Le luci al neon delle grandi piattaforme di delivery non illuminano tutti i luoghi d’Italia. Mentre Milano, Roma e Torino sono invase da rider in bicicletta elettrica che sfrecciano tra semafori e palazzi, migliaia di comuni italiani sono rimasti nell’ombra. Ma questa geografia spezzata sta cambiando, e con essa un’intera concezione del servizio a domicilio.
La scommessa dei territori marginali
Alfonsino è nata a Caserta nel 2016 dall’intuizione di tre giovani imprenditori che hanno deciso di portare il food delivery dove i grandi player non arrivavano, nei centri tra i 50.000 e i 250.000 abitanti. Una scelta che all’epoca sembrava folle: la società puntava ad estendere il servizio in oltre 300 piccoli centri abitati, lì dove la densità di popolazione non garantisce ordini ogni cinque minuti e dove i margini di profitto appaiono risicati.
Ma quella che poteva sembrare una limitazione si è rivelata un vantaggio. La capillarità ha permesso di costruire relazioni autentiche con ristoratori e clienti, creando un modello completamente diverso da quello delle metropoli. Non più consegne anonime e algoritmi impersonali, ma un servizio che conosce il territorio, le sue strade tortuose, le frazioni isolate, le abitudini locali.
Nel 2021 l’azienda è approdata sul mercato EGM di Borsa Italiana, segnando un momento cruciale per una startup che aveva raccolto fondi attraverso crowdfunding. Oggi conta oltre 1.500 partner ristoratori distribuiti in più di 300 comuni su 11 regioni italiane, dalla Campania alle Marche, dall’Abruzzo alla Toscana.
Il modello di prossimità che funziona
Il delivery di prossimità non è semplicemente una versione ridotta del servizio metropolitano. È un’altra filosofia. Prima di attivare il servizio in un nuovo comune, vengono valutati indicatori specifici: densità abitativa, offerta gastronomica, viabilità, distanze reali. Lo scontrino medio si attesta intorno ai 26 euro, con picchi nelle fasce serali tra le 19:30 e le 21:30, soprattutto nel weekend.
L’azienda ha scelto di assumere i rider con contratti regolari, andando controcorrente rispetto al modello dominante delle grandi piattaforme. Una decisione che ha costi importanti ma che costruisce un legame più umano tra chi consegna e chi riceve. In territori meno anonimi, il fattore relazionale diventa un asset competitivo.
Ma le criticità restano evidenti: nei centri più piccoli la domanda può essere discontinua, la gestione dei picchi rappresenta una sfida costante, e i margini sono più stretti rispetto alle metropoli dove ogni chilometro quadrato può generare decine di ordini simultanei.
Oltre la pizza: l’evoluzione verso i servizi integrati
Negli ultimi anni Alfonsino ha ampliato il proprio raggio d’azione oltre il food delivery, includendo la consegna della spesa, dei fiori, dei farmaci e la prenotazione dei tavoli. L’obiettivo è trasformarsi in una piattaforma di servizi completa, accompagnando i cittadini in diversi momenti della giornata.
Parallelamente, è stata sviluppata Rushers, una società dedicata alla gestione e coordinamento dei rider che ha aperto collaborazioni anche con grandi player del settore. Una mossa strategica che dimostra come il modello operativo costruito nei piccoli centri possa essere esportato e valorizzato.
L’impatto più evidente è economico: molti ristoratori registrano aumenti di fatturato. Ma c’è un effetto più strutturale e meno visibile: la digitalizzazione di attività commerciali che sarebbero rimaste escluse dai circuiti online. Menu ottimizzati per il delivery, fotografie professionali, maggiore visibilità: strumenti che restano patrimonio permanente dell’attività.
Il contesto nazionale: un mercato in trasformazione
Il mercato del food delivery in Italia vale oggi 1,5 miliardi di euro, con una crescita del 59% rispetto al 2020. Secondo dati YouGov, il 21% degli italiani utilizza servizi di delivery mensilmente, con un’incidenza maggiore tra i giovani tra 18 e 34 anni.
Oltre l’80% dei ristoranti italiani sulle piattaforme di delivery opera con un solo punto vendita, confermando l’importanza del tessuto delle piccole e medie imprese nel panorama nazionale. Un dato che rende ancora più rilevante l’esistenza di modelli alternativi pensati proprio per questi territori.
La stagionalità gioca un ruolo importante: centri come San Benedetto del Tronto vedono esplodere la domanda d’estate, mentre località con forte identità gastronomica come Avellino mantengono consumi stabili tutto l’anno. Anche il pranzo domenicale, momento tradizionale della ristorazione italiana, ha trovato una sua dimensione nel delivery, specialmente dove i ristoranti propongono menu classici.
Un modello replicabile o un’eccezione?
La domanda rimane aperta: può esistere un food delivery sostenibile fuori dalle metropoli? L’esperienza di Alfonsino suggerisce che sì, ma a determinate condizioni. Servono radicamento territoriale, conoscenza diretta dei luoghi, relazioni fiduciarie con gli esercenti, e soprattutto una logistica pensata per distanze e morfologie diverse da quelle urbane.
Non è un caso che l’azienda continui a crescere in modo selettivo. Come dichiarato dai fondatori: “Dove gli altri vedono ‘piccolo’, noi vediamo ‘vicino'”. Una frase che sintetizza un’intera visione: il valore non sta nella quantità di ordini per chilometro quadrato, ma nella capacità di servire comunità che altrimenti resterebbero escluse.
In un mercato dominato da giganti internazionali che puntano all’efficienza algoritmica e alla scalabilità massima, esistono spazi per modelli alternativi. Modelli che non promettono la consegna in quindici minuti ma che garantiscono continuità, affidabilità e un rapporto meno anonimo. Nei territori intermedi dell’Italia, quelli che non fanno notizia ma che costituiscono l’ossatura del Paese, questo potrebbe fare tutta la differenza.

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