La Festa della Primavera è ufficialmente iniziata oggi, 17 febbraio 2026, e i festeggiamenti andranno avanti per due settimane intere, fino alla festa conclusiva del 3 marzo — quella in cui le lanterne di carta salgono in cielo e i quindici giorni di celebrazioni trovano il loro epilogo luminoso. Eppure, anche solo passeggiando adesso tra via Paolo Sarpi e l’Arco della Pace, l’aria già profuma di anice stellato e brodo di manzo speziato, e il rosso delle decorazioni accende ogni angolo della Chinatown milanese come una promessa. Il 2026 è l’Anno del Cavallo di Fuoco: il Cavallo incarna indipendenza, vitalità e desiderio di esplorazione, mentre il Fuoco aggiunge passione, creatività e impulso all’azione. E a Milano, città che da decenni ospita una delle comunità cinesi più radicate d’Italia, questa festa non è soltanto un appuntamento etnico: è diventata un rito collettivo, una narrazione gastronomica aperta a tutti.

Ogni boccone ha il peso di un augurio: la simbologia del cibo a capodanno

Momento identitario per i numerosi immigrati giunti decenni fa a Milano dalle parti di via Sarpi, il Capodanno cinese è oggi un appuntamento catartico anche per le nuove generazioni di cinesi nati e cresciuti in Italia e per gli stessi milanesi che hanno imparato ad avvicinarsi a questa comunità con curiosità e simpatia. Ma è a tavola che tutto questo si concentra con più forza. La cena della vigilia, chiamata Nianye Fan, è il pasto più importante dell’anno per una famiglia cinese: è composta da piatti considerati di buon auspicio, dove ogni portata porta con sé un significato, spesso legato a giochi linguistici o alla forma degli alimenti stessi. È un codice antico, raffinato nei secoli, in cui la lingua e la cucina si incontrano con una precisione quasi poetica.

La parola “pesce” in cinese (鱼, Yú) suona come la parola che significa “surplus”. Ai cinesi piace pensare di avere un surplus di denaro e ricchezze alla fine dell’anno, perché questo significa che sono riusciti a risparmiare. Non a caso il pesce — bollito, brasato o cotto al vapore — deve essere servito intero, con la testa rivolta verso gli anziani o l’ospite d’onore, e non deve essere consumato sino all’ultimo boccone: lasciarne un po’ nel piatto simboleggia l’abbondanza che si riverserà anche nell’anno nuovo.

I jiaozi, i celebri ravioli a mezzaluna tipici della Cina settentrionale, portano con sé un’altra storia affascinante. Si crede che portino ricchezza perché hanno la forma degli antichi lingotti d’oro cinesi. Vengono tradizionalmente preparati con l’aiuto di tutta la famiglia, modellandoli e facendoli bollire insieme: la ritualità condivisa ha creato un legame indissolubile tra questo cibo e l’unità familiare. In alcuni di essi le famiglie nascondono persino una moneta, che porta buona fortuna a chiunque la trovi.

Gli involtini di primavera (春卷, Chūnjuǎn) prendono il nome dalla Festa di Primavera stessa. La sfoglia che li avvolge, friggendosi, assume il colore dorato che in cinese si dice huang-jin wan-liang — “una tonnellata di oro” — perché assomiglia a lingotti preziosi. Sono un augurio di prosperità materiale tradotto in croccantezza e profumo.

La dolcezza del tempo: niangao, tangyuan e gli agrumi della fortuna

Se la tavola di Capodanno cinese fosse una storia, i dolci ne sarebbero il finale più evocativo. Immancabile è il Niangao, la torta di riso glutinoso il cui nome è un gioco di parole che significa “un anno più alto” — ovvero migliore — augurando crescita nel lavoro o negli studi. Altrettanto attese sono le Fa gao, le tortine che si aprono in cottura come un fiore, a simboleggiare la fortuna che si espande verso l’esterno.

