Quando il futurismo incontra il Rinascimento, lo spazio diventa un palcoscenico dove epoche lontane dialogano attraverso il linguaggio dell’arte. Al Museo Bagatti Valsecchi di Milano, dal 13 febbraio al 2 agosto 2026, la mostra “Depero Space to Space. La creazione della memoria” racconta questo incontro impossibile tra Fortunato Depero e i baroni ottocenteschi Fausto e Giuseppe Bagatti Valsecchi, accomunati dal medesimo desiderio visionario: abitare dentro l’arte, trasformando le proprie dimore in manifesti viventi delle loro convinzioni estetiche.

L’artista che disegnò la modernità italiana

Fortunato Depero nasce nel 1892 a Fondo, in Val di Non, e cresce a Rovereto quando il Trentino apparteneva ancora all’Impero austro-ungarico. La svolta arriva nel 1913, durante un viaggio a Firenze dove scopre sulla rivista “Lacerba” gli scritti di Filippo Tommaso Marinetti, fondatore del futurismo. È folgorazione immediata. L’anno seguente si trasferisce a Roma e incontra Giacomo Balla, con cui nel 1915 firma il manifesto “Ricostruzione futurista dell’universo”, testo che segna l’avvio della cosiddetta seconda fase del futurismo, caratterizzata dalla fusione totale tra arte e vita quotidiana.

La versatilità di Depero è strabiliante: pittore, scultore, scenografo, designer grafico e pubblicitario. Nel 1919 fonda a Rovereto la Casa d’Arte Futurista, laboratorio dove produce giocattoli, arazzi e mobili secondo i principi dell’avanguardia. Ma è con la pubblicità che Depero lascia un segno indelebile nella cultura visiva italiana. La sua collaborazione con Campari, iniziata nel 1924, produce centinaia di manifesti dal lettering aggressivo e dalla composizione dinamica. Nel 1932 disegna l’iconica bottiglietta conica del Campari Soda, ancora oggi in produzione: un cono di vetro smerigliato, senza etichetta, dove il rosso intenso del liquido diventa l’unico elemento identificativo. Un capolavoro di design funzionale che ribalta la forma del bicchiere da cocktail, trasformando il contenitore in comunicazione pura.

Nel 1927 pubblica il leggendario “Depero Futurista”, il “libro bullonato” tenuto insieme da viti metalliche, manifesto tipografico che anticipa di decenni il design editoriale contemporaneo. Tra il 1928 e il 1930 vive a New York, dove disegna copertine per Vanity Fair e Vogue, ma il crollo di Wall Street gli impedisce il successo commerciale sperato. Rientrato in Italia, continua a lavorare instancabilmente fino agli anni Cinquanta, quando realizza il sogno di una vita: nel 1959 inaugura a Rovereto la Galleria Museo Depero, primo museo italiano fondato da un artista futurista, oggi parte del MART. Muore l’anno successivo, il 29 novembre 1960, lasciando un’eredità che ha ridefinito il rapporto tra arte applicata e industria.

Il dialogo impossibile tra Ottocento e Novecento

La mostra milanese, curata da Nicoletta Boschiero e Antonio D’Amico, nasce da un’intuizione folgorante: Depero e i fratelli Bagatti Valsecchi, pur separati da mezzo secolo e da visioni estetiche apparentemente inconciliabili, condividono lo stesso gesto fondativo. Entrambi trasformano edifici storici in contenitori abitabili delle proprie opere, rifiutando la neutralità del museo tradizionale. I baroni milanesi, alla fine dell’Ottocento, allestiscono il loro palazzo neorinascimentale con dipinti, armi, ceramiche e mobili quattrocenteschi, creando un’immersione totale nello stile tardorinascimentale, pur dotando la residenza di riscaldamento, acqua corrente e illuminazione elettrica. Depero, negli anni Cinquanta, sistema le proprie opere futuriste dentro un edificio cinquecentesco a Rovereto, ottenendo un cortocircuito temporale di straordinaria originalità.

