Nelle Highland della Papua Nuova Guinea, un popolo di 200.000 persone trasforma il proprio corpo in un messaggio per i morti. Una tradizione millenaria che resiste alla modernità e continua a parlare al mondo.

Immaginate un uomo che scompare. Non fisicamente, non per magia. Ma che, pigmento dopo pigmento, strato dopo strato, si trasforma davanti ai vostri occhi in qualcosa che non appartiene più al mondo dei vivi. Le costole affiorano sulla pelle come sculture in rilievo, le vertebre si moltiplicano lungo la schiena, le orbite degli occhi si fanno vuote e profonde. Non è trucco da Halloween. È uno dei rituali più antichi e potenti che l’umanità abbia mai elaborato: la body art cerimoniale dei guerrieri Chimbu, un popolo delle Highland centrali della Papua Nuova Guinea che da secoli dialoga con i propri antenati attraverso la pelle.

Una tela vivente a duemila metri di altitudine

Le Highland centrali della Papua Nuova Guinea sono un mondo a sé. A oltre 2.000 metri di altitudine, tra valli avvolte nella nebbia e foreste così dense da sembrare invalicabili, il tempo scorre secondo ritmi che la globalizzazione ha scalfito solo in superficie. È qui, in questo paesaggio ancestrale, che i Chimbu — il cui nome deriva dalla loro stessa esclamazione di meraviglia, chimbu, pronunciata dai primi esploratori europei che li incontrarono negli anni Trenta del Novecento — hanno sviluppato un sistema di comunicazione con l’invisibile che non ha eguali al mondo.

Il processo di trasformazione è lungo, meticoloso, quasi meditativo. Ore di lavoro in cui le mani di un compagno di clan tracciano con pigmenti naturali — bianco dal gesso, nero dal carbone, rosso dall’ocra — le linee di uno scheletro sulla pelle di chi si prepara al rito. Non è un lavoro solitario: è un atto collettivo, e questa dimensione comunitaria non è secondaria. La preparazione è già cerimonia, è già preghiera. Quando il guerriero finalmente emerge, non è più soltanto se stesso: è un messaggero.

Lo scheletro come linguaggio spirituale

Perché proprio lo scheletro? La risposta affonda le radici nella cosmologia Chimbu, in una visione del mondo in cui la morte non è un muro ma una membrana permeabile. I defunti non scompaiono: si trasformano, si spostano su un altro piano, ma restano presenti, osservano, influenzano. Dipingersi come un morto non è un gesto macabro o provocatorio — è un atto di invocazione. Il guerriero che indossa sulle propria pelle le ossa di un antenato lo chiama dentro di sé, lo ospita, ne canalizza la forza.

In battaglia — una dimensione che storicamente caratterizzava le relazioni tra clan nelle Highland — questo aveva un effetto duplice: psicologico sul nemico, che si trovava di fronte a esseri apparentemente già morti e dunque invulnerabili, e spirituale sul guerriero stesso, potenziato dalla presenza ancestrale. Ma il rito non viveva solo in guerra. Nei momenti di lutto, di raccolta, di transizione stagionale, il corpo-scheletro diventava un ponte, un modo per onorare chi era andato e chiedere protezione per chi restava.

I Sing-Sing: quando centinaia di tribù si incontrano

Oggi, il contesto privilegiato in cui questa tradizione si manifesta sono i Festival Sing-Sing, grandi raduni culturali che raccolgono centinaia di tribù della Papua Nuova Guinea in un unico, straordinario spettacolo di identità collettiva. Il più famoso è quello di Goroka, nella Eastern Highlands Province, considerato uno degli eventi etnografici più importanti del Pacifico. Qui, ogni anno, migliaia di danzatori e guerrieri si presentano in costume tradizionale, e i Chimbu con la loro body art scheletrica sono tra le presenze più fotografate e studiate.

Ma attenzione a non ridurre tutto a folklore. I Sing-Sing non sono uno spettacolo per turisti, anche se i turisti li frequentano. Sono affermazioni politiche di esistenza: in un paese dove oltre 800 lingue diverse convivono — la Papua Nuova Guinea è la nazione più linguisticamente diversificata al mondo — ogni tribù che si presenta con i propri costumi dice al mondo: noi siamo ancora qui, siamo ancora noi stessi.

Il popolo Kuman e la forza dell’identità collettiva

I Chimbu — tecnicamente denominati Kuman dalla lingua che parlano — contano oggi circa 200.000 persone distribuite principalmente nella provincia di Chimbu (oggi ufficialmente rinominata Simbu). Sono tradizionalmente agricoltori: patate dolci, taro, banane sono le colture base di una sussistenza che per secoli non ha avuto bisogno di mercati esterni. La loro società è organizzata per clan patrilineari in cui l’identità individuale è profondamente intrecciata con quella del gruppo — una struttura che spiega perché il rito della body art non sia mai un gesto privato, ma sempre un’azione che riguarda tutti.

Questo senso di appartenenza collettiva è la ragione per cui la tradizione resiste. Non è nostalgia. È sopravvivenza identitaria in un paese che, dalla sua indipendenza nel 1975, si è trovato a navigare le tensioni tra modernizzazione e pluralismo culturale. In molte comunità Chimbu, i giovani imparano ancora a dipingersi il corpo: non perché siano tagliati fuori dal mondo, ma perché scelgono di portare con sé questo sapere come si porta una lingua madre.

Un dialogo antico con la morte che l’Occidente ha dimenticato

C’è qualcosa di profondamente scomodo, per lo sguardo occidentale, in questa pratica. Noi, che abbiamo separato i vivi dai morti con cimiteri, ospizi, protocolli di lutto standardizzati, faticavamo a comprendere una cultura che invita i morti a rientrare nel corpo dei vivi. Eppure, se ci si ferma un momento, questa scomodità rivela più di noi stessi che dei Chimbu. Dice quanto abbiamo esternalizzato la morte, quanto l’abbiamo resa invisibile, quanto l’abbiamo separata dal tessuto ordinario della vita.

I Chimbu, al contrario, praticano quello che gli antropologi definiscono un continuum tra vita e morte: una concezione in cui i defunti non sono assenti, ma trasformati. E i guerrieri-scheletro sono la rappresentazione più visivamente potente di questa filosofia. Non spaventano i vivi: li collegano a qualcosa di più grande.

La sfida della preservazione nell’era digitale

Il paradosso contemporaneo è evidente: le fotografie dei guerrieri Chimbu dipinti a scheletro circolano sui social network, vengono condivise milioni di volte, suscitano meraviglia globale. Ma questa visibilità è anche una lama a doppio taglio. L’estetizzazione rischia di svuotare il significato: quello che per i Chimbu è un atto spirituale può diventare, per uno scrolling distratto, un’immagine esotica da consumare in tre secondi.

Eppure, forse, questa stessa attenzione globale può diventare una risorsa. Diverse organizzazioni internazionali e il governo papuano lavorano per riconoscere e proteggere le tradizioni delle Highland come patrimonio culturale immateriale. L’UNESCO, che dal 2003 ha un sistema dedicato proprio a questo tipo di eredità, è uno degli strumenti attraverso cui comunità come i Chimbu possono far valere il proprio diritto a esistere — non come reperto museale, ma come cultura viva.

Nel frattempo, nelle valli nebbiose delle Highland, qualcuno sta ancora mescolando il gesso con l’acqua, qualcuno sta tracciando una costola su una schiena, qualcuno si sta preparando a scomparire per diventare qualcosa di più grande di sé. Il confine tra i vivi e i morti trema, come sempre, sulla pelle di un guerriero.