A Tokyo, si è appena conclusa una sfida culinaria che racconta molto più di una semplice gara tra chef. La sedicesima edizione del Gran Concorso di Cucina, organizzata dalla Camera di Commercio Italiana in Giappone, ha incoronato lo chef Yoshiaki Yaguchi del ristorante Cielo e Mare come maestro indiscusso della carbonara. Ma dietro questo trionfo si cela una storia straordinaria: quella di come un piatto nato nei vicoli di Roma nell’immediato dopoguerra sia diventato il condimento per pasta preferito da oltre il 40% delle famiglie giapponesi.

Le origini misteriose di un piatto leggendario

La carbonara è avvolta nel mistero delle sue origini, con teorie che spaziano dai carbonari degli Appennini agli alleati americani durante la liberazione di Roma nel 1944. Le prime menzioni scritte della carbonara appaiono solo dopo la guerra, con un articolo del 1950 su La Stampa che descrive il piatto come ispirato dai soldati americani. L’ipotesi più accreditata parla di un incontro fortuito tra le razioni militari americane – uova in polvere e bacon – e la tradizione italiana della pasta con cacio e uova.

Nel 1881, il trattato di cucina napoletana “Il principe dei cuochi” di Francesco Palma descrive i “Maccheroni con cacio ed uova”, un possibile predecessore della carbonara. Tuttavia, il piatto come lo conosciamo oggi è indubbiamente figlio del Novecento, un simbolo di rinascita in un’Italia affamata che cercava nutrimento e speranza.

L’invasione dolce degli anni Ottanta

Nel corso degli anni Ottanta, il Giappone ha vissuto un’esplosione di popolarità della cucina italiana, e la pasta è diventata uno dei pasti standard per il popolo giapponese. La carbonara arrivò come una rivelazione cremosa e ricca in un paese abituato a sapori delicati e leggeri. Nel 2024, il mercato giapponese della pasta ha raggiunto 313,35 mila tonnellate metriche, testimoniando l’incredibile penetrazione di questo alimento nella dieta nipponica.

Ma il Giappone non si è limitato ad importare la carbonara: l’ha reinventata. È nato l’“itameshi”, termine che fonde le parole “Italia” e “meshi” (pasto in giapponese), una cucina fusion che combina sapientemente principi condivisi da entrambe le tradizioni culinarie: l’ossessione per la qualità degli ingredienti, tecniche rigorose e un ampio appeal regionale.

Dalla crisi economica al trionfo culinario

Negli anni Novanta, durante la prolungata recessione seguita al collasso della bolla economica, la cucina italiana venne percepita come accessibile e allegra, in netto contrasto con la formale e costosa cucina francese. Chef giapponesi addestrati in Francia rivolsero il loro interesse all’Italia, e i piatti che crearono furono un successo strepitoso: le generazioni più anziane apprezzarono la familiarità, mentre i giovani lodarono gli aspetti esotici e i prezzi contenuti.

La carbonara divenne così il simbolo di questa nuova era gastronomica: un piatto che offriva comfort, ricchezza e novità senza svuotare il portafoglio. Le versioni giapponesi iniziarono a divergere dall’originale romano, incorporando spesso panna abbondante, un uovo crudo in cima e, talvolta, ingredienti locali come funghi shiitake o mentaiko (uova di merluzzo).

Un mercato in espansione

Il mercato giapponese della pasta valeva 905,1 milioni di dollari nel 2024 e si prevede che raggiungerà 1.530,23 milioni di dollari entro il 2035, con un tasso di crescita annuo del 4,89%. La carbonara regna sovrana in questo panorama: nel maggio 2024, il pop-up “Mentai BASE” a Fukuoka ha introdotto una versione fusion con “Mentaiko e funghi carbonara con sapore di miso bianco”, dimostrando quanto profondamente il piatto si sia radicato nella cultura culinaria locale.

Le catene di ristoranti familiari come Jolly Pasta e Saizeriya servono carbonara accanto a ramen e sushi, e si stima che ci siano circa 20.000 ristoranti italiani solo a Tokyo. Nei convenience store, i giapponesi possono acquistare versioni pronte di carbonara per pranzi veloci, mentre i supermercati offrono salse in busta già preparate per replicare il piatto a casa.

Il verdetto dei maestri

Settanta chef hanno partecipato all’edizione 2025 del Gran Concorso di Cucina, ciascuno con la propria interpretazione della carbonara. Otto sono arrivati alla semifinale, dove hanno avuto un’ora per preparare due versioni del piatto: una tradizionale e una innovativa. Lo chef Yoshiaki Yaguchi ha saputo conquistare sia i giudici professionisti sia gli ottanta ospiti presenti, tra giornalisti e food influencer.

Il concorso, giunto alla sua sedicesima edizione, rappresenta molto più di una competizione: è la celebrazione di un dialogo culinario tra due culture che sembravano lontanissime e che invece hanno trovato nella pasta un linguaggio comune. La carbonara, nata forse per caso nelle cucine romane del dopoguerra, è diventata un piatto che unisce continenti e generazioni.

L’eredità di un piatto senza confini

Oggi, camminando per le strade di Shibuya o Shinjuku, è impossibile non imbattersi in insegne che promettono “autentica carbonara italiana” o “carbonara di mare” con frutti di mare freschi. Il tarako spaghetti, una pasta cremosa con uova di merluzzo salate, è uno degli esempi più noti di cucina itameshi e dimostra come sapori contrastanti possano sposarsi per creare qualcosa di equilibrato e coerente.

La storia della carbonara in Giappone è la storia di come il cibo possa viaggiare, trasformarsi e adattarsi senza perdere la sua essenza. È la dimostrazione che la cucina è un linguaggio universale, capace di abbattere barriere culturali e creare ponti tra mondi apparentemente distanti. Dal guanciale romano al mentaiko di Tokyo, ogni versione della carbonara racconta una storia di incontri, contaminazioni e, soprattutto, di un amore genuino per il buon cibo che non conosce confini geografici.