La moda piange uno dei suoi ultimi imperatori. Valentino Garavani, il couturier che ha vestito regine, dive di Hollywood e first lady trasformando il rosso in un’emozione, ci lascia portando con sé un’epoca di magnificenza artigianale e visione estetica assoluta. Il suo nome è sinonimo di quella bellezza senza compromessi che ha reso Roma la capitale indiscussa dell’alta moda nel secondo Novecento, quando le sue creazioni sfidavano Parigi sul suo stesso terreno.

L’architettura del desiderio femminile

Nato a Voghera l’11 maggio 1932, Valentino Clemente Ludovico Garavani ha costruito il suo impero su un’intuizione folgorante: la donna non cerca solo vestiti, ma armature di seduzione. “Ho realizzato il sogno della mia vita, creare abiti femminili. Io so cosa vogliono le donne: vogliono essere belle”, affermava con la sicurezza di chi ha dedicato un’esistenza intera a decifrare questo desiderio. Le sue creazioni non si limitavano a coprire il corpo femminile, lo celebravano come un’opera d’arte vivente. Ogni abito era un manifesto di femminilità consapevole, dove volant sensuali dialogavano con tagli geometrici, dove la tradizione sartoriale italiana incontrava l’audacia moderna.

La sua formazione parigina presso la prestigiosa École de la Chambre Syndicale de la Couture fu il preludio a un ritorno trionfale in Italia. Nel 1960, con il sodale Giancarlo Giammetti, fondò la maison che avrebbe ridefinito i canoni dell’eleganza globale. Via Condotti 15 divenne l’indirizzo dove nascevano sogni di stoffa e ricami, dove principesse e attrici facevano la fila per indossare quella visione di bellezza che solo Valentino sapeva materializzare.

Il rosso Valentino: quando un colore diventa firma

Tra tutte le sue innovazioni, una si è impressa nell’immaginario collettivo con la forza di un tatuaggio culturale: il Rosso Valentino. Non un semplice colore, ma una dichiarazione d’intenti. Quella tonalità vibrante, registrata come pantone 18-1663 TPX, nacque da un’epifania vissuta a Barcellona, quando il giovane Valentino rimase folgorato dalle vesti delle ballerine di flamenco all’Opera. “Ho visto il vero rosso, quello che brucia e non consuma”, avrebbe raccontato in seguito.

Quel rosso divenne la sua bandiera nel 1962, quando presentò una collezione interamente basata su quella sfumatura appassionata. Le cronache dell’epoca raccontano di un pubblico ammutolito, poi esploso in un’ovazione interminabile. Quel rosso parlava di passione senza vergogna, di potere femminile senza scuse. “Il rosso è vita, passione, amore, è il rimedio contro la tristezza. Penso che una donna vestita di rosso, soprattutto di sera, sia meravigliosa. È, tra la folla, la perfetta immagine dell’eroina”, spiegava il maestro con quella poetica che trasformava ogni suo pensiero in manifesto estetico.

L’incontro che cambiò tutto

La storia di Valentino non può essere raccontata senza quella di Giancarlo Giammetti, l’uomo che trasformò un sogno sartoriale in un impero globale. Il loro incontro, il 31 luglio 1960 al Café de Paris in via Veneto, ha del cinematografico: Giammetti era seduto da solo a un tavolo affollato e Valentino con i suoi amici gli chiese di unirsi a loro. Pochi giorni dopo si rincontrarono a Capri e iniziò un sodalizio destinato a durare oltre sessant’anni. Per dodici anni furono una coppia, poi trasformarono la passione in un’unione di intenti ancora più potente, dove uno creava bellezza e l’altro la trasformava in business.

“Questa era la mia passione: creare abiti, per tutto il resto sono un disastro!”, ammetteva Valentino con autoironia. E fu proprio Giammetti a occuparsi di quel “resto”, permettendo al couturier di concentrarsi esclusivamente sulla creazione, proteggendolo dalle brutture del mondo degli affari.

L’atelier come tempio della perfezione

Chi entrava negli atelier di Valentino descriveva un’esperienza quasi mistica. Il maestro dirigeva le sue sarte come un direttore d’orchestra, pretendendo una perfezione maniacale che poteva richiedere settimane di lavoro per un singolo abito. I suoi ricami floreali erano ecosistemi di bellezza, dove ogni petalo di seta aveva il proprio posto nell’armonia d’insieme. Le sue scelte cromatiche spaziavano dal bianco abbagliante al nero profondo, con incursioni nei rosa cipria e negli avorio che sembravano catturare la luce stessa.

La sua ossessione per la perfezione raggiungeva livelli quasi maniacali. “Apro le maniglie delle porte con il fondo della giacca. Purtroppo mi hanno sempre attratto solo le belle cose”, confessava, rivelando una sensibilità estrema verso tutto ciò che lo circondava. Nel 1968, in un periodo segnato da sperimentazioni cromatiche e decorativismo eccessivo, Valentino scelse il bianco come protagonista assoluto di un’intera collezione. Non era sottrazione, ma metodo: il bianco rendeva visibili cuciture, volumi, strutture interne, celebrando l’architettura dell’abito nella sua forma più pura.

