Nel silenzio dell’alta Valle Sabbia, dove le montagne bresciane disegnano confini tra la Lombardia e il Trentino, si nasconde un borgo medievale che ogni anno si trasforma in teatro di una delle manifestazioni più autentiche d’Italia. Bagolino, arroccato a 778 metri d’altitudine nella valle del torrente Caffaro, custodisce un tesoro immateriale che affonda le radici nel Cinquecento: il suo celebre Carnevale, una tradizione così viva e antica da essere definita dagli studiosi di etnologia “una delle più importanti scoperte etnologiche degli ultimi duecent’anni”.

Le strette viuzze lastricate del centro storico, i portici che sussurrano storie di mercanti e fabbri del ferro, le case in pietra che si addossano l’una all’altra come per proteggersi dal vento alpino: tutto sembra sospeso in un’altra epoca. Ed è proprio in questo scenario immutato che, ogni anno tra febbraio e marzo, prende vita uno spettacolo che non ha eguali in Italia. Un documento comunale del 1518 attesta già allora la presenza di compagnie di ballerini che giungevano a Bagolino per rallegrare il Carnevale, ricevendo in cambio forme di formaggio. Da oltre cinque secoli, dunque, questa comunità montana celebra la festa con una devozione che rasenta il sacro.

I Balarì: l’eleganza che danza tra le vie di pietra

Alle sei e trenta del mattino di lunedì grasso, quando l’alba disegna appena i contorni delle cime innevate, la chiesa parrocchiale di San Giorgio accoglie un rito solenne. I Balarì – i ballerini – si radunano davanti al parroco a volto scoperto, l’unico momento dell’intera festa in cui mostrano la loro identità. L’atmosfera è raccolta, quasi mistica. Dopo la messa ricevono la comunione e sfilano ordinati sul sagrato, dove avviene la trasformazione: indossano le maschere e iniziano i primi balli, mentre il parroco offre loro brodo di gallina fumante.

Centoventi ballerini percorrono le strade del borgo, accompagnati dai Sonadùr – i suonatori – che con violini, chitarre, un bassetto e talvolta un mandolino eseguono melodie che non somigliano a nessun’altra musica popolare italiana. Gli studiosi ipotizzano un’origine tedesca o austriaca di questi brani, forse giunti qui attraverso i valichi alpini che per secoli hanno fatto di Bagolino un crocevia strategico tra mondi diversi.

Il costume dei Balarì è un capolavoro di artigianalità e simbolismo. Giacca e pantaloni scuri al ginocchio, camicia bianca, calze lavorate a mano, uno scialle di seta sgargiante che ricade lungo la schiena: ogni elemento parla di una tradizione tramandata di padre in figlio. Ma l’elemento più straordinario è il cappello, una cupola di feltro ricoperta da metri di nastro rosso di seta su cui vengono cuciti gioielli di famiglia – orecchini, spille, fermagli – che brillano al sole invernale. Le donne di famiglia iniziano a “vestire” questi copricapi settimane prima del Carnevale, in un lavoro certosino che trasforma ogni cappello in un’opera d’arte unica.

I ballerini si fermano davanti alle case di parenti, amici, fidanzate, eseguendo danze con nomi evocativi: Ariosa, Bussulù, Bal frances, Mascherina, Tonina. Ogni ballo ha i suoi passi codificati e i suoi “segnacole”, gesti il cui significato rimane avvolto nel mistero, forse eredità di antichi rituali figurativi ormai perduti nella memoria collettiva.

I Maschèr: il volto grottesco della tradizione contadina

Mentre i Balarì danzano la loro aristocratica eleganza, le strade di Bagolino pullulano di figure grottesche e bizzarre: i Maschèr, incarnazione del Carnevale più ancestrale e dissacratore. A differenza dei ballerini, queste maschere possono apparire già dopo l’Epifania, ogni lunedì e giovedì, annunciando l’arrivo della festa con il loro inconfondibile strisciare di zoccoli sul selciato.

Indossano costumi che richiamano la vita contadina di un tempo: il Ceviòl per gli uomini e la Guenel per le donne, abiti tessuti a telaio che ricreano le vesti dei vecchi – il vèciö e la vèciä – con ghette di lana rossa allacciate da lunghe file di bottoni. Il viso è nascosto da maschere paurose o caricaturali, la camminata goffa e strascicata grazie agli sgàlbär, zoccoli di legno chiodato che producono quel rumore ritmico e fragoroso che diventa la colonna sonora del Carnevale.

I Maschèr si aggirano tra la folla con fare malandrino, canzonando i passanti, facendo scherzi e burle. Un’usanza particolare – che richiama antichi rituali di fertilità – prevede che tocchino scherzosamente i genitali delle persone che vogliono canzonare, mantenendo sempre l’anonimato. La leggenda vuole che questa tradizione affondi le radici nell’antico rito dell'”andar a seste”, quando le ragazze cantavano melodie in rima mentre concimavano i prati, cercando di raggiungere l’udito dei giovani che desideravano corteggiare.

L’Ariosa: quando il tempo si ferma

Martedì sera, quando le ombre si allungano sulle piazze e la festa volge al termine, ballerini e maschere si radunano per l’ultimo atto: l’Ariosa, il ballo che chiude il Carnevale di Bagolino. Le note pizzicate e allegre riempiono l’aria fredda, Balarì e Maschèr si scatenano con foga e abilità in un turbinio finale che lascia gli spettatori senza fiato. È un momento di catarsi collettiva, quando le due anime del Carnevale – quella elegante e quella popolare – si fondono in un’unica espressione di gioia.

Poi il silenzio. I cappelli vengono “svestiti” con la stessa cura con cui erano stati preparati, i nastri avvolti su rocchetti, i gioielli restituiti ai proprietari. Le maschere vengono riposte fino all’anno successivo. Bagolino torna al suo aspetto quotidiano, ma con la consapevolezza che tra le sue pietre antiche pulsa ancora il battito di una tradizione che nessun tempo potrà cancellare.