Gamberale, dentro di lui gira “un mulinello incantato” che trasforma la realtà. E infine ci sono Irene e Salvatore Galipò, ristoratori siciliani trapiantati a Roma, genitori di Teo, il primo della classe, alle prese con un dolore taciuto che il romanzo lascia intuire a poco a poco. Ognuna di queste famiglie mostra, attraverso gli occhi filtranti di Titti, quanto le maschere degli adulti siano più fragili di quelle dei bambini che dicono di proteggere.

Uno stile che gioca con la lingua dell’infanzia

Il linguaggio è forse l’elemento più originale del romanzo. Gamberale costruisce un lessico personale, quasi un codice privato tra Titti e il lettore, fatto di neologismi affettuosi — “bambini-piccoli”, “bambini-grandi”, “mam-pa” — e di un ritmo che imita la cadenza infantile senza mai scadere nel puerile. La struttura corale, capitolo dopo capitolo intitolato al nome di un bambino o di una famiglia, ricorda da vicino il meccanismo di certi thriller relazionali, ma resta ancorata allo scavo psicologico che è da sempre la cifra dell’autrice. Non mancano incursioni nella cronaca contemporanea — i social, le chat delle rappresentanti di classe, i format televisivi che trasformano il dolore altrui in intrattenimento — che ancorano la vicenda a un presente riconoscibile e a tratti impietoso.

Il titolo come chiave di lettura

Liberi tutti non è soltanto un titolo evocativo: è la formula che i bambini gridano nel gioco del nascondino quando chi si nascondeva può finalmente uscire allo scoperto. Gamberale la trasforma in una metafora che attraversa l’intero romanzo, capitolo dopo capitolo, come una liberazione promessa a ciascun personaggio dalle proprie bugie, dai propri sguardi storti, dalle proprie ferite mai raccontate. È un’operazione simbolica semplice ma efficace, che dà al libro una coerenza interna solida anche nei momenti in cui la trama si fa più frammentata.

Un finale che ribalta il punto di vista

Senza svelare nulla della risoluzione, va detto che le ultime pagine di Liberi tutti rimettono in discussione tutto ciò che si è creduto fino a quel momento, compresa la natura stessa della voce narrante. È qui che il romanzo mostra il suo lato più simile a un thriller psicologico, con un rovesciamento capace di spiazzare anche il lettore più attento, costringendolo a rileggere mentalmente ogni capitolo precedente sotto una luce diversa.

Come si colloca nella bibliografia di Chiara Gamberale

Nata a Roma nel 1977, Gamberale ha costruito negli anni una carriera solida tra narrativa e televisione, con titoli come Adesso e Il grembo paterno che hanno consolidato il suo pubblico attorno a storie d’amore e di formazione raccontate con introspezione delicata. Liberi tutti segna una parziale virata verso un registro più corale e più vicino al meccanismo del mistero, senza però abbandonare l’attenzione ai sentimenti e alle contraddizioni che da sempre caratterizzano la sua scrittura. È un romanzo che chiede al lettore di fidarsi di una voce che, pagina dopo pagina, si rivela sempre più complessa da decifrare.

Perché vale la pena leggerlo

Liberi tutti funziona su due livelli che si intrecciano senza mai sovrapporsi del tutto: da una parte il ritratto pungente di una generazione di genitori divisi tra ansia da prestazione e bisogno di approvazione, dall’altra il mistero che tiene il lettore ancorato alla pagina fino all’ultima riga. Non è un romanzo perfetto — la moltiplicazione dei punti di vista richiede al lettore un certo impegno nei primi capitoli — ma è un lavoro coraggioso, capace di trasformare l’aula di una prima elementare in uno specchio scomodo per chiunque, da adulto, abbia dimenticato che cosa significhi davvero essere liberi.

 

Liberi tutti Chiara Gamberale recensione, Liberi tutti di Chiara Gamberale: un romanzo che smonta le certezze di genitori e maestre

Liberi tutti
di Chiara Gamberale
Feltrinelli, 2026 (192 pag.)