Nelle acque cristalline dell’Australia settentrionale, i delfini hanno riscritto le regole del corteggiamento animale. Non si tratta di piume variopinte o canti melodiosi, ma di spugne marine indossate come accessori di moda. Un comportamento tanto bizzarro quanto sofisticato, documentato dalla scienza e pubblicato sulla prestigiosa rivista Scientific Reports, che svela quanto ancora ci sia da scoprire sull’intelligenza dei cetacei.

I maschi di delfino gobbo australiano (Sousa sahulensis) non si limitano a mostrare la loro forza o velocità alle femmine. Selezionano con cura spugne marine di diverse forme, dimensioni e colori, le posizionano sul capo come fossero cappelli e nuotano esibendole in presenza delle potenziali partner. A volte le offrono anche direttamente, in un gesto che ricorda l’offerta di fiori nel corteggiamento umano.

Questa scoperta arriva dopo oltre un decennio di osservazioni condotte dal team della ricercatrice Holly Raudino del Department of Biodiversity, Conservation and Attractions dell’Australia Occidentale, nelle acque che bagnano l’Arcipelago di Dampier, la Baia di Cygnet e altre località costiere tra le regioni di Pilbara e Kimberley. Il comportamento è stato osservato esclusivamente nei maschi adulti, prevalentemente quando erano in presenza di femmine sessualmente mature.

Una specie vulnerabile che riscrive le regole della seduzione animale

Il delfino gobbo australiano è stato riconosciuto come specie a sé stante solo nel 2014, dopo anni di controversie tassonomiche. Prima di allora veniva confuso con il delfino gobbo indopacifico (Sousa chinensis). Questa specie relativamente poco conosciuta vive esclusivamente lungo le coste dell’Australia settentrionale e della Papua Nuova Guinea meridionale, in acque costiere poco profonde.

La popolazione è classificata come “Vulnerabile” dalla lista rossa IUCN delle specie minacciate. Si stima che l’intera popolazione conti meno di 10.000 individui maturi, con numeri in declino principalmente a causa della distruzione dell’habitat costiero. Proprio questa rarità rende ancora più preziose le osservazioni sul loro comportamento sociale e riproduttivo.

Ciò che rende straordinario questo rituale è la sua natura multi-modale: i maschi non si limitano a indossare le spugne, ma accompagnano l’esibizione con specifiche posture corporee e suoni acustici, creando un vero e proprio spettacolo sensoriale. I ricercatori hanno documentato movimenti che chiamano “banana pose” e l’emissione di suoni simili a trombette, il tutto mentre tengono in bilico la spugna sul capo o la lanciano verso una femmina.

Un raro esempio di cultura animale trasmessa socialmente

Questo comportamento rappresenta uno dei rarissimi esempi nel regno animale in cui un individuo utilizza un oggetto esterno per comunicare qualcosa ai propri simili in un contesto sessuale o sociale. È ciò che gli scienziati definiscono “cultura animale”: un comportamento appreso e trasmesso all’interno di una popolazione o di un gruppo ristretto, che nasce dalla curiosità, dall’osservazione e dall’imitazione.

Secondo lo studio pubblicato su Scientific Reports nel 2017, questo fenomeno è probabilmente iniziato da uno o due individui innovatori e si è poi diffuso per imitazione. I dati genetici e comportamentali suggeriscono inoltre che i maschi adulti possano formare coalizioni o alleanze temporanee, aumentando la complessità sociale di questi animali.

La trasmissione culturale può avvenire sia orizzontalmente (tra individui della stessa generazione) che verticalmente (da genitori a figli). Nel caso specifico delle spugne usate come “parrucche”, il comportamento sembra rimanere circoscritto a specifiche aree geografiche, suggerendo che non tutti i gruppi di delfini gobbi australiani abbiano adottato questa tecnica di corteggiamento.

Quando le spugne diventano strumenti di sopravvivenza: il caso di Shark Bay

Le spugne marine non sono utilizzate solo per sedurre. Circa 1.500 chilometri più a sud, nella celebre Shark Bay, i tursiopi indopacifici (Tursiops aduncus) hanno sviluppato un uso completamente diverso delle stesse spugne: le utilizzano come strumenti di caccia.

Questo comportamento, conosciuto come “sponging”, è studiato dagli anni ’80 e rappresenta il primo caso documentato di utilizzo di strumenti nei mammiferi marini. I delfini staccano con cura una spugna marina dal fondale, la infilano sul rostro – il muso allungato – e la utilizzano come una sorta di “guanto protettivo” mentre scavano tra rocce e coralli alla ricerca di piccole prede nascoste, evitando così graffi, punture e ferite.

Questa tecnica si tramanda di generazione in generazione, soprattutto tra le femmine. Uno studio fondamentale pubblicato su Proceedings of the National Academy of Sciences nel 2005 ha dimostrato attraverso analisi del DNA mitocondriale che lo sponging viene trasmesso quasi esclusivamente dalla madre alle figlie femmine, seguendo una linea matrilineare.

Nella baia, circa 40 delfini su una popolazione di 3.000 praticano regolarmente questa tecnica. Gli studiosi ritengono che si tratti di una vera e propria tradizione culturale, con individui come la famosa Bytfluke, una femmina di oltre 50 anni che utilizza questa tecnica da più di quarant’anni e l’ha trasmessa ai suoi discendenti.

Ricerche più recenti, pubblicate su Nature Communications nel 2012, hanno rivelato che i delfini “sponger” tendono ad associarsi preferenzialmente tra loro, formando sottogruppi sociali distinti all’interno della popolazione più ampia. Questo fenomeno, chiamato “omofilia” (la tendenza ad associarsi con individui simili), suggerisce che l’uso degli strumenti non sia solo una questione di tecnica, ma anche di identità sociale.

