Ogni mattina, miliardi di mani stringono una tazzina. Il rito è antico, confortante, quasi sacro. Ma quello che accade dopo — quel gesto distratto di rovesciare il caffè avanzato nel lavandino — sta lasciando un’impronta chimica su fiumi, laghi e oceani di ogni angolo del pianeta. La scienza, oggi, lo documenta con una precisione che fa riflettere.
La caffeina è ovunque nelle acque del mondo, e i dati lo confermano
Nel 2022, uno studio pubblicato su Proceedings of the National Academy of Sciences (PNAS) e condotto da un consorzio di 127 ricercatori provenienti da 86 istituzioni di tutto il mondo ha fotografato per la prima volta la contaminazione farmaceutica dei fiumi su scala globale. I risultati sono stati inequivocabili: la caffeina è stata rilevata in oltre il 50% degli 1.052 siti campionati lungo 258 fiumi in 104 Paesi, su ogni continente. Non si tratta di tracce marginali circoscritte a qualche megalopoli asiatica o latinoamericana. La caffeina è stata individuata nell’Amazzonia e nel Tamigi, nel Mississippi e nel Mekong, da Accra a Dallas, da Lisbona a Lahore.
Quel che colpisce non è solo la diffusione geografica del fenomeno, ma la sua ubiquità silenziosa: la caffeina non ha odore nelle acque, non le colora, non le rende visibilmente torbide. Eppure è lì, in concentrazioni che variano da pochi nanogrammi per litro nelle aree meno popolate, fino a valori molto più elevati nei corsi d’acqua adiacenti ai grandi centri urbani. In Asia, la frequenza di rilevamento ha raggiunto il 71% dei siti analizzati, con concentrazioni medie di circa 4.850 nanogrammi per litro. In Sud America si è attestata al 69%, in Nord America al 64,7%.
Come la caffeina arriva nelle acque: un percorso che inizia dalla cucina
La strada che porta una sostanza dal fondo della nostra moka al letto di un fiume è più diretta di quanto si immagini. Solo una piccola percentuale della caffeina consumata viene metabolizzata completamente dall’organismo: la restante quota viene escreta attraverso le urine e raggiunge i sistemi fognari. Ma c’è un secondo canale di immissione, spesso trascurato: lo smaltimento domestico diretto. Caffè avanzato versato nel lavandino, fondi di moka, bevande energetiche, farmaci da banco contenenti caffeina gettati nel water o nel bidone della spazzatura.
Una volta nel sistema fognario, la caffeina affronta il filtro degli impianti di depurazione. Questi ultimi sono in grado di rimuoverla in modo più o meno efficace: studi svizzeri hanno documentato efficienze di eliminazione che vanno dall’81% al 99,9% negli impianti più moderni. Tuttavia, gli impianti con tempi di ritenzione dei fanghi ridotti — o semplicemente obsoleti — mostrano performance molto inferiori. E anche laddove la rimozione sia quasi totale, ciò che rimane è sufficiente per essere rilevato nei corsi d’acqua a valle, dove si accumula nel tempo.
Il problema si aggrava nei Paesi a basso e medio reddito, dove l’infrastruttura fognaria è spesso carente o inesistente. Non è un caso che il sito più inquinato nell’intero studio PNAS fosse il Rio Seke, a La Paz in Bolivia, con una concentrazione totale di principi farmaceuticamente attivi di 297 microgrammi per litro, attribuita in larga parte allo scarico di acque reflue non trattate.
La caffeina come “firma chimica” dell’attività umana
Agli occhi degli scienziati, la caffeina ha acquisito un ruolo paradossale: è diventata uno dei marcatori più affidabili per tracciare la contaminazione da acque reflue domestiche. Dove c’è caffeina, c’è quasi certamente anche un cocktail di altri inquinanti: farmaci, microplastiche, prodotti per l’igiene personale, residui fecali. La sua presenza in un corso d’acqua è, in pratica, la firma chimica dell’attività umana.
Ricercatori giapponesi, in uno studio pubblicato su Environmental Chemistry Letters nel 2024, hanno proposto di utilizzare le concentrazioni di caffeina nelle acque per individuare le perdite nei vecchi sistemi fognari — spesso sepolti a profondità tali da rendere difficile qualsiasi ispezione diretta. Laddove i livelli di caffeina nelle acque di scorrimento superficiale erano insolitamente elevati, si trovavano quasi invariabilmente delle infiltrazioni fognarie. Un metodo ingegnoso che trasforma un inquinante in uno strumento diagnostico.
Ancora più inquietante è la segnalazione della caffeina persino in zone remote, lontane da qualsiasi insediamento umano, inclusa l’Antartide. Quattro sostanze — caffeina, nicotina, paracetamolo e cotinina — sono state rinvenute su tutti i continenti, nessuno escluso. Il che ci dice qualcosa di profondo sulla pervasività dei nostri stili di vita e sulla loro capacità di raggiungere persino i sistemi idrici più isolati del pianeta.
Gli effetti sugli ecosistemi acquatici: dalla microalga al muride
La domanda più urgente rimane: che cosa fa la caffeina alle creature che vivono in quell’acqua? La ricerca sta producendo risposte sempre più dettagliate, anche se il quadro complessivo è ancora lontano dall’essere completo.
