Nel cuore di Colonia, tra le architetture rigorose del Museum Ludwig, sta prendendo forma uno degli eventi artistici più attesi del 2026. Dal 14 marzo al 2 agosto, il museo tedesco ospita la retrospettiva di Yayoi Kusama, l’artista giapponese che ha trasformato i suoi incubi infantili in visioni ipnotiche capaci di catturare milioni di spettatori in tutto il mondo. Con oltre trecento opere che attraversano sette decenni di creazione ossessiva, questa mostra celebra il cinquantesimo anniversario del museo e segna una tappa fondamentale nell’itinerario europeo dell’artista novantacinquenne.
Un viaggio attraverso settant’anni di arte visionaria
La mostra al Museum Ludwig non è una semplice esposizione: è un’immersione totale nell’universo di un’artista che ha fatto della ripetizione e dell’infinito la sua cifra stilistica. Organizzata in stretta collaborazione con Kusama e il suo studio di Tokyo, la retrospettiva offre una panoramica completa della sua produzione, dalla sua prima opera del 1934 fino alle installazioni commissionate appositamente per questa occasione. Pittura, scultura, installazioni, disegno, collage, performance, moda e letteratura: ogni medium esplorato dall’artista trova spazio nelle sale del museo, estendendosi persino alle terrazze sul tetto dell’edificio.
La versione di Colonia si distingue per alcune installazioni monumentali assenti dall’esposizione inaugurale alla Fondation Beyeler di Basilea. Tra queste spicca Aggregation: One Thousand Boats Show, la prima installazione spaziale creata da Kusama nel 1963 a New York. L’opera consiste in una barca a remi ricoperta da innumerevoli protuberanze falliche bianche in tessuto imbottito, collocata in uno spazio le cui pareti, pavimento e soffitto sono tappezzati da 999 riproduzioni fotografiche della stessa imbarcazione. Un lavoro che anticipò la Pop Art di Andy Warhol e le soft sculpture di Claes Oldenburg, ma che all’epoca venne largamente ignorato a causa del sessismo e del razzismo che l’artista giapponese dovette affrontare nella scena artistica newyorkese degli anni Sessanta.
Le stanze degli specchi e l’obliterazione del sé
Il fulcro emotivo della mostra è rappresentato dalle celebri Infinity Mirror Rooms, gli ambienti specchiati che hanno reso Kusama una delle artiste più fotografate sui social media. Per il Museum Ludwig, l’artista ha creato una nuova stanza degli specchi che riempie la sala più grande del museo, parte di un’installazione immersiva sviluppata appositamente per questa retrospettiva. Questi spazi, dove luci, specchi e pattern ripetitivi creano l’illusione di dimensioni infinite, non sono semplici giochi ottici: rappresentano la materializzazione delle allucinazioni che tormentano Kusama dall’infanzia.
A completare il panorama delle installazioni site-specific c’è I’m Here but Nothing, un ambiente domestico immerso in luce nera e ricoperto da innumerevoli puntini adesivi fluorescenti. Creata nel 2000 e ancora in evoluzione, quest’opera trasforma uno spazio abitativo ordinario in una dimensione parallela, dove ogni superficie diventa tela per l’ossessione puntinata dell’artista. Sulle terrazze del museo, invece, troneggiano imponenti Flowers in bronzo colorato, che dialogano con il paesaggio urbano di Colonia in un contrasto stridente tra natura artificiosa e cemento.
Dai campi di zucche alle gallerie internazionali
Per comprendere l’arte di Kusama occorre tornare al Giappone degli anni Trenta, nella città di Matsumoto dove nacque nel 1929. All’età di dieci anni, la piccola Yayoi cominciò a sperimentare allucinazioni vivide: pattern di pois e fiori che invadevano il suo campo visivo fino a inghiottire l’intera stanza, il suo corpo, l’universo stesso. Come lei stessa ha raccontato, un giorno osservando il motivo floreale rosso della tovaglia sul tavolo, alzò lo sguardo e vide lo stesso pattern ricoprire soffitto, finestre, pareti, fino a estendersi a tutto lo spazio circostante e al proprio corpo.
Invece di soccombere a queste visioni terrificanti, Kusama le trasformò in arte. Il disegno e la pittura divennero la sua terapia, un modo per dare forma e controllare ciò che la sopraffaceva. La sua infanzia fu segnata anche dal trauma di essere costretta dalla madre a spiare le relazioni extraconiugali del padre, esperienza che generò in lei un’avversione permanente verso la sessualità e il corpo maschile. Questi traumi si manifestarono nelle sue sculture falliche degli anni Sessanta, oggetti e mobili ricoperti da forme simboliche che l’artista creava per esorcizzare le proprie paure.