Le orche e i cappelli di salmone: quando la moda torna di tendenza

I delfini non sono gli unici cetacei ad aver sviluppato strane abitudini con gli oggetti. Nell’estate del 1987, nelle acque di Puget Sound, nello Stato di Washington, una femmina di orca del pod K iniziò a nuotare con un salmone morto equilibrato sul capo, come se fosse un cappello.

Nel giro di cinque-sei settimane, il comportamento si era diffuso non solo al suo pod, ma anche ad altri due pod della popolazione di orche residenti meridionali. Poi, improvvisamente come era iniziato, il fenomeno scomparve. Nell’estate del 1988, i “cappelli di salmone” erano già passati di moda.

La storia sembrava finita lì, fino all’ottobre 2024, quando un fotografo ha immortalato un’orca maschio chiamato J27 Blackberry con un salmone argenteo posizionato sulla testa. Dopo 37 anni, la tendenza era tornata.

Gli esperti dibattono ancora sulle motivazioni. Deborah Giles, ricercatrice dell’Università di Washington e direttrice scientifica dell’organizzazione Wild Orca, ha ammesso con franchezza: “Onestamente, la tua ipotesi vale quanto la mia”. L’ipotesi principale è che questo comportamento sia legato all’abbondanza di cibo: quando il salmone è talmente abbondante che non possono mangiarlo tutto subito, le orche potrebbero conservarlo sulla testa per consumarlo più tardi.

Altri ricercatori, come Andrew Foote dell’Università di Oslo, suggeriscono che alcune delle orche attuali potrebbero essere le stesse che parteciparono alla prima “moda” nel 1987. Considerando che le orche possono vivere fino a 80-90 anni, è plausibile che veterane della tendenza originale l’abbiano riportata in auge.

Tuttavia, alcuni esperti come Monika Wieland Shields, direttrice dell’Orca Behavior Institute, invitano alla cautela: “Secondo me è esagerato dire che sia un cappello di salmone, e ancora più esagerato affermare che la tendenza sia tornata basandosi su una sola foto”. Data l’intensa osservazione di queste orche nelle acque costiere, se il comportamento fosse davvero diffuso, ci sarebbero molte più documentazioni.

Le implicazioni scientifiche: cosa ci insegnano questi comportamenti

Questi comportamenti apparentemente bizzarri hanno profonde implicazioni per la nostra comprensione dell’intelligenza animale e dell’evoluzione culturale. Rappresentano esempi di quello che i ricercatori chiamano “fad” o mode passeggere: comportamenti iniziati da uno o due individui, temporaneamente adottati da altri, e poi abbandonati senza un apparente scopo adattativo.

Nel caso dei delfini gobbi australiani con le spugne sul capo, la funzione sembra essere prettamente comunicativa e simbolica piuttosto che pratica. La spugna diventa un accessorio di seduzione, un modo per distinguersi e attirare l’attenzione di una potenziale partner. È un comportamento che, in fondo, non è poi così lontano dai rituali elaborati di molte altre specie, inclusa la nostra.

Diversamente, lo sponging praticato dai tursiopi di Shark Bay ha un chiaro valore adattativo: permette l’accesso a una nicchia ecologica altrimenti inaccessibile, fornendo un vantaggio nutrizionale. Studi pubblicati nel 2014 hanno confermato che i delfini “sponger” hanno una dieta distintamente diversa rispetto agli altri membri della popolazione, specializzandosi in pesci che vivono nascosti nel substrato sabbioso dei canali profondi.

Questi fenomeni dimostrano che i cetacei possiedono capacità cognitive straordinarie: memoria a lungo termine, apprendimento sociale, innovazione comportamentale e trasmissione culturale. Come ha osservato Deborah Giles: “Questi sono animali incredibilmente intelligenti. La porzione paralimbica del loro cervello è significativamente più sviluppata che negli esseri umani, e queste sono parti del cervello associate alla memoria, all’emozione e al linguaggio”.

Proteggere la cultura dei cetacei

La scoperta di questi comportamenti culturali ha importanti implicazioni per la conservazione. Quando si estingue una popolazione di delfini o orche, non si perdono solo geni, ma anche intere tradizioni culturali che potrebbero essersi sviluppate nel corso di generazioni.

Nel caso del delfino gobbo australiano, con una popolazione già ridotta e in declino, la perdita di specifiche popolazioni locali significherebbe la scomparsa di comportamenti unici come quello delle “spugne-parrucche”. Per le orche residenti meridionali, classificate come criticamente in pericolo con soli 73 individui rimasti, ogni perdita è devastante non solo dal punto di vista demografico, ma anche culturale.

Per i tursiopi di Shark Bay, la protezione dell’habitat – inclusi i fondali dove crescono le spugne marine – diventa cruciale per preservare questa antica tradizione di caccia con strumenti. Uno studio del 2025 pubblicato su Royal Society Open Science ha rivelato che le spugne interferiscono con l’ecolocalizzazione dei delfini, il che significa che questa tecnica comporta dei costi. Eppure i delfini continuano a praticarla, trasmettendola di madre in figlia da decenni.

Questi comportamenti ci ricordano che i cetacei non sono semplici animali guidati dall’istinto, ma esseri complessi capaci di innovazione, apprendimento e trasmissione culturale. Che si tratti di una spugna usata come guanto protettivo, come accessorio di seduzione o di un salmone portato come cappello, questi gesti rivelano menti sofisticate al lavoro. E ci pongono domande fondamentali su cosa significhi essere intelligenti, culturali e, in definitiva, non poi così diversi da noi.