Immaginate un foglio di papiro largo pochi centimetri, fragile come un sospiro, su cui una mano anonima ha tracciato segni millenari tremila anni fa. Quel foglio custodisce una parola, forse un nome, forse un conto di granaglie destinato a sfamare un villaggio sul Nilo. Oggi, in un palazzo settecentesco nel cuore di Torino, un gruppo di ricercatori si prepara a ridare voce a quei segni con strumenti che nemmeno i faraoni avrebbero potuto immaginare. Il Museo Egizio ha aperto ME-Scripta, un nuovo centro dedicato allo studio, al restauro e alla digitalizzazione delle fonti scritte dell’Antico Egitto, dai papiri agli ostraca fino alle legature copte. Un progetto che trasforma Torino in uno dei laboratori più avanzati al mondo per la decifrazione del passato.
Un patrimonio da un miliardo di frammenti
Il Museo Egizio di Torino è considerato il secondo museo egittologico più importante al mondo dopo il Museo del Cairo. Ma è sulla carta — sulla canna da fiume pressata e essiccata nel deserto africano — che il primato torinese diventa quasi ineguagliabile. Fondato nel 1824 per volontà di Carlo Felice di Savoia, il Museo custodisce circa 1.000 papiri interi o ricomposti e oltre 30.000 frammenti, un patrimonio che copre più di 3.000 anni di storia scritta attraverso sette diversi sistemi di scrittura e otto lingue. Geroglifici sacri, demotico quotidiano, greco tolemaico, copto cristiano: ogni scrittura è una finestra aperta su un’epoca, su una classe sociale, su un modo di abitare il mondo.
Tra questi tesori figura il celebre Papiro dei Re, noto internazionalmente come Turin King List, l’unica lista reale d’epoca faraonica scritta a mano su papiro che sia giunta fino a noi, giunto a Torino nel 1824 con la collezione Drovetti e composto da circa 300 frammenti assemblati nel corso di quasi due secoli di ricerca. O ancora il Libro dei Morti di Iuefankh, un papiro lungo quasi 19 metri risalente all’epoca tolemaica, contenente le formule magiche e i testi religiosi che avrebbero dovuto guidare l’anima del defunto nel suo viaggio nell’aldilà. Documenti che parlano di vita e di morte, di burocrazia e di fede, e che ancora in larga parte attendono uno sguardo attento.
Tre milioni di euro per decifrare il tempo
Il nuovo centro ME-Scripta, annunciato il 4 maggio 2026, è reso possibile da un contributo di tre milioni di euro stanziati dalla Fondazione CRT. Secondo la presidente della Fondazione CRT, Anna Maria Poggi, il progetto rientra nelle linee strategiche individuate nel Documento Programmatico Pluriennale 2026-2028 e rappresenta un polo di eccellenza che unisce storia, cultura, tecnologia e ricerca.
ME-Scripta nasce come progetto interno al Museo, con una propria struttura scientifica e operativa, diretto da Susanne Töpfer, curatrice responsabile della collezione papirologica, e con un organico che comprende due curatori, tre collaboratori, un’apprendista e un data manager. Non un’iniziativa estemporanea, dunque, ma una struttura permanente con un orizzonte temporale di almeno nove anni.
Papiri, cocci e legature: tre vie verso l’antico Egitto
Il programma scientifico di ME-Scripta si articola su tre grandi fronti di ricerca. Il primo è dedicato ai papiri e alla filologia: comprende il riassemblaggio e lo studio del cartonnage di Assiut, testi fiscali, economici e letterari del III-II secolo a.C. preziosi per la storia amministrativa dell’Egitto tolemaico, oltre all’edizione critica di circa 25 manoscritti demotici inediti provenienti da Gebelein, che documentano la vita dei templi, le proprietà fondiarie e gli archivi sacerdotali dell’epoca. In questo contesto prende forma anche il progetto ECHiMaP, focalizzato sullo sviluppo di metodologie innovative per rimuovere supporti e adesivi non conservativi applicati in restauri storici — un problema che affligge decine di pezzi in tutto il mondo.
Il secondo fronte riguarda gli ostraca, quei frammenti di calcare e ceramica su cui gli scribi del villaggio operaio di Deir el-Medina annotavano conti, poesie d’amore e memorie personali: il social media dell’antichità, potremmo dire. Il terzo, ribattezzato RE-BIND, affronta il restauro e lo studio di diciassette legature copte della collezione del Museo, manufatti che racchiudono strati di cuoio, papiro e cartonnage databili tra il VII e l’VIII secolo. Tecnologie come la spettroscopia FT-IR, la microtomografia a raggi X e l’imaging 3D permetteranno di ricostruire i volumi nella loro forma originaria e restituirli al contesto monastico di provenienza.
Dal Nilo al cloud: una piattaforma per l’umanità
La visione di ME-Scripta non si esaurisce nei laboratori. Entro il 2034 è previsto il lancio di una piattaforma digitale integrata che, estendendo l’attuale database online TPOP anche agli ostraca, alle pergamene e alle legature, diventerà la prima risorsa al mondo dedicata in modo sistematico alla scrittura egizia attraverso 3.000 anni di storia, con immagini in formato IIIF, trascrizioni digitali e collegamenti alle principali banche dati internazionali.
Il programma prevede anche una forte componente educativa, con contenuti bilingui in italiano e inglese destinati a scuole e università, laboratori aperti e workshop. Il progetto avrà ricadute occupazionali significative: si stima che nell’arco di nove anni oltre 150 professionisti accederanno a programmi di formazione, tra summer school internazionali, tirocini e workshop tecnici su imaging multispettrale, TEI-XML e restauro avanzato.
Torino e il Museo Egizio puntano così a diventare un centro di eccellenza mondiale nel campo della ricerca egittologica, rafforzando partnership già avviate con l’Università di Torino e con l’IFAO del Cairo. In un’epoca in cui le civiltà si studiano sempre più attraverso i dati, quei frammenti di papiro millenari trovano finalmente un posto nel futuro.

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