C’era un uomo, nella Los Angeles dorata e allucinata del 1968, che prendeva in mano qualunque chitarra gli capitasse a tiro e cominciava a suonare. Le sue canzoni non erano mai le stesse due volte di seguito: nascevano dall’improvvisazione pura, si dispiegavano nell’aria come fumo e svanivano per sempre. Chi lo sentiva restava a bocca aperta. Tra questi c’era Neil Young — già una leggenda vivente, già l’autore di Everybody Knows This Is Nowhere — che avrebbe descritto quell’uomo come qualcosa di simile a Bob Dylan, ma più oscuro, più sfuggente, senza un messaggio decifrabile eppure irresistibilmente magnetico. Quell’uomo si chiamava Charles Manson. E prima di diventare il simbolo del Male assoluto, aveva accarezzato — con un’intensità quasi disperata — il sogno di diventare una rock star.
Neil Young e il musicista che nessuno voleva firmare
Siamo nella seconda metà del 1968. Neil Young frequenta con una certa assiduità Dennis Wilson, il batterista dei Beach Boys, che in quel periodo abita una villa smisurata al 14400 di Sunset Boulevard. È una di quelle case dove la porta non si chiude mai davvero, dove la musica scorre insieme alla droga e al sole californiano. Ed è lì, in uno di quei pomeriggi senza orario, che Young incontra per la prima volta un tale di nome Charlie.
Charlie prende la chitarra dalle mani di Young e comincia a suonare. Non si ferma. Le canzoni si moltiplicano, cambiano, si trasformano, nessuna uguale all’altra. Young resterà colpito al punto da parlarne nella sua autobiografia Waging Heavy Peace (2012), definendo quelle composizioni affascinanti, paragonando il loro autore a Dylan, annotando però come fosse difficile intravedere un messaggio coerente in quell’oceano di parole e accordi. In un’intervista del 1985 con il giornalista Bill Flanagan, Young si spinse ancora più in là: lo descrisse come un poeta vivente, qualcuno che aveva qualcosa di folle e grande allo stesso tempo, una fonte inesauribile di musica che sgorgava e non si fermava mai.
Abbastanza da fare una cosa concreta: Young si recò da Mo Ostin, il potente dirigente della Reprise Records — la sua etichetta — e gli raccomandò di ascoltare quel tizio. Ostin indagò, poi scosse la testa. Qualcuno ci aveva già provato: Terry Melcher, figlio dell’attrice Doris Day e uno dei produttori più influenti dell’epoca (aveva lavorato con i Byrds), aveva già valutato Manson e aveva deciso di lasciar perdere. L’affare era chiuso.
Dennis Wilson e l’estate più pericolosa della storia del rock
Per capire come Manson fosse arrivato fino alla porta di Neil Young, bisogna tornare indietro di qualche mese. Nella primavera del 1968, Dennis Wilson stava percorrendo in auto le strade di Malibu quando si fermò a raccogliere due giovani autostoppiste. Le portò a casa sua. Quando tornò dallo studio di registrazione, trovò la villa occupata da una dozzina di sconosciuti, in prevalenza donne, e un piccolo uomo intenso che lo salutò come se fosse padrone di casa. Era Charlie. La Manson Family si era appena trasferita da lui.
Wilson fu travolto dal carisma di quell’uomo. Lo introdusse nella sua cerchia, lo portò in giro nell’industria musicale losangelina, gli aprì le porte dello studio casalingo del fratello Brian a Bel Air, dove vennero registrate diverse sessioni. Steve Desper, l’ingegnere del suono dei Beach Boys presente a quelle session, avrebbe ricordato anni dopo che Manson aveva davvero talento musicale. Le registrazioni esistono ancora, ma non sono mai state pubblicate — e probabilmente non lo saranno mai, strozzate dal peso della storia.
Wilson si spinse a credere nel futuro discografico di Manson al punto da volerlo mettere sotto contratto con la Brother Records, l’etichetta dei Beach Boys. Ma il rapporto tra i due si deteriorò rapidamente, consumato dagli eccessi di Manson, dalla sua instabilità crescente, dalle minacce velate e poi sempre meno velate. Quando i Beach Boys registrarono una versione rimaneggiata di una canzone di Manson — Cease to Exist, trasformata da Dennis in Never Learn Not to Love e pubblicata come lato B di un singolo nel dicembre 1968 e poi nell’album 20/20 — senza riconoscergli la paternità del testo, Manson andò su tutte le furie. Lasciò un proiettile a casa di Wilson come avvertimento. Il messaggio era inequivocabile.
“Never Learn Not to Love”: la canzone più inquietante della storia dei Beach Boys
Never Learn Not to Love è una di quelle canzoni che, sapendo quello che c’è dietro, non si riesce più ad ascoltare con serenità. Dennis Wilson la accreditò a sé stesso, modificò parte del testo originale di Manson e pagò all’ex detenuto una somma di denaro — Wilson avrebbe dichiarato nel 1971 di avergli dato l’equivalente di circa centomila dollari in beni e denaro, più una motocicletta — in luogo delle royalties. Ma Manson non era interessato al denaro tanto quanto ai crediti: quelle parole erano sue, parte di un sistema di controllo e di un messaggio che intendeva veicolare attraverso la musica.