La Festa delle Lanterne del 3 marzo — Yuanxiao Jie — segnerà la conclusione ufficiale dei quindici giorni di festeggiamenti. A Milano, il quartiere di Chinatown si illuminerà con centinaia di luci colorate, mentre nei centri culturali si terranno laboratori di calligrafia e cerimonie del tè. Sarà il momento dedicato all’unione familiare, celebrato con il consumo dei Tangyuan, le tipiche palline di riso glutinoso che simboleggiano la pienezza e l’armonia del nuovo anno. Tonde come la luna piena che chiude i festeggiamenti, morbide come il calore di una famiglia riunita, le tangyuan sono la metafora edibile del ritrovarsi. A completare il quadro augurale, gli agrumi — mandarini, arance e pomeli — scelti per il colore oro e la forma piena. Persino gli avanzi, in questo universo simbolico, diventano virtù: indicano che c’è stato più del necessario.

I noodles della longevità e il pollo dell’unione

I noodles della longevità (面条, miàn tiáo) sono lunghi, elastici e devono essere serviti rigorosamente interi: spezzarli sarebbe un pessimo presagio, perché la loro lunghezza rappresenta una vita lunga e continua, senza interruzioni. Di solito vengono cotti in brodo chiaro di pollo o verdure, arricchito con cipollotti, funghi shiitake, zenzero e uovo. Mangiarli è quasi un atto meditativo: la tradizione prescrive di risucchiarli senza tagliarli, accettando il filo sottile tra la lunghezza della pasta e quella dell’esistenza stessa.

Cotto al vapore oppure laccato con la salsa di soia, il pollo è un altro protagonista della tavola di Capodanno. Viene spesso servito intero, proprio come il pesce, per richiamare l’unità familiare e il rispetto per gli antenati. La struttura del banchetto ideale si costruisce attorno a un numero pari di portate — otto o dieci — per simboleggiare completezza e prosperità.

Via Paolo Sarpi, la Chinatown milanese che si trasforma in tavola

Le strade della Chinatown milanese, attorno a via Paolo Sarpi, hanno già iniziato a colorarsi con addobbi tipici cinesi e le tradizionali lanterne rosse. Bancarelle e ristoranti propongono i cibi tipici della festa, dai ravioli cinesi alle tagliatelle di riso, agli involtini primavera. La grande parata, con la cinematografica danza del drago e del leone, la sfilata di donne in abiti tradizionali e le esibizioni di arti marziali, è programmata per domenica 1° marzo alle 14 all’Arco della Pace — posticipata di qualche giorno a causa delle Olimpiadi Invernali Milano-Cortina 2026 che impegneranno la città fino al 22 febbraio.

Il primo indirizzo da segnare in agenda è la Ravioleria Sarpi (via Paolo Sarpi 27), nata nel 2015 per iniziativa di Agie Zhou. Si tratta di un progetto culturale oltre che culinario, nato dall’incontro tra la lunga tradizione dei jiaozi e ingredienti italiani selezionati — carne da allevamento biodinamico, farine di mulino artigianale, uova bio. Una piccola bottega con cucina a vista dove i ravioli si mangiano rigorosamente per strada, tra il vapore che sale dalle pentole e il rumore delle lanterne mosse dal vento.

Bon Wei, il tempio dell’alta cucina regionale cinese a Milano

Se via Sarpi è l’anima popolare e vibrante del Capodanno milanese, Bon Wei (via Castelvetro) ne è il contrappunto elegante. Come sempre, i riflettori sono puntati su questo ristorante della famiglia Zhang, che a Milano ha per primo alzato l’asticella dell’alta cucina cinese, stavolta in dialogo con l’arte e lo champagne customizzato dal creative designer Teo KayKay. Bon Wei accoglie il Capodanno con un banchetto di dieci portate firmato dallo chef Zhang Guoqing, concepito come un itinerario simbolico dedicato alle qualità del Cavallo di Fuoco: dai Longevity Lamian, augurio di lunga vita, al branzino laccato alla shanghainese, fino al dessert al mandarino e sesamo nero in forma di cavallo — ogni piatto racconta energia e prosperità. L’ambiente è elegante, le luci soffuse, gli arredi sul rosso. La proposta si articola sugli otto sistemi gastronomici della Cina — i badacaixi — dal piccante del Sichuan ai sapori delicati e vellutati dello Zhejiang.

