Debutto alla regia di Aaron Sorkin, sceneggiatore di The Social Network, Steve Jobs, Nemico Pubblico. Molly’s Game, biopic sulla vita della regina del poker, nominato agli oscar 2018 per la migliore sceneggiatura, sarà distribuito in Italia dal 12 aprile.

Molly Bloom è una giovane sciatrice olimpica diventata organizzatrice di un giro di poker clandestino, prima di essere arrestata nel mezzo della notte dall’FBI. Nel giro di giocatori hanno fatto parte nomi celebri di Hollywood, campioni dello sport, importanti uomini d’affari ed infine, senza che ne fosse a conoscenza, la mafia russa. Il suo unico alleato è stato il suo avvocato difensore Charlie Jaffey, che si è reso presto conto che Molly era molto più di quanto la stampa ha fatto credere.

Presentato al Torino film festival, Molly’s game va in scena come biografia filmata a tutti gli effetti, con tanto di voce narrante che partendo da un conciso ma efficace prologo, dispiega la narrazione di una vita particolare, scissa tra alti e bassi, surf tra le alte onde della vita mondana forgiata nel vizio e nella ricchezza, ma inabissata nella disperata piattezza d’animo di una donna mai sola e mai con qualcuno davvero.

Il curriculum di Sorkin è invidiabile. La scrittura ineccepibile. Eppure in Molly’s Game è stato tralasciato qualcosa di fondamentale: il cinema.

Cinema, che anzitutto e per lo più è visione. Sareste in grado di fruire delle due ore e dieci del film con gli occhi chiusi senza perdere nulla. La chiarissima voce della signora Chastain saprà bastare. Non è necessario farsi adepti del culto di Artaud per riemergere dalla lunga visione di Molly’s game e provare una mancanza e allo stesso tempo un surplus. Parole, parole parole che non lasciano nulla all’immagine, bandita dalla sua funzione creativa e amministratrice. Spodestata da una matrona insensibile. Insensibile perché seppure il sistema scritto su carta di Sorkin, fatto di segni e simboli, sia in grado di funzionare, nel pratico abbiamo tra le mani una caterva di spiegazioni, una enciclopedia vera e propria, le riflessioni di una aspirante tuttologa che ogni tre per due chiarifica termini del mondo del poker, articola questioni legali arrivando perfino a correggere il suo avvocato, nozioni di astronomia, frasari ripescati dall’antico latino.

Ammesso che il solo udito sia in grado di bastare, i dati da esso registrati sono boriosi e noiosi.

Grande è invece l’interpretazione di Jessica Chastain, unico motivo per tenere gli occhi aperti dunque; principessa che fa le veci di un’altra regale donna dalle grandi opere e delle grandi sfortune: Molly Bloom. C’è tanto di quella miss Sloane del film di Madden, pellicola distribuita solo un anno fa da cui Molly’s Game sembra aver ripreso molto, forse troppo, forse tutto.

Molly’s game, a sprazzi libero da ogni catena linguistica, sa anche mettere in scena il buio profondo di chi cade nel gioco d’azzardo. Un costrutto impalcato su vincoli, promesse impossibili da mantenere, ossimoriche illusioni disilluse emesse come sentenze da condannati consapevoli che, mentre si legano il cappio al collo, proferiscono il fatidico “ora mi rifaccio”. Sul trono di questo male ludico c’è una maga, una Circe del poker che intrattiene i suoi invitati trasformandoli in maiali. Che si vinca o si perda, tra una mano e l’altra grugniti e grufolate. Ma le mura delle sale di Circe prima o poi cedono, crollano implodendo dall’interno. Picco più profondo toccato da Sorkin, forse l’unico scivolone della sua sceneggiatura, è lo spartito assegnato a Kevin Costner. La sceneggiata dello psicologo, padre e marito meritevole di biasimo, che redime la sua condotta all’apertura dell’happy ending. Abbozzo, più che dipinto, scarabocchiato con i colori del superfluo e del banale.

Ad implodere è l’intero progetto di Sorkin, il balzo in avanti di un ottimo sceneggiatore che non ha mai concepito davvero nessun salto,che ha continuato il suo mestiere di scribacchino in modo impeccabile, senza riflettere in alcun modo sul ruolo dell’immagine. Gli audio libri lasciamoli alle videocassette (esistono ancora?).