“La moda non è frivola, è architettura applicata al corpo”, amava ripetere. E in effetti, osservare un abito Valentino significava comprendere che dietro ogni piega, ogni drappeggio, ogni applicazione di pizzo c’era un progetto millimetrico. Le sue creazioni degli anni Sessanta e Settanta rappresentano un catalogo di innovazione tecnica: fu tra i primi a utilizzare nuovi materiali sintetici integrandoli con tessuti naturali, creando effetti inediti che stupivano e seducevano.

Le muse e le regine del suo regno

Il rapporto di Valentino con le sue clienti trascendeva la semplice transazione commerciale. Le sue muse erano complici in un progetto estetico condiviso. Jacqueline Kennedy Onassis, probabilmente la sua più celebre ambasciatrice, scelse un abito Valentino per le sue seconde nozze con Aristotele Onassis nel 1968. Quel vestito di pizzo avorio divenne iconico quanto il tailleur rosa del giorno dell’assassinio del Presidente.

Ma fu Elizabeth Taylor a dare a Valentino la prima vera consacrazione internazionale. Nel 1961 l’attrice acquistò nel suo negozio di Roma un abito bianco, il più costoso di tutta la collezione, che indossò per la première del film Spartacus. Le fotografie fecero il giro del mondo e il giovane stilista conquistò immediatamente le celebrità. La Taylor tornò pretendendo che le regalassero abiti in cambio della visibilità data alla maison, dando inizio a un’amicizia che durò fino alla morte dell’attrice nel 2011. Lo soprannominò affettuosamente “Rudy”, mentre la stampa lo chiamava “Va Va”.

Audrey Hepburn, Gina Lollobrigida, la principessa Margaret e, in tempi più recenti, Anne Hathaway, che Valentino amava come una nipote e per la quale disegnò personalmente l’abito da sposa. “Ho un primato: otto attrici hanno ritirato un Oscar vestite da me”, ricordava con orgoglio giustificato. Il couturier non si limitava a vestirle: le trasformava in versioni idealizzate di se stesse, amplificando la loro essenza attraverso il linguaggio universale del tessuto e della forma.

“Una donna non porta un abito, lo abita”, era solito affermare. E infatti le sue creazioni sembravano fondersi con chi le indossava, diventando estensione della personalità piuttosto che semplice ornamento. “Io ho fatto moda per abbellire le donne, non per farle sembrare tutte delle poverette”, dichiarava con quella schiettezza che nascondeva una filosofia precisa: l’eleganza come affermazione di sé, mai come annullamento.

Il trionfo di Palazzo Pitti e la conquista del mondo

La prima grande consacrazione pubblica arrivò nel 1962 a Palazzo Pitti, durante le leggendarie sfilate fiorentine. Al giovane Valentino venne dato l’ultimo orario disponibile nell’ultimo giorno, una collocazione che avrebbe scoraggiato chiunque. Ma il suo talento era già noto negli ambienti che contavano e si sparse la voce che ci sarebbe stato il suo show. La sfilata fu talmente iconica che dopo appena un’ora dall’inizio era stata venduta l’intera collezione. Quel trionfo segnò l’inizio di un’ascesa inarrestabile.

“L’eleganza è l’equilibrio tra proporzioni, emozione e sorpresa”, spiegava Valentino, e quella definizione conteneva tutto il suo approccio alla moda. Non bastava che un abito fosse tecnicamente perfetto, doveva anche emozionare, doveva contenere quell’elemento di meraviglia che trasformava chi lo indossava e chi lo osservava.

I carlini e il culto della bellezza quotidiana

Dietro l’immagine pubblica del couturier impeccabile si celava un uomo dai gusti raffinati e dalle passioni inconsuete. La sua vita privata era costellata di rituali di bellezza quotidiana. I suoi dodici carlini erano celebri quanto le sue creazioni: li portava ovunque, li vestiva con collari personalizzati, li considerava famiglia. Nel 1986 lanciò persino la linea giovanile “Oliver by Valentino”, che prese il nome da uno degli amati cani.

Le sue residenze sparse per il mondo – dal castello di Wideville in Francia allo chalet di Gstaad, dalla villa romana sull’Appia Antica all’attico newyorkese – erano musei viventi dove arte antica e contemporanea dialogavano con arredi settecenteschi e moderni. Ogni ambiente rifletteva quella stessa ricerca della perfezione che applicava ai suoi abiti. “Sono circondato dalla bellezza perché la bruttezza mi ferisce fisicamente”, confessò una volta, rivelando quanto quella sensibilità estrema fosse insieme dono e condanna.

Amante dell’arte, collezionista raffinato, mecenate discreto: Valentino ha sostenuto mostre, restauri, giovani artisti con la stessa generosità con cui distribuiva bellezza attraverso i suoi abiti. La sua amicizia con Andy Warhol, che lo ritrasse in una serie di serigrafie iconiche, testimonia la sua capacità di muoversi tra mondi diversi mantenendo intatta la propria identità.

