C’è un momento, a teatro, in cui la platea smette di respirare. Accade quando la finzione lascia spazio alla realtà nuda, quando le parole sul palco non appartengono a personaggi inventati ma a persone in carne e ossa, a vicende che hanno occupato i telegiornali, i social, le conversazioni a tavola. È accaduto anche al Teatro Manzoni di Milano la sera del 23 febbraio 2026, quando Gianluigi Nuzzi ha portato in scena La fabbrica degli innocenti, uno spettacolo che è al tempo stesso denuncia civile, inchiesta giornalistica e esperienza teatrale capace di lasciare il segno.

Il sipario si alza alle 20.45 su una scenografia volutamente sobria, quasi austera: una redazione minimalista, gigantografie dei protagonisti delle vicende giudiziarie più note d’Italia, e un videowall che proietta clip, documenti, immagini d’archivio. Non ci sono attori in costume, non ci sono effetti speciali da blockbuster. C’è lui, Nuzzi, e c’è la voce. Una voce che conosce il peso delle parole, che ha imparato a dosarle in anni di inchieste sul Vaticano, sulla politica, sulle zone d’ombra del potere. Quella stessa voce, stasera, punta dritta al nervo più scoperto della società contemporanea: la disinformazione che si maschera da giustizia.

Tre casi, una macchina: come funziona la fabbrica degli innocenti

Lo spettacolo, scritto da Nuzzi con il contributo di Martina Maltagliati e diretto da Enrico Zaccheo, prende in esame tre casi giudiziari che hanno segnato la cronaca italiana degli ultimi vent’anni, tutti accomunati da sentenze definitive passate in giudicato e, ciononostante, diventati bersaglio di una narrazione alternativa sempre più aggressiva e capillare.

Il primo è l’omicidio di Chiara Poggi, avvenuto a Garlasco il 13 agosto 2007. Alberto Stasi, condannato in via definitiva a sedici anni di reclusione, è diventato nel tempo l’emblema di una giustizia che, secondo i teorici della cospirazione, avrebbe sacrificato un innocente. Il secondo caso è quello di Yara Gambirasio, la tredicenne di Brembate Sopra scomparsa nel novembre 2010 e trovata morta tre mesi dopo: Massimo Bossetti, condannato all’ergastolo, è tuttora al centro di una campagna che ne proclama l’innocenza, fondandosi soprattutto sulla contestazione delle prove del DNA. Il terzo caso è la strage di Erba, l’11 dicembre 2006, quando quattro persone furono uccise in una villetta: Rosa Bazzi e Olindo Romano, condannati all’ergastolo con sentenza definitiva, sono diventati anch’essi bandiere di chi sostiene l’esistenza di un errore giudiziario colossale.

Tre storie diverse, un unico meccanismo. La fabbrica degli innocenti, spiega Nuzzi dal palco, non nasce per caso e non agisce per caso. È una macchina precisa, articolata, che risponde a logiche di visibilità, di carrierismo mediatico, di speculazione politica, a volte persino di affetto mal riposto verso i condannati. Il risultato, però, è sempre lo stesso: la verità processuale viene atomizzata, smontata pezzo per pezzo, e al suo posto viene edificata una contro-narrazione seducente, a rapida digeribilità, perfetta per i social e per i format televisivi più aggressivi.

La regia della menzogna: come si costruisce una verità alternativa

Nuzzi non si limita a descrivere il fenomeno. Lo smonta davanti agli occhi del pubblico con la precisione di un orologiaio e la passione di chi ha dedicato la vita a cercare la verità nei meandri del potere. Lo fa con una tecnica narrativa che è, essa stessa, uno specchio del problema: parte da una tesi apparentemente inattaccabile, la sostiene con dati, immagini, testimonianze apparentemente incontrovertibili, porta lo spettatore a dubitare di ciò che sa, e poi — colpo di scena — ribalta tutto. Svela il trucco. Mostra come quella tesi fosse costruita su omissioni, su selezioni artatamente orientate delle informazioni, su dettagli amplificati fino alla distorsione.

È un gioco di specchi che fa venire i brividi, perché il pubblico in sala si ritrova, per qualche minuto, a credere esattamente a ciò che gli viene raccontato. E quella sensazione — quella vulnerabilità momentanea — è la lezione più potente della serata. Non siamo immuni, dice implicitamente lo spettacolo. Tutti possiamo cadere nella trappola di una narrazione ben costruita, emotivamente coinvolgente, strutturalmente verosimile. La differenza la fanno la consapevolezza, l’abitudine all’approfondimento, la diffidenza verso chi offre verità preconfezionate e semicotte.