Gli effetti documentati riguardano una vasta gamma di organismi acquatici. Le microalghe mostrano inibizione della crescita anche a concentrazioni relativamente basse. Le cozze (Mytilus galloprovincialis), esposte a concentrazioni ambientali di caffeina, presentano significativi cambiamenti trascrittomici, incluse alterazioni nei percorsi legati allo stress ossidativo e alla funzione mitocondriale. Le larve di zebrafish — il pesce comunemente utilizzato nei laboratori come modello sperimentale — mostrano deformità e mobilità compromessa in presenza di concentrazioni elevate. Le vongole (Ruditapes philippinarum) esposte a soli 0,1 microgrammi per litro per 14 giorni hanno manifestato danni al DNA e un aumento della perossidazione lipidica.
Uno studio del 2025 pubblicato su Aquatic Toxicology ha documentato risposte trascrittomiche in cozze mediterranee esposte sia alla caffeina che alla cocaina (anch’essa rilevata nei fiumi europei), evidenziando come le interazioni tra più inquinanti possano amplificare gli effetti negativi di ciascuno preso singolarmente. La caffeina, in questo senso, non agisce mai in isolamento: in natura è sempre accompagnata da decine di altre molecole di origine antropica.
Uno degli aspetti più preoccupanti è il comportamento della caffeina come “contaminante pseudo-persistente”: non si degrada rapidamente nell’ambiente idrico, si accumula nelle varie componenti dell’ecosistema — sedimenti, biota, acque interstiziali — e può mantenere la sua attività biologica a lungo. La sua rimozione dall’ambiente naturale è lenta e dipende da una combinazione di fattori fisici, chimici e biologici che non sempre operano in modo favorevole.
Il consumo globale di caffè e la scala del problema
Per comprendere la portata del fenomeno, è utile fare qualche calcolo. Il caffè è la seconda bevanda più consumata al mondo dopo l’acqua. Nel solo Regno Unito si stima un consumo di circa 98 milioni di tazze al giorno. A livello mondiale, si parla di circa 2 miliardi di consumazioni quotidiane tra caffè, tè, bevande energetiche e soft drink. A questi vanno aggiunti i farmaci da banco — antidolorifici, rimedi per il raffreddore, integratori — che contengono caffeina in quantità significative.
Il comportamento individuale, moltiplicato per miliardi di persone, genera un impatto cumulativo che nessuna stazione di depurazione, da sola, riesce completamente ad assorbire. Non è una questione di cattiva volontà o di negligenza: è semplicemente la matematica di un sistema progettato per un’era in cui il consumo di sostanze psicoattive a uso quotidiano era infinitamente inferiore a quello attuale.
Con la crescita della popolazione globale e l’espansione dei ceti medi nei Paesi emergenti — con tutto il corredo di abitudini di consumo che questo comporta — il problema è destinato ad aggravarsi. Proiezioni sui consumi mondiali di caffè indicano una crescita costante nei prossimi decenni, soprattutto in mercati come Cina e India. Il che significa più caffeina nelle acque reflue, più pressione sugli impianti di trattamento, più residui nei fiumi.
Cosa possiamo fare: dal compostaggio alla tecnologia di depurazione avanzata
Di fronte a questo scenario, esistono risposte su due livelli: quello individuale e quello strutturale.
Sul piano domestico, i fondi di caffè non dovrebbero finire nel lavandino né nell’indifferenziato: possono essere destinati al compostaggio domestico o alla raccolta dell’organico, dove vengono trasformati in fertilizzante. I fondi di caffè sono ricchi di azoto e si prestano eccellentemente all’ammendamento del suolo. Alcune aziende li raccolgono su scala industriale per produrre substrati per la coltivazione di funghi o biocarburanti. Il caffè avanzato, se non consumato, può essere versato direttamente sul terreno di piante acidofile, oppure raccolto in piccole quantità per uso domestico.
Sul piano tecnologico e infrastrutturale, la strada è più lunga ma necessaria. I tradizionali impianti di depurazione — fondati su processi di sedimentazione, filtrazione biologica e clorazione — non sono stati progettati per rimuovere microinquinanti organici come la caffeina. Le tecnologie emergenti, come i processi di ossidazione elettrochimica avanzata (in particolare l’ossidazione anodica e il processo di Elettro-Fenton), mostrano risultati promettenti nella degradazione della caffeina, ma i costi restano elevati e la diffusione su larga scala è ancora lontana.
Un’altra frontiera riguarda l’uso di adsorbenti di origine vegetale — bucce di frutta, fibre di biomassa, idrochar derivate da microalghe — per rimuovere la caffeina dalle acque reflue prima che raggiungano i corsi d’acqua naturali. La ricerca in questo campo sta accelerando, spinta dalla necessità di trovare soluzioni a basso costo applicabili anche nei Paesi con risorse limitate.
Un indicatore del nostro tempo
C’è qualcosa di profondamente simbolico nel fatto che la sostanza psicoattiva più consumata al mondo stia diventando anche uno degli indicatori più affidabili dell’impatto umano sulle acque dolci del pianeta. La caffeina è il carburante delle nostre mattine, il lubrificante delle nostre giornate lavorative, il rituale che scandisce la socialità in ogni cultura del mondo. E ora è anche la traccia che lasciamo nei fiumi, nei laghi, negli oceani.
Il messaggio che arriva dalla scienza non è catastrofista, ma è chiaro: i comportamenti individuali contano, anche quando sembrano insignificanti. Versare il caffè nel lavandino è un gesto che si ripete miliardi di volte al giorno. La somma di quei gesti ha un volto che i ricercatori stanno imparando a misurare, mappare e comprendere. Il passo successivo spetta a noi.

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