Ero seduta in prima fila quando le luci si sono abbassate e la passerella di Chloé si è trasformata in un giardino di possibilità. Chemena Kamali, direttrice creativa della maison parigina, ha posto una domanda che risuona come un manifesto: “Come indosserebbe una ragazza Chloé un abito couture oggi?” La risposta ha preso forma davanti ai miei occhi in onde di cotone floreale, in drappeggi morbidi che sfidavano ogni convenzione, in silhouette che respiravano aria e storia.
Da quando ha assunto la direzione creativa della maison parigina due anni fa, Kamali ha lavorato per riaffermare quella nonchalance solare, quella femminilità naturale e quell’élan giovanile che rendono Chloé unica, attingendo dall’archivio con rispetto ma senza timore. Questa stagione però segna un punto di svolta: la designer inizia a iniettare più di sé stessa nella narrazione del brand, portando sulla passerella competenze affinate negli anni accanto a maestri come Alberta Ferretti.
La rivoluzione del drappeggio contemporaneo
“Sono una designer di flou tridimensionale fin dall’inizio”, mi ha confidato Kamali durante l’anteprima della collezione. “Il drappeggio è quasi più semplice per me dello schizzo.” E questa facilità si traduce in magia palpabile quando osservi i capi prendere vita sul corpo delle modelle. Ho visto gonne costruite con dense ondate di cotone stampato a fiori, abiti baby-doll che sembravano sospesi tra passato e futuro, top che ricordano costumi da bagno ma elevati a dichiarazione di stile.
L’idea era di evocare come Chloé potrebbe apparire incorporando tecniche couture, ma con un twist fondamentale: la scelta di materiali umili, principalmente cotone, per smorzare la grandiosità delle silhouette drappegiate e smoccate. C’è qualcosa di profondamente democratico in questa scelta, un’eco dello spirito originale della fondatrice Gaby Aghion che nel 1952 creò la sua prima collezione rigettando la rigidità elitaria della couture.
L’eredità di Gaby Aghion rivisitata
Gaby Aghion, pioniera del lusso prêt-à-porter, pensava che la couture fosse rigida, formale ed elitaria, ma allo stesso tempo era ispirata dalle silhouette couture, dal drappeggio e dalle pieghe, come ha spiegato Kamali. Questa dicotomia fondante si manifesta in ogni look della collezione Spring Summer 2026: l’aspirazione all’alta moda sposata con la praticità del quotidiano, il lusso dell’artigianalità unito alla leggerezza del vivere.
Ho percepito un profumo di Miami anni Cinquanta nelle stampe floreali vintage, nei dettagli che richiamavano i costumi da bagno, in quella sensazione di vacanza perpetua che pervadeva ogni ensemble. Ma non era nostalgia fine a sé stessa: era piuttosto un dialogo tra epoche, un modo per dire che lo stile non ha confini temporali quando è autentico.
La seconda parte della narrazione: morbidezza e tonalità neutre
Poi la collezione ha virato. Kamali è passata a look più semplici in tonalità neutre più tipiche e morbide di Chloé, inclusi alcuni graziosi cappotti a forma di bozzolo e bluse corte, anche se alcuni capi tendevano verso una forma più voluminosa. È stato interessante osservare questo cambio di registro stilistico: dai massimalisti drappeggi floreali alla sobrietà raffinata dei toni sabbia, avorio e beige.
I cappotti cocoon mi hanno particolarmente colpita per la loro capacità di avvolgere senza soffocare, di proteggere mantenendo quella leggerezza che è cifra distintiva della maison. Le bluse cropped giocavano con proporzioni inaspettate, creando equilibri visivi tra ciò che si mostra e ciò che si suggerisce.
Il coraggio di ridefinire i confini
Kamali merita riconoscimento per aver preso un rischio e allargato i confini del brand, nello spirito della sua coraggiosa fondatrice. Seduta lì, circondata da giornalisti, buyer e appassionati di moda, ho sentito che stavo assistendo a qualcosa di importante: non una semplice sfilata, ma un atto di ridefinizione coraggiosa di cosa significhi essere Chloé nel 2026.
La designer ha dimostrato che è possibile onorare l’eredità senza esserne prigionieri, che le tecniche couture possono dialogare con materiali democratici, che la femminilità può essere forte senza essere aggressiva. Ogni capo parlava di una donna che sa chi è e dove vuole andare, che non ha bisogno di gridare per farsi notare ma la cui presenza è innegabile.
Mentre le modelle sfilavano nel loro balletto finale, mi sono resa conto che Kamali non stava semplicemente disegnando vestiti: stava scrivendo un nuovo capitolo per una delle più iconiche maison parigine, con rispetto per le pagine precedenti ma con l’audacia di chi sa che la storia della moda si scrive guardando avanti, sempre.

Il mio sport preferito è imbucarmi alle sfilate di moda.
Racconto con passione le tendenze che scandiscono il ritmo del mondo contemporaneo. Attraverso i miei articoli, esploro il connubio tra creatività e innovazione, dando voce a stilisti emergenti e grandi nomi della scena internazionale. Amo analizzare non solo gli abiti e gli accessori, ma anche i contesti culturali e sociali che ne influenzano l’evoluzione. Il mio obiettivo è offrire ai lettori insight esclusivi e storie appassionanti che raccontano il dietro le quinte delle sfilate, le ispirazioni dei designer e le nuove frontiere del design. Con uno sguardo attento e uno stile narrativo coinvolgente, trasformo ogni pezzo in un racconto unico, capace di ispirare e informare chi ama vivere la moda come forma d’arte e espressione personale.



































