C’è un momento, nella vita di quasi ogni lettore, in cui un libro smette di essere un oggetto da tenere in mano e diventa qualcosa di più scomodo: uno specchio. Non il tipo di specchio liscio e compiacente che restituisce un’immagine addomesticata, ma quello obliquo, leggermente deformante, che coglie l’angolo del viso che preferiamo non guardare. “Apriti”, la seconda raccolta di racconti dello scrittore gallese Thomas Morris, pubblicata in Italia nel febbraio 2026 da Sur nella traduzione di Martina Testa, è esattamente quel tipo di specchio. E una volta che lo si è avuto in mano, è difficile posarlo senza averne ricevuto un segno.
Il titolo italiano — traduzione dell’originale inglese Open Up — è già un programma, una dichiarazione di intenti o forse un’ingiunzione: apriti. Spalanca qualcosa. Esponiti. Ma i personaggi che Morris racconta si scontrano proprio con questa impossibilità. Aprirsi è la cosa che fa più paura, l’azione che si rimanda, che si sabota, che si sostituisce con patetici meccanismi di difesa. Il titolo non è un invito rassicurante: è la descrizione di una lotta.
Una suite di voci, non una semplice raccolta: la struttura musicale del libro
Morris stesso considera “Apriti” non una raccolta ma una sequenza di racconti, quasi una suite musicale: cinque movimenti separati tenuti insieme da note e toni che risuonano tra una storia e l’altra. L’idea non è decorativa. Quando l’autore ha scritto il racconto d’apertura, Galles, qualcosa si è illuminato: è stato come battere un cucchiaino contro un bicchiere, ha detto lui stesso — un suono preciso, che si è rivelato già presente in tutte le altre storie. Questa coerenza interiore si percepisce nella lettura. I cinque pezzi non si limitano a coesistere: si parlano, si rispondono, si amplificano a vicenda come variazioni su un tema.
La raccolta si muove raccogliendo e aggiornando una tradizione che va da James Joyce a Clarice Lispector a Italo Calvino. Non si tratta di citazionismo accademico, ma di una genealogia emotiva: Morris ha cercato, come racconta, una voce interiore, sommessa, capace di raggiungere luoghi che il realismo convenzionale non tocca. L’ha trovata in Franz Kafka, Clarice Lispector e Virginia Woolf, dopo aver compreso che il suo primo libro aveva raggiunto un soffitto oltre il quale non riusciva ad andare. “Apriti” nasce dunque da una crisi creativa reale, da un confronto onesto con i propri limiti, e questo — paradossalmente — lo rende un libro più vivo, più necessario.
Cinque personaggi che non sanno come stare al mondo: i protagonisti dei racconti
In “Apriti” si incontrano cinque protagonisti molto diversi: in Galles, un bambino di dieci anni appassionato di calcio; in Aberkariad, un cavalluccio marino impegnato in un viaggio di scoperta; in Il piccolo mago, un impiegato frustrato; in Il passeggero, un turista in vacanza con la fidanzata; e in Denti di compleanno, un ragazzo convinto di essere un vampiro.
Scritto così, il catalogo potrebbe sembrare bizzarro, perfino capriccioso. Ma ogni personaggio è scelto con una precisione quasi chirurgica per portare alla luce una specifica forma di chiusura emotiva. Il bambino di Galles vive nel confine fragile tra il mondo interiore magico dell’infanzia e la realtà più dura degli adulti, incarnata dalla figura del padre. L’impiegato di Il piccolo mago — frustrato dalla propria statura fisica oltre che dalla propria marginalità sociale — trasforma il risentimento in una guerra silenziosa contro il mondo. Il giovane di Il passeggero è incapace di abitare la felicità anche quando la tiene in mano: la vacanza con la donna che ama diventa un labirinto di ansia, distanza, autoboicottaggio. E poi ci sono le storie che si spingono fuori dai confini del reale: il vampiro ventenne di Denti di compleanno che mette da parte i soldi per farsi limare i denti in zanne, convinto di appartenere a un’altra specie; e la famiglia di cavallucci marini di Aberkariad, alle prese con la paura del sesso e le responsabilità dell’amore.
È su questi ultimi due che vale la pena soffermarsi, perché dicono qualcosa di essenziale sul metodo di Morris. Il fantastico, nei suoi racconti, non è evasione ma amplificazione. Serve a rendere visibili paure, desideri e nevrosi che nel realismo puro resterebbero sottotraccia. Un giovane che si identifica come vampiro non è una trovata surreale: è la metafora più precisa che esista per descrivere chi si sente strutturalmente diverso, incapace di nutrirsi delle cose ordinarie della vita, condannato a stare ai margini. E i cavallucci marini che parlano di sesso e di amore con goffaggine segnano con ironia tagliente gli stessi imbarazzi che qualsiasi lettore umano riconoscerebbe immediatamente.
