A Lodi, negli spazi del centro direzionale firmato da Renzo Piano, si compie un viaggio straordinario attraverso tre decenni di ricerca artistica. “Fatum Futura”, l’antologica dedicata a Simona Uberto dalla Fondazione Banca Popolare di Lodi, racconta con cinquanta opere il cammino di un’artista che ha fatto della soglia tra reale e immaginario il suo territorio elettivo. Dal 27 febbraio al 22 marzo 2026, la sala Bipielle Arte diventa teatro di un’esperienza che mette in discussione le nostre certezze visive, accompagnandoci in una dimensione dove i paesaggi si capovolgono, le prospettive si frantumano e la fotografia si fa scultura dello sguardo.
La dialettica tra ciò che è stato detto e ciò che ancora non è
Il titolo stesso della mostra, curata da Maria Laura Gelmini, racchiude un enigma filosofico. Fatum, dal latino fari, “parlare”, indica ciò che è già stato pronunciato, l’oracolo che diventa destino inesorabile. Futura apre invece alla dimensione del possibile, a ciò che ancora attende di compiersi. “È uno spazio di domande, sospeso tra ciò che è stato detto e ciò che stiamo ancora costruendo”, spiega l’artista savonese, classe 1965, oggi docente ordinaria di Pittura all’Accademia di Brera.
Questa tensione attraversa l’intera opera di Uberto come un filo conduttore invisibile. Ogni lavoro parte dal reale – uno scatto fotografico, un frammento urbano, una silhouette colta per strada – per poi trasfigurarsi in qualcosa d’altro, in un racconto che eccede i confini del documentario per approdare al territorio dell’evocazione, della memoria, del sogno. La fotografia non è mai pura registrazione: è il punto di partenza di un’esplorazione che procede per sottrazione, inversione, scomposizione.
Dai teatri urbani ai paesaggi mentali
Gli anni Novanta segnano gli esordi di Simona Uberto con una ricerca dedicata alla vita urbana. Nelle serie Interferenze, Aggregazioni, Appartenenze e Incontri, la città si trasforma in un teatro di azioni inconsapevoli. Passanti colti negli spazi pubblici, corpi in movimento che diventano ritmo visivo, geometrie architettoniche che imprigionano istanti sospesi. Sono “cornici temporali”, come le definisce la curatrice, che rendono visibile la quotidianità come insieme di micronarrazioni, di esistenze che si sfiorano senza incontrarsi veramente.
Ma è negli ultimi anni che la ricerca di Uberto compie una svolta decisiva. L’artista abbandona progressivamente la dimensione urbana per addentrarsi in un territorio più rarefatto e enigmatico: il paesaggio come miraggio, come luogo mentale, come proiezione dello sguardo. Nasce così la serie Fata Morgana, che dà il nome a quel fenomeno ottico che da secoli inganna i naviganti dello Stretto di Messina, facendo apparire castelli e città dove c’è solo orizzonte marino.
L’attimo di panico: quando lo sguardo vacilla
In Fata Morgana, Uberto seziona lo scatto fotografico, lo ingrandisce, lo ribalta, lo frammenta e lo ricompone secondo logiche che sovvertono ogni consuetudine percettiva. Il cielo diventa terra, l’acqua diventa cielo, gli skyline si capovolgono in un gioco vertiginoso di riflessi e inversioni. Lo spettatore si trova spiazzato, costretto a mettere in discussione la stabilità di ciò che vede.
“Le opere di Uberto non sono paesaggi ma miraggi”, scrive la critica Simona Bartolena in uno dei saggi dedicati all’artista. “Ci traggono in inganno come il fenomeno della Fata Morgana: luoghi fantastici, mutevoli, destabilizzanti, che rivelano la precarietà delle nostre certezze visive.” È quello che René Magritte chiamava “l’attimo di panico”: il momento in cui lo spettatore comprende che la realtà rappresentata non coincide con la realtà percepita, e che ogni immagine è sempre anche una menzogna necessaria.
Il processo creativo: dalla strada al miraggio
Il metodo di lavoro di Simona Uberto è insieme meditativo e rigoroso. L’artista parte sempre da uno scatto fotografico, “come se percorresse una stradina che diventa sentiero”. Entra nell’immagine, la esplora, ne studia la struttura interna fino a perderne ogni riferimento geografico e temporale. Solo allora la ricompone in una nuova forma, che non appartiene più al reale ma a un altrove sospeso tra memoria e invenzione.
“Benché la conoscenza della prassi esecutiva di un artista non sia indispensabile ai fini della fruizione, nel caso di Uberto può fare la differenza”, osserva Maria Laura Gelmini. “La leggerezza che promana dalle opere è il risultato di un lavoro minuzioso”, dove confluiscono aspetti tecnologici e sapienza artigianale. Ogni immagine è il frutto di un equilibrio sottile tra matematica e poesia, tra controllo e abbandono.
È in questo spostamento – dal reale alla sua traduzione poetica – che si radica la forza dell’opera di Uberto. Le sue non sono semplici fotografie, ma costruzioni visive che chiedono allo spettatore di abitare uno spazio liminale, un confine mobile tra dentro e fuori, tra appartenenza e spaesamento.
Un percorso espositivo come attraversamento
La mostra alla Bipielle Arte – diretta da Paola Negrini e allestita negli spazi del centro direzionale progettato da Renzo Piano – si presenta come un viaggio immersivo attraverso tre decenni di lavoro. Dalle prime serie fotografiche dedicate ai flussi urbani alle installazioni che interrogano la percezione dello spazio, fino ai più recenti paesaggi destrutturati della serie Fata Morgana, dove la natura si fa enigma e rivelazione.
Il percorso è pensato come un “attraversamento”: il visitatore si muove tra opere che aprono varchi, sconfinamenti, zone d’ombra. Ogni lavoro mette in discussione la stabilità dell’immagine, invitando a ripensare la relazione tra ciò che vediamo e ciò che crediamo di vedere. In un’epoca dominata dalla proliferazione ossessiva delle immagini, l’opera di Uberto ci ricorda che guardare non è mai un atto neutro, ma sempre un esercizio di interpretazione, di dubbio, di meraviglia.
Un dialogo tra arte e territorio
La mostra è realizzata grazie alla collaborazione di diversi partner che da anni seguono il percorso di Simona Uberto: la Galleria Melesi di Lecco, punto di riferimento per l’artista dal 2002, l’Associazione Culturale Rivoliduepuntozero presieduta da Nicoletta Castellaneta, Gli Eroici Furori diretta da Silvia Agliotti, e il Gruppo Scuola Galileo di Milano.
Accompagna l’esposizione un catalogo pubblicato da Vanillaedizioni, con testi critici di Maria Laura Gelmini, Simona Bartolena e Giorgio Bonomi, e un ampio apparato iconografico che documenta il percorso dell’artista dal 1996 a oggi. Un volume che si propone come strumento indispensabile per comprendere la complessità e la coerenza di una ricerca che ha attraversato tre decenni senza mai perdere di vista il suo nucleo poetico: l’indagine sul confine tra realtà e immaginazione.
Informazioni pratiche
Fatum Futura sarà visitabile dal 28 febbraio al 22 marzo 2026 presso la sala Bipielle Arte (via Polenghi Lombardo – Spazio Tiziano Zalli, Lodi) con i seguenti orari: giovedì e venerdì dalle 16:00 alle 19:00, sabato e domenica dalle 10:00 alle 13:00 e dalle 16:00 alle 19:00. Ingresso libero. L’inaugurazione si terrà venerdì 27 febbraio alle ore 17:30.

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