Pubblicato da Einaudi nel gennaio 2026 nella collana “I coralli”, “Lunario dei giorni insonni” di Elvira Seminara è un romanzo che ribalta le convenzioni del vivere quotidiano, trasformando l’insonnia da maledizione a privilegio. La protagonista Iris, quarantanovenne che si ribattezza Ariel nel teatro della propria coscienza, ha scelto la notte come dimensione esistenziale. Non per costrizione, ma per libera elezione: vegliare significa abitare un mondo parallelo, popolato da un’umanità diversa, più autentica perché spogliata delle maschere diurne.
La scrittrice catanese, giornalista e docente universitaria, costruisce un’opera che sfugge alle categorizzazioni facili. Non è un romanzo sull’insolenza, sebbene l’insonnia ne sia il battito ritmico. È piuttosto un affresco antropologico su chi abita i margini, su chi ha scelto di abitare il confine tra luce e tenebra, tra presenza e assenza, tra memoria e oblio.
La confraternita segreta degli insonni
Il settembre infuocato che non vuole finire diventa lo scenario di una rivelazione progressiva. Iris scopre di appartenere a una stirpe antica e smisurata: quella degli insonni, creature di confine che abitano il tempo rovesciato della veglia. Una confraternita segreta, dispersa ovunque, fatta di persone che temono i sogni perché sanno che dicono il vero, o che cercano nella notte una possibilità che il giorno ha negato.
La Seminara dipinge questi personaggi con una delicatezza chirurgica: Jacopo, il coinquilino che ordina le matite per altezza e dispone i piatti arancioni per stimolare le endorfine, tentando di esorcizzare una depressione condivisa attraverso il controllo maniacale dei dettagli. Aida, la vecchia vicina affetta da demenza, che dimentica tutto tranne il dolore, e che nelle passeggiate notturne chiama Iris con il nome di Elisa, la figlia perduta.
Il teatro della coscienza e la sovversione della tristezza
La protagonista lavora online insegnando letteratura a manager in cerca di citazioni pronte all’uso, un’ironia amara sul consumo superficiale della cultura. Ma la sua vera occupazione è comporre mappe per orientarsi nel caos, tracciare cartografie emotive di un’esistenza frammentata. Il nome Ariel che si autoattribuisce non è un vezzo: è angelo della cura, dell’ira e della creazione. Angelo e demone insieme, come recita lei stessa.
La tesi centrale del romanzo è audace: la tristezza è un sentimento sovversivo di cui prendersi cura. Non qualcosa da guarire, ma da custodire come forma di resistenza alla felicità obbligatoria, al cinismo performativo della società contemporanea. Iris ha imparato a vivere in disparte per tenere a bada ogni istinto di felicità, dopo un matrimonio naufragato e molti entusiasmi evaporati. La notte diventa il rifugio dove questa architettura difensiva può finalmente abbassare le guardie.
La geografia dell’impossibile e il contagio della vita
Il romanzo è ambientato in un residence sul mare siciliano, descritto come “un perfetto campo di osservazione delle piccole assurdità umane”. La Sicilia della Seminara non è quella dei clichè turistici, ma un laboratorio esistenziale dove il caldo eccessivo, la luce abbacinante e il mare onnipresente diventano complici della sospensione temporale.
C’è un luogo simbolico che attraversa le pagine: Alert, l’insediamento umano più a nord del pianeta, dove Iris immagina siano ibernati tutti i sogni che non ha realizzato. Ma anche ad Alert i ghiacci si sciolgono, ci ricorda l’autrice, in una metafora climatica ed emotiva insieme: nulla rimane congelato per sempre, nemmeno le difese più artiche dell’anima.
Lo stile ipnotico e la prosa effervescente
Definita “giornalista e pop artist”, Seminara porta nella narrativa una sensibilità ibrida. La sua prosa è effervescente e ipnotica, come la descrive la stessa casa editrice, capace di passare dal registro comico a quello lirico senza strappi. I dialoghi sono affilati, le descrizioni precise ma mai didascaliche, i monologhi interiori di Iris hanno il ritmo sincopato del pensiero vero, quello che non si lascia addomesticare dalla sintassi.
L’autrice, che annovera tra i suoi maestri Calvino, Borges e Saramago, pratica una scrittura ibridata che mescola canoni e generi. In questo romanzo l’influenza calviniana si percepisce nella struttura combinatoria delle notti, ciascuna con le sue epifanie e rivelazioni, come in un lunario letterario dove ogni veglia è una stazione diversa verso la comprensione.
Il legame che dilata l’orizzonte
Il rapporto tra Iris e Aida è il nucleo emotivo del libro. Questa amicizia nata per caso, tra una donna che fugge la vita e una donna che sta perdendo la memoria, diventa paradossalmente il luogo dove la vita si infiltra. Quando Aida la chiama Elisa, Iris non corregge, ma accetta di diventare temporaneamente la figlia assente, regalando alla vecchia signora frammenti di una relazione che la malattia ha cancellato.
Nella scena notturna sulla piattaforma di legno, illuminata dalla superluna, con Aida stesa su un cumulo di foglie di pomelia, Iris le racconta storie di animali liberati dalle gabbie. È un momento di grazia narrativa assoluta, dove la finzione diventa più vera della realtà, dove mentire per amore significa restituire dignità a chi la vita sta derubando.
La bellezza nascosta del mondo
Il romanzo regala una protagonista spigolosa e stralunata il cui sguardo sa sempre posarsi sulla bellezza nascosta del mondo. Questa è forse la conquista più preziosa del libro: dimostrare che anche chi ha eretto barriere, chi ha scelto la solitudine come forma di sopravvivenza, chi diffida della felicità come di una trappola, può ancora intravedere la meraviglia.
Non si tratta di una conversione, di un lieto fine edificante. Iris rimane fedele alla sua natura ritrosa, al suo bisogno di vegliare mentre il mondo dorme. Ma la vita, come scrive la Seminara, si infiltra dappertutto. E l’insonnia, da condanna solitaria, diventa la porta d’accesso a una comunità invisibile di anime notturne, ciascuna con le proprie ferite, ma unite dalla scelta di non arrendersi al sonno, metafora di ogni resa.
Un romanzo necessario per il nostro tempo
“Lunario dei giorni insonni” è un libro che arriva al momento giusto. In un’epoca che celebra l’ottimismo obbligatorio, la produttività incessante, l’esibizione perpetua della felicità sui social, Seminara ha il coraggio di celebrare gli sconfitti, i marginali, chi ha scelto di abitare le periferie temporali ed emotive dell’esistenza.
La narrazione procede per accumuli lenti, per rivelazioni graduali, rispettando il ritmo notturno che è la sua cifra. Non ci sono colpi di scena, ma epifanie silenziose. Il gatto che forse esiste o forse no, i piccoli dispetti tra coinquilini, le passeggiate sul lungomare deserto: tutto contribuisce a costruire un affresco dove il quotidiano diventa strumento di conoscenza.
L’autrice ha al suo attivo numerosi romanzi tradotti in diverse lingue, da “L’indecenza” (2008) fino a “Diavoli di sabbia” (2022), sempre per Einaudi, dove ha pubblicato anche il precedente “Atlante degli abiti smessi” (2015), altro esperimento di catalogazione esistenziale. In questo nuovo lavoro conferma una maturità stilistica e una consapevolezza narrativa che la pongono tra le voci più interessanti della narrativa italiana contemporanea.

Lunario dei giorni insonni
di Elvira Seminara
Einaudi, 2026 (224 pag.)





