Il realismo psicologico come metodo: penetrare l’interiorità senza giudicarla
Sally Rooney, che ha definito il libro “geniale, divertente, disturbante”, ha descritto come leggere questi racconti permetta di immergersi nella vita dei protagonisti, di abitare la loro mente e il loro corpo, provando quell’intensa miscela di empatia, identificazione, desiderio e ripugnanza che è una caratteristica distintiva della buona letteratura.
Quella parola — ripugnanza — è importante. Morris non ammorbidisce i suoi personaggi per renderli simpatici. Non li assolve. Li lascia nella loro imperfezione, nella loro goffaggine talvolta insopportabile, nella loro incapacità di essere all’altezza delle situazioni e delle persone che li circondano. Eppure, leggendoli, qualcosa si muove. I personaggi sono goffi, disfunzionali, a volte respingenti, ma non vengono mai ridotti a caricature. Anzi, nel loro modo imperfetto di stare al mondo finiscono per diventare specchi.
Morris scrive con una lingua limpida, accessibile, ma mai semplificata. Ogni frase sembra muoversi con naturalezza e, allo stesso tempo, colpire un punto scoperto. Questo equilibrio è raro. Molta letteratura psicologicamente ambiziosa scivola nell’ermetismo o nel compiacimento stilistico. Morris resta sempre vicino al lettore, anche nei momenti più vertiginosi. La sua prosa non si esibisce: lavora. Ogni parola è al servizio di quel viaggio verso l’interno che è il vero obiettivo del libro.
La fragilità maschile come territorio letterario: un’indagine senza retorica
In cinque potenti racconti Thomas Morris mette a nudo lucidamente, dolorosamente, ma non senza ironia, gli aspetti della psiche di cui è più difficile parlare: le vulnerabilità, le paure, le paranoie, il senso di inadeguatezza e di rivalsa, le barricate emotive che si erigono di fronte agli altri.
La fragilità maschile è diventata negli ultimi anni un tema ricorrente nella narrativa contemporanea, ma raramente viene trattata con la profondità e l’onestà che Morris riesce a raggiungere. Troppo spesso i libri che affrontano questo territorio finiscono per fare una delle due cose: o giudicano i personaggi dall’alto, usando le loro debolezze come materiale di critica sociale; oppure li assolvono sentimentalmente, trasformando la loro incapacità emotiva in qualcosa di romantico. Morris non fa né l’una né l’altra cosa. La sua attenzione è rivolta alla maschilità contemporanea, osservata non come identità monolitica ma come territorio fragile, attraversato da insicurezze, senso di inadeguatezza e paura del fallimento emotivo. È una scrittura che non giudica, ma espone, lasciando al lettore il compito di riconoscersi o di prendere le distanze.
Questa posizione narrativa — esporre senza giudicare — è eticamente e artisticamente coraggiosa. Richiede una fiducia profonda nel lettore, la convinzione che la letteratura non abbia bisogno di insegnare una lezione per essere significativa. Morris non offre soluzioni né consolazioni. Non costruisce personaggi esemplari e non cerca mai la rassicurazione. E proprio per questo i suoi personaggi restano impressi, perché li sentiamo veri come lo sono le cose che non si risolvono.
Un autore gallese con radici irlandesi: il profilo di Thomas Morris
Per comprendere appieno “Apriti” è utile sapere da dove viene il suo autore. Thomas Morris è nato a Caerphilly, in Galles, nel 1985, e vive da molti anni a Dublino. È stato a lungo editor della rivista letteraria The Stinging Fly, dove ha scoperto e contribuito a lanciare molte delle migliori voci irlandesi degli ultimi anni. Questo doppio ancoraggio — gallese di nascita, irlandese per adozione letteraria — non è irrilevante. Il Galles di Morris è un luogo preciso, non generico: è la periferia, il grigio dei quartieri operai, il calcio domenicale come rito sociale, la mascolinità trasmessa di padre in figlio come un codice che non si spiega mai, si eredita soltanto.
La sua prima raccolta di racconti, We Don’t Know What We’re Doing, nel 2016 ha vinto il premio per il miglior libro gallese dell’anno. Nel 2023 Morris è stato incluso dalla rivista Granta nella prestigiosa antologia Best of Young British Novelists. “Apriti” — l’originale inglese Open Up — è la seconda raccolta, acclamata dalla critica e segnalata fra i migliori libri dell’anno da Ali Smith sul New Statesman e da Roddy Doyle sull’Irish Times, ed è stata candidata al Dylan Thomas Prize. Il riconoscimento internazionale non ha tolto nulla alla densità locale della sua scrittura: Morris è uno scrittore che conosce i luoghi di cui scrive dall’interno, non dalla distanza.