Le musiche originali di Davide Cavuti e il disegno luci di Marco Palmieri accompagnano questo percorso senza mai sovrastarlo, creando un’atmosfera sospesa tra il documentario e il thriller, tra la conferenza e il palcoscenico. Il videowall non è un accessorio decorativo ma uno strumento narrativo essenziale: le immagini scorrono, i documenti appaiono e scompaiono, le testimonianze audio avvolgono la sala come una presenza fisica.

Le conseguenze umane: chi paga il prezzo della gogna mediatica

C’è un momento nello spettacolo in cui il tono cambia. Nuzzi abbassa la voce, rallenta il ritmo, e racconta le conseguenze reali, concrete, devastanti della fabbrica degli innocenti su chi ne diventa bersaglio. Non solo i condannati e i loro familiari, ma anche gli investigatori, i magistrati, i periti, chiunque abbia avuto un ruolo nei processi che la fabbrica mette sotto accusa.

C’è chi subisce una delegittimazione pubblica sistematica, osteggiato sui social, inseguito da telecamere, indicato come complice di complotti giudiziari. C’è chi, come racconta Nuzzi con una precisione che fa gelare, non ha retto il peso di essere additato come mandante di stragi familiari e ha finito per essere ricoverato in clinica psichiatrica. C’è chi si ammala sotto la pressione di una campagna di odio che non conosce pausa e non conosce confini geografici, perché la rete non dorme mai.

La fabbrica degli innocenti, in questo senso, non produce solo narrazioni. Produce danni reali, lacerazioni nelle famiglie delle vittime, lesioni nella credibilità delle istituzioni, erosione di quella fiducia collettiva nello Stato e nella giustizia che è il collante di una democrazia funzionante. È una macchina del consenso al contrario, che non costruisce ma demolisce, non informa ma distorce, non fa giustizia ma la svuota di senso.

Il teatro come presidio civile: perché Nuzzi ha scelto il palcoscenico

La domanda che molti si pongono è legittima: perché il teatro? Nuzzi è un giornalista, uno scrittore, un volto televisivo noto al grande pubblico per trasmissioni come Quarto Grado. Avrebbe potuto scrivere un libro, girare un documentario, condurre una puntata speciale. Invece ha scelto il palcoscenico. E la risposta, in fondo, è nello spettacolo stesso.

Il teatro obbliga alla presenza. Non si può scorrere uno spettacolo come si scorre un feed, non si può interrompere e ricominciare, non si può saltare le parti scomode. Il teatro richiede attenzione, silenzio, disponibilità ad essere attraversati da ciò che accade sul palco. È, per sua natura, l’antidoto alla frammentazione dell’informazione digitale, al consumo superficiale dei contenuti, alla logica del click rapido e della reazione immediata.

In questa scelta c’è qualcosa di profondamente coerente con il tema dello spettacolo. Se la fabbrica degli innocenti prospera nell’accelerazione, nella superficialità, nella semplificazione emotiva, allora il teatro — con la sua lentezza, la sua fisicità, la sua richiesta di concentrazione — è il luogo più adatto per decostruirla. Non a caso, lo spettacolo è prodotto da Stefano Francioni Produzioni con Vincenzo Berti e Gianluca Bonanno per Ventidieci e Green Factory: nomi che nel panorama teatrale italiano sono sinonimo di produzioni di qualità capaci di intercettare temi di largo respiro pubblico.

Uscire dalla sala con qualcosa di diverso in tasca

Quando le luci si riaccendono, c’è un silenzio di qualche secondo prima che gli applausi partano. È quel silenzio che misura la profondità di uno spettacolo. Le persone si guardano, scambiano occhiate, come se cercassero nelle facce degli altri una conferma di ciò che hanno appena vissuto. Poi le mani si alzano, e il calore sale.

Si esce dal Teatro Manzoni con qualcosa di diverso in tasca rispetto a quando si è entrati. Non è una risposta, non è una certezza. È qualcosa di più prezioso e più difficile da portare: una domanda affilata, uno strumento critico, una consapevolezza nuova sul funzionamento della macchina dell’informazione contemporanea. Si esce sapendo che la verità non sempre vince da sola, che ha bisogno di essere difesa, cercata, pretesa. E che la fabbrica degli innocenti lavora anche quando noi non la guardiamo.

La fabbrica degli innocenti è uno spettacolo che non lascia dove lo si è trovato. E questo, al teatro come nella vita, è il segno più eloquente di ciò che vale la pena vedere.