Nella penombra della National Gallery di Londra, un disco celestiale di oltre tre metri e mezzo si manifesta ai visitatori come un portale verso un’epoca dimenticata. Ventiquattro figure femminili danzano in un cerchio perpetuo sotto un firmamento trapunto di quarantotto costellazioni, mentre il sole transita da Vergine a Bilancia e la luna veglia dall’altro lato dell’universo dipinto. È “The Hours” di Edwin Austin Abbey, un’opera che non si vedeva nel Regno Unito da oltre cent’anni, ora protagonista della mostra “Edwin Austin Abbey: By the Dawn’s Early Light”, aperta fino al 15 febbraio 2026.

L’artista che scelse l’esilio per trovare se stesso

Philadelphia, 1852. Nasce Edwin Austin Abbey, destinato a diventare uno dei muralist più celebrati della sua generazione, eppure oggi quasi completamente dimenticato. A ventisette anni, nel 1878, lascia gli Stati Uniti per l’Inghilterra, inviato dalla Harper’s a raccogliere materiale per illustrazioni della poesia di Robert Herrick. Ma quella che doveva essere una missione temporanea si trasforma in un esilio volontario che durerà tutta la vita.

Abbey non tornerà mai più in America. Si stabilisce prima a Londra, poi nel villaggio di Broadway nel Worcestershire, dove incontra altri espatriati americani che, come lui, hanno scelto l’Europa come patria artistica. Tra questi, John Singer Sargent diventerà non solo un amico fraterno, ma anche un compagno di studio. I due artisti condividono spazi creativi, dipingono insieme nella neve del Gloucestershire, collaborano ai murali della Boston Public Library. Quando Abbey morirà di cancro nel 1911, sarà proprio Sargent a completare alcune delle sue opere incompiute per il Campidoglio della Pennsylvania.

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Uno studio che diventa cosmo

Nel 1902, Abbey riceve la commissione che definirà il culmine della sua carriera: decorare il nuovo Campidoglio della Pennsylvania a Harrisburg, un edificio che il presidente Theodore Roosevelt definirà “il più bello che abbia mai visto”. Per la cupola della Camera dei Rappresentanti, Abbey concepisce “The Hours”, un’allegoria del tempo che fonde astronomia, mitologia classica e architettura rinascimentale italiana.

L’opera che oggi si può ammirare alla National Gallery è lo studio preparatorio a metà scala, dipinto tra il 1909 e il 1911 nel suo atelier di Fairford, Gloucestershire, allora il più grande studio d’arte d’Europa. Con i suoi quasi quattro metri di diametro, questa tela ad olio rappresenta le Horae della mitologia greca, personificazioni delle ventiquattro ore del giorno, disposte come i numeri di un orologio astronomico attorno alla circonferenza celeste.

Il cielo che Abbey crea non è una semplice volta stellata, ma una mappa celeste scientificamente accurata, ispirata ai planisferi pubblicati da Peter Apian nel suo “Astronomicum Caesareum” del 1540. Le costellazioni sono indicate da stelle dorate applicate con la tecnica del mordente, che brillano sulla superficie del dipinto. La Via Lattea scorre tra il Sole e la Luna, mentre la composizione potrebbe riferirsi alla posizione dei corpi celesti durante l’equinozio d’autunno, quando giorno e notte si equivalgono in perfetto equilibrio.

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This mystical painting is called“The Hours” (1909-10). It’s by an American illustrator, Edwin Austin Abbey — a contemporary of John Singer Sargent and Mary Cassat. The circular composition evokes the face of a clock, the background is a vision of the celestial bodies. The women are personifications of light, they dance from dawn until dusk and back again. Recently-restored, this painting was a draft for a mural in the Pennsylvania State Capitol Though located in America, it is very European in spirit, showing the influence of nineteenth-century symbolism on this Transatlantic artist. Come see it for yourself at the @National Gallery in London until February 2026. #gifted #arthistory #booktok #symbolism #artnouveau

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Il Rinascimento americano attraverso occhi europei

Abbey appartiene a quella generazione di artisti americani che, dopo la devastazione della Guerra Civile, cerca di costruire un’identità artistica nazionale guardando all’Europa. È l’epoca del cosiddetto American Renaissance, un movimento che dal 1876 al 1917 vede nascere grandiose commissioni pubbliche ispirate all’umanesimo rinascimentale italiano e alle tendenze artistiche europee di fine secolo.