La festa che fermò Roma

Il 6 luglio 2007, per celebrare i 45 anni di carriera, Valentino organizzò quella che rimane probabilmente la festa più spettacolare nella storia della moda. Un gala per 600 invitati ebbe luogo al Tempio di Venere nel Foro romano, ricostruito dallo scenografo premio Oscar Dante Ferretti. Lo spettacolo includeva fuochi d’artificio e danzatrici aeree vestite con abiti rosso Valentino che si muovevano sulle note di “Oh mio babbino caro” cantata da Maria Callas, mentre il Colosseo era illuminato appositamente per l’occasione. Fu una celebrazione degna di un imperatore della bellezza, un tributo alla magnificenza che aveva caratterizzato tutta la sua opera.

I numeri di un’epopea sartoriale

Quantificare l’eredità di Valentino significa confrontarsi con cifre vertiginose. Oltre 40.000 abiti creati personalmente durante la sua carriera attiva, 45 sfilate haute couture, innumerevoli collezioni prêt-à-porter che hanno ridefinito gli standard del lusso accessibile. Il suo impero, venduto nel 1998 al gruppo HdP per una cifra stimata intorno ai 300 milioni di dollari, continuò a crescere anche dopo il suo ritiro.

Le sue creazioni hanno calcato i red carpet più prestigiosi del mondo, vestendo vincitrici di Oscar, partecipanti ai Festival di Cannes e Venezia, dive in occasioni di gala che sono entrate nella storia del costume. Cinque atelier sparsi tra Roma, Parigi, New York e Milano lavoravano contemporaneamente per soddisfare le richieste di una clientela globale disposta a pagare cifre a sei zeri per un abito da sogno.

I riconoscimenti ufficiali si sono accumulati come medaglie su un petto glorioso: Cavaliere di Gran Croce, Legion d’Onore francese, innumerevoli premi dall’industria della moda. Ma forse il riconoscimento più autentico arrivava dai volti delle donne che indossavano le sue creazioni, trasformate in regine anche solo per una sera.

L’addio alle passerelle e il tempo dei rimpianti

Il 2008 segnò la fine di un’era. Con una celebrazione grandiosa nell’Ara Pacis di Roma, Valentino presentò la sua ultima collezione davanti a un parterre che riuniva mezzo secolo di storia della moda e del costume. Erano presenti Anne Hathaway, Uma Thurman, Diane Kruger e un’infinità di volti che avevano attraversato i suoi atelier. Le lacrime non furono solo del maestro, ma di un’intera industria che comprendeva di perdere un punto di riferimento irrinunciabile.

“Rimpiango quando non c’erano limiti a opulenza ed eleganza. Ma forse me ne sono andato in tempo, perché ora non potrei fare più quello che facevo”, confessò in seguito. In quella frase c’era tutta la nostalgia per un’epoca in cui la moda era ancora artigianato supremo e non solo marketing globale. “Oggi chi ha denaro non sempre ha classe e memoria”, osservava con amarezza, testimoniando il cambiamento di un mondo che lui stesso aveva contribuito a creare.

Il suo ritiro non ha significato oblio. Il marchio Valentino ha continuato a prosperare sotto nuove direzioni creative, ma l’impronta del fondatore rimane indelebile. I suoi archivi sono studiati nelle accademie di moda di tutto il mondo, i suoi abiti d’epoca raggiungono quotazioni astronomiche nelle aste internazionali, le retrospettive dedicate al suo lavoro attirano folle oceaniche.

L’ultima lezione del maestro

Cosa ci lascia veramente Valentino? Oltre agli abiti custoditi nei musei, oltre alle fotografie che documentano mezzo secolo di eleganza suprema, oltre ai numeri di un successo commerciale straordinario, ci lascia una lezione di coerenza estetica. In un’epoca dove la moda cambia umore ogni stagione, inseguendo trend effimeri e provocazioni calcolate, Valentino ha dimostrato che la bellezza classica può essere rivoluzionaria proprio nella sua fedeltà ai princìpi.

“Non ho mai fatto concessioni al brutto, nemmeno quando era di moda”, diceva con orgoglio. E in questa frase c’è tutto il suo manifesto: l’eleganza come resistenza, la bellezza come atto politico, la qualità come imperativo morale. La frase che ha scelto per accompagnarlo nell’eternità riassume perfettamente questa filosofia: “I love beauty, it’s not my fault”. Non una scusa, ma una dichiarazione d’identità.

Le sue creazioni continuano a parlare alle nuove generazioni perché rappresentano un ideale di femminilità che trascende le mode passeggere: potente ma non aggressiva, sensuale ma non volgare, moderna ma radicata nella tradizione. Il mondo della moda oggi piange non solo un grande creatore, ma l’ultimo rappresentante di una generazione che considerava il proprio lavoro una missione quasi sacerdotale. Valentino Garavani ha elevato il mestiere di sarto a forma d’arte, trasformando tessuti e fili in poesia visiva. E mentre le sue creazioni continueranno a sfilare nelle sale dei musei e nelle collezioni private, il suo vero lascito rimane quella ricerca instancabile della bellezza assoluta che ha illuminato la sua intera esistenza.