Era il febbraio del 1996 e il Teatro Ariston di Sanremo si preparava a ospitare una delle edizioni più internazionali della sua storia. Sul palco si sarebbero avvicendati Bruce Springsteen, Bon Jovi, Cher, Tina Turner, Céline Dion, Pat Metheny, George Benson, East 17 e Take That. Un parterre stellare che trasformava il backstage ligure in qualcosa di più simile ai corridoi di Wembley che alla riviera italiana. In mezzo a quel carnevale di ego e lustrini, quattro ragazzi di Londra stavano per mettere in scena uno dei momenti più anarchici e memorabili nella storia del Festival.

Quei ragazzi erano i Blur.

Il contesto: il Britpop al suo apice e una band in cima al mondo

Il 1995 era stato l’anno del “The Great Escape”, terzo album dei Blur, che aveva consacrato la band guidata da Damon Albarn come uno dei gruppi più influenti della scena britannica. La cosiddetta “guerra del Britpop” con gli Oasis aveva dominato i tabloid di tutta Europa, e la stampa musicale parlava di Albarn come di una voce generazionale, un artista capace di fotografare l’identità inglese con la stessa lucidità dei grandi cantautori. Aveva ventotto anni, un’intelligenza tagliente e — come spesso accade a chi sente di aver già vinto — una propensione irrefrenabile alla provocazione.

Accettare l’invito a Sanremo, dunque, non era una scelta scontata. La kermesse italiana aveva una reputazione ambivalente: da un lato, un’istituzione capace di lanciare artisti verso platee continentali; dall’altro, un sistema rigido, istituzionale, costruito su protocolli non negoziabili. Tra questi, uno era particolarmente ostico per chi proveniva dalla cultura del rock anglosassone: il playback obbligatorio per tutti gli ospiti internazionali. Nessuna eccezione. Non lo era stata nemmeno per i Queen nel 1984, che avevano accettato la convenzione — pur con i loro turbanti e le loro mise teatrali — senza stravolgere il format televisivo della serata.

Pippo Baudo, l’istituzione italiana, e il ribelle con la causa

Pippo Baudo era — ed è rimasto — un monumento della televisione italiana. Ecumenico, carismatico, capace di tenere insieme realtà culturali lontanissime con la grazia del grande professionista. Eppure quella sera si trovò di fronte a qualcosa che nemmeno la sua lunga carriera gli aveva preparato ad affrontare.

Quando presentò i Blur al pubblico dell’Ariston — definendoli “un complesso inglese, da cinque anni alla ribalta con grande prestigio” e azzardando persino un paragone con i Beatles per la qualità dei testi — Albarn era già in movimento dietro di lui. Con passo militare e grottesco, il cantante aveva iniziato a marciare alle spalle del conduttore, trasformando la presentazione in un siparietto dadaista che lasciò il pubblico in sala sospeso tra il divertimento e lo sconcerto. Baudo, con la compostezza del veterano, riuscì a mantenere la professionalità. Ma era soltanto il preludio.

La performance: il caos come forma d’arte

Quando i quattro salirono sul palco per eseguire in playback “Country House” — il singolo che aveva battuto gli Oasis nella celebre sfida di classifiche dell’estate precedente — la situazione degenerò in modo esplicito e consapevole. Albarn cantava fuori sincrono con la base registrata, i movimenti erano volutamente scoordinati, il linguaggio del corpo comunicava un distacco totale e sprezzante verso il meccanismo che li stava usando e che loro, a loro volta, stavano usando.

Non era imperizia. Era sabotaggio estetico. Una presa di posizione contro la logica del consenso televisivo italiano, contro la plasticità patinata di un format costruito per neutralizzare la musica riducendola a puro spettacolo visivo. La band non cercava di umiliare il Festival — o almeno non soltanto. Cercava di marcare una distanza, di segnalare la propria alterità rispetto a quel mondo.

Il significato culturale di una serata dimenticata (e mai dimenticata)

Ciò che accadde all’Ariston quella notte non fece scandalo nel senso mediatico tradizionale del termine. Non ci furono comunicati, non ci furono interviste infuriate di dirigenti Rai, non ci fu il tipo di reazione che oggi alimenterebbe un trending topic per settimane. Eppure quell’episodio è rimasto impresso nella memoria collettiva di chi c’era, e nel corso degli anni è diventato una di quelle storie che i fan dei Blur raccontano come si racconta una leggenda metropolitana.

Perché quella sera diceva qualcosa di preciso sul conflitto tra la cultura del rock britannico e la logica dello spettacolo televisivo continentale. Il playback — istituzione difficile da abbattere, difesa strenuamente da autori e produttori televisivi italiani per decenni — era vissuto dai musicisti anglosassoni come una violazione del patto fondamentale tra artista e pubblico. Fingere di suonare quello che non stai suonando, fingere di cantare ciò che non stai cantando: per chi aveva costruito la propria identità sull’autenticità della performance dal vivo, era una forma di menzogna istituzionalizzata.

Damon Albarn: il provocatore che non si fermò mai

Guardando indietro, la serata sanremese del 1996 appare come un capitolo coerente nella biografia artistica di Damon Albarn, un musicista che nel tempo ha saputo spingersi molto più lontano di quanto chiunque avrebbe potuto immaginare. Dopo i Blur — che si dissolsero e poi si riformarono — Albarn ha fondato i Gorillaz, ha composto opere liriche, ha collaborato con musicisti maliani, si è avventurato in territori che nessuna etichetta di genere riesce a contenere.

Ma nel 1996, Albarn era ancora il ragazzo del Britpop, il leader di una band orgogliosa e irriverente. E quella marcia militare alle spalle di Pippo Baudo era, in fondo, il gesto di qualcuno che non aveva ancora imparato — o non voleva imparare — a sedersi composto quando le telecamere erano puntate addosso.

L’eredità di quella notte sull’Ariston

Sanremo ha continuato a invitare grandi nomi internazionali negli anni successivi, modificando nel tempo alcune delle sue regole più rigide. Il playback obbligatorio è rimasto a lungo, ma la sua logica assoluta si è progressivamente erosa, fino alle ospitate live che oggi caratterizzano le serate del Festival. Non è detto che i Blur abbiano contribuito a questo cambiamento — probabilmente no. Ma quella serata resta un documento involontario di un’epoca: il momento in cui il rock britannico degli anni Novanta, nel pieno della sua arroganza creativa, si scontrò con il formalismo televisivo italiano e non sapendo come coesistere con esso, decise semplicemente di ignorarlo.

In fondo, è esattamente quello che ci si aspettava da loro.