Il rapporto tra realtà e fantastico: dove il confine si fa poroso
Uno degli aspetti più originali di “Apriti” è il modo in cui Morris gestisce il confine tra reale e immaginato. Non si tratta di realismo magico in senso tradizionale, né di fantascienza, né di letteratura dell’assurdo. Questi racconti non sono sempre limitati dai confini di quella che di solito chiamiamo realtà: uno è ambientato completamente sott’acqua, in una famiglia di cavallucci marini; in un altro, il protagonista ricorda nel dettaglio l’esperienza di essere stato rapito dagli alieni a otto anni.
Ma ciò che rende questi elementi straordinari non è la loro stranezza in sé, bensì il fatto che vengano trattati con la stessa serietà fenomenologica dei dettagli più banalmente realistici. Si chiede il lettore: “è successo davvero”? Forse sì, o forse no. Quello che conta è che è davvero successo per il personaggio. Pur di essere fedele al mondo interiore dei suoi protagonisti, Morris è pronto a sbarazzarsi di qualunque convenzione, anche di quella che potremmo chiamare la convenzione della realtà stessa.
Questa scelta narrativa ha implicazioni profonde. Suggerisce che la verità emotiva di un’esperienza è più importante della sua verificabilità fattuale. Se un personaggio ricorda di essere stato rapito dagli alieni, quella memoria — vera o distorta che sia — ha plasmato la sua psicologia, ha lasciato un solco. La letteratura, dice Morris con il suo metodo, non è tenuta a certificare la realtà: è tenuta a restituirne la texture interiore.
La traduzione di Martina Testa e l’edizione italiana
Non si può discutere di “Apriti” in italiano senza riconoscere il lavoro di Martina Testa, la traduttrice che ha portato il testo di Morris nella nostra lingua. Sur — casa editrice romana di riferimento per la narrativa internazionale di qualità — ha scelto bene: Testa è una delle traduttrici più raffinate del panorama italiano, capace di preservare quella tensione tra semplicità e profondità che caratterizza la prosa di Morris. La lingua dell’originale è, per ammissione dell’autore, volutamente accessibile ma mai semplificata. Restituire questo equilibrio in italiano — mantenendo il ritmo, l’ironia sottile, la precisione sensoriale — è un’impresa non banale, e la riuscita dell’edizione italiana ne è la prova.
Perché leggere “Apriti” oggi: la necessità di questo libro
Ogni stagione editoriale produce libri importanti e libri necessari. La differenza è sottile ma reale: i libri importanti ampliano il canone, aggiungono un nome a una lista, completano una mappatura. I libri necessari parlano a qualcosa che brucia, che non si è ancora detto abbastanza, che aspettava di essere nominato. “Apriti” appartiene alla seconda categoria.
È un libro che parla in modo diretto della fragilità maschile, ma che in realtà riguarda chiunque abbia sperimentato il senso di inadeguatezza, la paura di non essere all’altezza, il desiderio di essere visti davvero. In questo senso, il libro supera i confini della narrativa sul genere e diventa qualcosa di più universale: una meditazione sulla difficoltà di esporsi, di essere autentici, di permettere agli altri di entrare nel nostro spazio più vulnerabile.
Una voce critica lo ha descritto come un’eccellente indagine su giovani uomini che non vivono appieno la propria vita. Ma forse la definizione più giusta è quella che emerge dalla lettura stessa: Morris costruisce un percorso di esposizione emotiva che richiede attenzione e disponibilità. Non è un libro che si lascia leggere comodamente. Disturba, irrita, costringe a fermarsi. E proprio in questi momenti di resistenza risiede la sua forza maggiore.
Ali Smith ha scritto che “la raccolta si apre e si chiude con due dei racconti più belli che abbia mai letto”, e che “Thomas Morris è uno scrittore senza paragoni”. Non sono parole di circostanza, e la lettura le conferma. “Apriti” è un libro che resta. Che lascia qualcosa addosso — un disagio produttivo, una finestra socchiusa su parti di sé che si preferiva tenere chiuse. Come suggerisce il titolo, del resto. Apriti. Che tu voglia o no.

Apriti
di Thomas Morris
Sur, 2026 (185 pag.)
