L’allestimento di “Space to Space”, progettato dallo studio milanese A-Fact, rifiuta la logica della vetrina museale. Le oltre quaranta opere di Depero – dipinti, arazzi, bozzetti pubblicitari degli anni Trenta-Cinquanta provenienti dal MART e dalla Casa d’Arte Futurista – non vengono presentate come ospiti estranei ma si piegano allo spazio storico, sostituendo temporaneamente opere della collezione permanente o affiancandosi agli arredi Bagatti Valsecchi come complementi naturali. Il risultato è straniante: i colori acidi e le geometrie meccaniche deperiane irrompono tra stucchi dorati, soffitti a cassettoni e mobili intarsiati, generando un dialogo che trasforma entrambe le epoche.

Un’esperienza sensoriale totale

La dimensione immersiva della mostra si completa con l’intervento sonoro di Gaetano Cappa dell’Istituto Barlumen. Alcune sale del museo sono sonorizzate con composizioni che amplificano il senso di meraviglia, trasformando la visita in un’esperienza che coinvolge tutti i sensi. Come spiega lo stesso Cappa, il suono è una costante nell’opera deperiana, dalle tavole parolibere dove le onomatopee si fanno vedere agli occhi, fino alle liriche radiofoniche scritte per essere declamate.

Particolare attenzione la mostra dedica al ViBiBar, leggendario locale progettato da Depero nel 1938 per le Cantine Cavazzani di Bolzano, chiuso da oltre quarant’anni e ora simbolicamente riaperto al Bagatti Valsecchi. I sette pannelli coloratissimi che decoravano il bar – tra cui “Allegoria della Birra e del Vino” e “Il Gallo e le Carte da Gioco” – rivivono attraverso cinque serate speciali (da febbraio a luglio) che trasformano il museo in un elegante bar futurista, con luci soffuse, jazz dal vivo e aperitivi offerti da produttori trentini, in omaggio allo spirito conviviale dell’artista.

Milano e la riscoperta di Depero

La scelta di Milano non è casuale. La città fu per Depero una sorta di patria elettiva: qui nel 1946, sostenuto dal collezionista Gianni Mattioli, presenta un’importante personale alla Galleria Il Camino. E sempre da Milano, nel 1962 – due anni dopo la sua morte – parte la rivalutazione critica dell’artista con una retrospettiva curata da Guido Ballo, seguita nel 1989 dall’esposizione alla Villa Reale. “Space to Space” segna il ritorno di Depero a Milano dopo 35 anni dall’ultima monografica, inserendosi nel programma dell’Olimpiade Culturale Milano Cortina 2026 e godendo del patrocinio di ENIT, Regione Lombardia, Provincia autonoma di Trento, Comune di Milano e Comune di Rovereto.

La mostra solleva una questione teorica fondamentale: dove finisce convenzionalmente il futurismo? La storiografia tradizionale lo considera esaurito nel 1944 con la morte di Marinetti, ma l’opera di Depero dimostra come i principi del movimento – dinamismo, fiducia nel progresso, sintesi tra arte e industria – si siano trasformati e abbiano continuato a produrre risultati innovativi ben oltre quella data simbolica. Le opere degli anni Quaranta e Cinquanta esposte al Bagatti Valsecchi testimoniano un futurismo maturo, capace di dialogare con la tradizione senza rinunciare alla propria identità.

Il catalogo della mostra, pubblicato da Silvana Editoriale, include saggi di Nicoletta Boschiero, Antonio D’Amico, Sara Fontana, Aurora Ghezzi, Francesca Velardita e Federico Zanoner, offrendo una lettura approfondita di questa straordinaria operazione culturale che trasforma il museo in un dispositivo narrativo dove passato e futuro coesistono, dimostrando che la vera modernità non è mai una questione di cronologia ma di visione.