Ma Abbey non è un semplice imitatore. Come nota Christopher Riopelle, curatore della mostra, egli “osserva tutte le tendenze più eccitanti nell’arte europea intorno al 1900, non ultimo il Simbolismo, e le traduce brillantemente in un ‘vernacolare’ americano adatto ai vasti progetti pubblici che stanno sorgendo dall’altra parte dell’Atlantico”. Le sue figure allegoriche uniscono la grazia delle danzatrici preraffaellite con il rigore compositivo della tradizione accademica, creando una sintesi unica che parla contemporaneamente al pubblico americano e a quello europeo.

Un’opera nata tra due continenti

La storia di “The Hours” è essa stessa transatlantica. Nel 1908, Abbey prende in prestito un’intera sala espositiva dell’Università di Londra per mostrare i primi murali destinati ad Harrisburg. Tra gli ospiti figurano re Edoardo VII e la regina Alessandra. Poi, nel 1911, utilizza la vasta Machinery Hall costruita per l’Esposizione Franco-Britannica a White City, Londra, per assemblare le sue scene più grandi, incluse “The Hours” e “The Apotheosis of Pennsylvania”, prima di spedirle attraverso l’Atlantico.

È un’operazione logistica monumentale che riflette l’ambizione del progetto. Il murale finale, installato nel soffitto della Camera dei Rappresentanti, misura oltre sette metri di diametro, il doppio dello studio preparatorio ora esposto a Londra. La tela, lavorata da Abbey sul pieno della sua larghezza di circa quattro metri, è stata dipinta su un lino a trama regolare preparato con una base di bianco di piombo commerciale.

Ritorno e riscoperta

Dopo la morte di Abbey nel 1911, la sua vedova dona oltre tremila opere in vari medium alla Yale University Art Gallery, che oggi conserva la più grande collezione al mondo dei suoi lavori. Lo studio per “The Hours” è rimasto nelle collezioni di Yale, dove è stato oggetto di un meticoloso progetto di restauro in preparazione di questa mostra, la prima dedicata ad Abbey nel Regno Unito dopo oltre un secolo.

L’esposizione alla National Gallery presenta non solo “The Hours”, ma anche studi preparatori per altri elementi decorativi del Campidoglio della Pennsylvania: figure di pionieri come Daniel Boone, statisti come Sir Walter Raleigh, allegorie come “The Spirit of Vulcan” che celebra i lavoratori dell’acciaio e del ferro, industrie centrali per la ricchezza della Pennsylvania dell’epoca. Ogni disegno, ogni studio rivela il processo creativo di Abbey, che produceva centinaia di opere preparatorie per ogni commissione murale.

Un gigante dimenticato torna alla luce

Edwin Austin Abbey fu Accademico Reale, amico di Henry James e John Singer Sargent, pittore della coronazione di Edoardo VII. Rifiutò persino il titolo di cavaliere nel 1907 per mantenere la cittadinanza americana. Eppure oggi è un artista largamente dimenticato, eclissato dai movimenti che seguirono: Fauvismo, Cubismo, Espressionismo. La sua dedizione alla figura umana come portatrice di significato civico, il suo linguaggio allegorico elaborato, sono caduti in disuso nel XX secolo.

Ma guardare “The Hours” oggi significa riscoprire non solo un artista, ma un’intera epoca di ambizioni culturali. Significa vedere l’America della Gilded Age attraverso gli occhi di un espatriato che osservava il suo paese natale da lontano, portandogli i doni dell’arte europea mentre costruiva una monumentalità specificamente americana. Significa contemplare un tempo in cui l’arte pubblica aspirava a insegnare, elevare, connettere i cittadini con le grandi narrazioni della storia e del cosmo.

Le ventiquattro danzatrici di Abbey continuano il loro moto perpetuo, indifferenti al passare dei decenni. Come le ore che rappresentano, tornano sempre, ciclicamente, a ricordarci che nulla è veramente dimenticato, solo in attesa del momento giusto per riemergere.