Dragon Kitchen, Gong e Ba Restaurant: la nuova generazione della cucina festiva

Dragon Kitchen, in via Carlo Foldi, è un locale di Porta Romana con pochi posti e un suggestivo soppalco in un ambiente elegante e raffinato. Per il Capodanno Cinese 2026 propone tre menù degustazione disponibili per tutto febbraio: “Lanterna Rossa” con bastoncini di pollo canju, riso kubak e chopsuey di gamberi; “Fiamma del Cavallo” con jiaozi di anatra, Golden Dragon rice e anatra laccata; e “Nuvola Rossa”, versione vegetariana con jiaozi spicy veg, gnocchi di riso saltati, melanzane kungpao e riso bianco.

Il Gong di corso Concordia trasforma la sera del Capodanno in un vero rito di passaggio tra cultura e alta cucina. Il menù degustazione “Sotto il segno del Capodanno Cinese” attraversa i simboli della prosperità con dim sum dedicati alla condivisione, riso augurale, piatti di mare legati all’abbondanza e l’anatra affumicata al tè nero, emblema delle grandi occasioni familiari. Il momento più scenografico arriva con il dessert “Il Galoppo della Fortuna”, cremoso al cioccolato fondente allo zenzero con sorbetto al mandarino e melograno. A completare la serata, la tradizionale Danza del Drago tra luci, musica e danzatrici.

Dal 16 febbraio al 3 marzo, Ba Restaurant di via Sanzio celebra il Capodanno cinese con un menù speciale dedicato all’anno del Cavallo Rosso di Fuoco. Il percorso si apre con ricciola marinata con ice plant, pera nashi e agrumi, prosegue con chun juan ripieni di gamberi e verdure e una selezione di dim sum che spazia dalle capesante al wagyu, fino ai lamian tirati a mano con astice — piatto augurale immancabile per il nuovo anno. In sequenza arrivano rombo al vapore, pluma iberica caramellata alla char siu e wawa cai saltate con bacche di Goji, per chiudere con un dessert firmato Ernst Knam a base di cacao del Perù, arance e datteri.

Ramenamano e Shoo Loong Kan: il fuoco nell’hot pot e le radici della Via della Seta

Per chi cerca l’esperienza più immersiva e conviviale, l’hot pot è il rito per eccellenza. Francesco Wu, titolare del Ramenamano di via Lomazzo ed esponente di spicco del mondo imprenditoriale cinese a Milano, usa ripetutamente il termine “grinta” per marcare la simbologia che il Cavallo di Fuoco è destinato a trasmettere nel quadrilatero Sarpi, Canonica, Rosmini, Bramante e nelle altre piccole Chinatown cresciute un po’ ovunque in città. Il suo locale è un piccolo tempio del Lanzhou Lamian, antenato del più conosciuto ramen: brodo di manzo cotto per ore con più di quindici diverse spezie, pasta tirata a mano con gestualità ancestrale che porta con sé tutto il peso di una tradizione nata lungo la Via della Seta.

E poi c’è Shoo Loong Kan, in via Farini, primo ristorante italiano della celebre catena internazionale fondata nel Sichuan. Qui l’hot pot diventa un simbolo di socialità e condivisione al massimo grado, con il brodo che sobbolle al centro della tavola e tutti i commensali che vi immergono carni, verdure e tofu, condividendo lo stesso fuoco. Lo spettacolo dei Mille Volti (Bian Lian), l’antica arte teatrale del Sichuan in cui un artista cambia maschera con movimenti fulminei, completa un’esperienza che è cinema, teatro e gastronomia insieme.

In un momento in cui tutto sembra correre alla velocità del Cavallo di Fuoco, sedersi a una di queste tavole milanesi significa accettare un’invito antico: rallentare, brindare, e guardare avanti con fiducia.