Nel 1957, a ventotto anni, Kusama lasciò il Giappone alla volta di New York, incoraggiata dalla corrispondenza con Georgia O’Keeffe. Nella metropoli americana si gettò nel lavoro con ferocia ossessiva, dipingendo le sue Infinity Nets – tele lunghe fino a dieci metri ricoperte da archi ripetitivi – dall’alba al tramonto. Fu in questo periodo che sviluppò la sua concezione dell’arte ambientale: i pattern che dipingeva si espandevano oltre la tela, invadendo pavimenti e pareti, ricreando le allucinazioni della sua infanzia in forma tangibile.
L’eredità di una pioniera dimenticata e riscoperta
Kusama divenne parte della cerchia artistica legata ad Andy Warhol, ma tornò presto in Giappone dove sviluppò una forma inconfondibile di Pop Art. Le sue performance anti-guerra degli anni Sessanta, denominate Anatomic Explosions, vedevano corpi nudi ricoperti di pois come protesta contro il Vietnam e il militarismo. Queste azioni radicali anticiparono l’arte performativa contemporanea, ma l’artista rimase nell’ombra fino alla retrospettiva del 1989 al Center for International Contemporary Arts di New York.
Dal 1977 Kusama vive volontariamente in un’istituzione psichiatrica a Tokyo, attraversando quotidianamente la strada per raggiungere il suo atelier in un quartiere residenziale della capitale. Nonostante le difficoltà mentali, non ha mai smesso di creare. La sua pratica artistica ruota attorno alla natura e al suo stato di continua trasformazione, al divenire e al decadere, all’infinitezza dell’universo in cui tutto ciò che esiste è destinato a perire. I puntini che utilizza per ricoprire oggetti e persone sono espressione di questa visione del mondo, proprio come le sue Infinity Mirror Rooms.
Un ponte tra Oriente e Occidente
La mostra al Museum Ludwig assume un significato particolare considerando che il museo possiede un’opera di Kusama fin dalla sua fondazione nel 1976, parte della donazione storica dei collezionisti Peter e Irene Ludwig. Questo legame di quasi cinquant’anni viene ora celebrato con una retrospettiva che evidenzia la varietà dei mezzi espressivi impiegati dall’artista nel corso degli anni. Come ha affermato Kusama stessa: “Nei miei oltre settant’anni come artista, sono sempre stata in soggezione di fronte alla meraviglia della vita. Più di ogni altra cosa, questo forte senso della forza vitale nell’espressione artistica è ciò che mi ha sostenuto e mi ha dato il potere di superare sentimenti di depressione, disperazione e tristezza”.
Oggi Kusama è riconosciuta come una delle artiste più influenti del XX e XXI secolo, con un’eredità che ha ispirato generazioni di creatori a sperimentare con pattern, ripetizione e arte immersiva. Le sue opere sfidano le convenzioni dello spazio, dell’identità e dell’infinito, mescolando aspetti della cultura tradizionale giapponese con una visione unica e personale del mondo. I suoi lavori hanno raggiunto una popolarità immensa, risuonando presso un pubblico globale che trova nelle sue Infinity Rooms l’incarnazione perfetta di un’epoca ossessionata da immagini e riflessi infiniti.
La retrospettiva al Museum Ludwig rappresenta un’occasione irripetibile per confrontarsi con l’opera di un’artista che ha trasformato il dolore in bellezza, l’ossessione in metodo, la follia in visione. Un viaggio attraverso puntini, specchi e infinite riflessioni che non si limita a documentare una carriera straordinaria, ma invita ogni visitatore a perdersi – letteralmente – nell’universo sconfinato di Yayoi Kusama.

Curioso per natura, vivo la vita come se non ci fosse un domani.
Appassionato di enogastronomia e viaggi, racconto storie di sapori, tradizioni e culture attraverso itinerari culinari e destinazioni autentiche. Esploro territori, scopro vini, piatti e prodotti locali, condividendo esperienze sensoriali e consigli pratici per viaggiatori enogastronomici. Amo immergermi nelle tradizioni di ogni luogo, catturando l’essenza di culture diverse e facendo emergere il legame tra territorio e gastronomia. Con uno stile vivace e coinvolgente, trasformo ogni racconto in un’esperienza da gustare e vivere, ispirando chi desidera scoprire il mondo attraverso i suoi sapori autentici. Per me, viaggio e cucina sono strumenti di conoscenza e confronto, capaci di unire le persone e arricchire l’anima.




