La canzone fu pubblicata il 2 dicembre 1968 come lato B di Bluebirds Over the Mountain e raggiunse la posizione numero 61 nella Billboard Hot 100. Ironia della sorte: il pezzo più oscuro mai inciso dai Beach Boys ottenne un risultato commerciale dignitoso mentre il suo vero autore si avvitava verso il baratro. Meno di un anno dopo la sua uscita, nell’agosto 1969, la Manson Family avrebbe compiuto gli omicidi di Tate e LaBianca, sette vittime in due notti, che avrebbero cancellato per sempre l’illusione dell’estate dell’amore e segnato la fine dei Sessanta come stagione spirituale.
Il poeta vivente che divenne il simbolo del Male
C’è qualcosa di profondamente perturbante nel tentare di tenere separati i due piani: quello di un uomo che aveva, oggettivamente, un talento musicale riconoscibile — e riconosciuto da persone tutt’altro che sprovvedute come Neil Young, Dennis Wilson e lo stesso ingegnere del suono dei Beach Boys — e quello del criminale che avrebbe orchestrato alcuni degli omicidi più efferati della storia americana.
Manson aveva imparato a suonare la chitarra in prigione, dove aveva trascorso buona parte della sua vita adulta prima di uscire nel 1967. Quando arrivò a San Francisco in piena Summer of Love, aveva trentadue anni e un sogno musicale bruciante. La sua tecnica era imperfetta, la sua voce non era quella di un professionista, ma la sua capacità di creare musica dal nulla, in tempo reale, con un’intensità quasi sciamanica, colpiva chiunque lo ascoltasse. Il musicologo Andrew Doe ha scritto che i nastri delle session con i Beach Boys esistono ancora, ma che difficilmente vedranno mai la luce a causa del marchio indelebile che il nome Manson porta con sé.
Nel 1970, durante il suo processo per omicidio, uscì il suo unico album ufficiale: Lie: The Love and Terror Cult, tredici tracce registrate tra il 1967 e il 1968, di cui vennero distribuite circa duemila copie e ne furono vendute solo trecento. Una recensione dell’epoca su AllMusic, firmata da Theodor Grenier, descriveva la versione originale di Cease to Exist come una delle esecuzioni più caratteristiche e memorabili dell’intero disco.
La canzone che Neil Young scrisse dopo
Gli incontri con Manson lasciarono una traccia profonda e indelebile in Neil Young. Nel 1974, incise Revolution Blues per l’album On the Beach — un pezzo cupo, angosciante, direttamente ispirato a Manson e alla follia che aveva attraversato la Los Angeles di quegli anni. I suoi compagni di band in quel periodo, tra cui David Crosby, si rifiutarono di eseguirla dal vivo, a disagio all’idea di condividere un palco con quella canzone. Young rispose con la sua consueta intransigenza: era solo una canzone, era la cultura, era quello che stava davvero accadendo.
Nessuno nella storia del rock ha trasformato un incontro con il Male in arte con la stessa lucidità di Neil Young. Non cercò di rimuovere quell’esperienza, non la negò, non si dissociò pubblicamente con comunicati stampa. La metabolizzò, la convocò, la mise su un disco. È lo stesso istinto che lo aveva portato a riconoscere il talento di Manson senza per questo smettere di vedere chiaramente l’uomo instabile e pericoloso che aveva di fronte.
Il confine sottile tra genio e abisso
La storia di Charles Manson e della musica non è una storia su come il rock possa produrre mostri. È qualcosa di più sottile e più inquietante: è la storia di un talento reale, mai pienamente sviluppato, mai canalizzato, che si è trasformato in qualcosa di irrecuperabile. È la storia di un’industria musicale che, per ragioni varie — il giudizio di Terry Melcher, le resistenze di Mo Ostin, la progressiva dissoluzione del rapporto con Dennis Wilson — ha chiuso le porte a un uomo che le voleva disperatamente aperte.
Non si tratta di romanticizzare Manson né di cercare attenuanti per crimini inenarrabili. Si tratta di riconoscere che la storia della musica è anche fatta di queste crepe, di questi momenti in cui il confine tra ciò che sarebbe potuto essere e ciò che è stato si assottiglia fino a scomparire, lasciando solo il peso enorme di quello che è accaduto dopo.
Charlie prendeva la chitarra e suonava. Le canzoni non erano mai le stesse due volte. Neil Young le ascoltò, rimase affascinato, cercò di fare qualcosa. Non andò in nessun posto. E il resto, come si suol dire, è storia. Una storia che fa ancora male.

Appassionata di musica, racconto storie, emozioni e tendenze che vibrano nel mondo sonoro di oggi. Attraverso interviste, recensioni e approfondimenti, esploro generi diversi, dal mainstream alle scene indipendenti, con uno sguardo attento ai talenti emergenti e alle icone della musica internazionale. Amo immergermi nelle note e nei testi per offrirne una lettura originale e coinvolgente, capace di raccontare non solo i brani, ma anche le storie dietro gli artisti e le influenze che plasmano le loro opere. Con uno stile fresco e appassionato, cerco di trasmettere al pubblico l’energia e la magia della musica, strumento di cultura, emozione e condivisione universale.































