Giorgio Armani è scomparso il 22 dicembre 2024, a 90 anni, lasciando un impero da oltre due miliardi di euro di ricavi e una delle identità stilistiche più riconoscibili del pianeta. Ma dietro il lutto dell’industria e gli omaggi del mondo intero, si è aperta quasi immediatamente una partita finanziaria di portata storica: chi erediterà — nel senso più concreto e commerciale del termine — il Gruppo Armani? La risposta non è scontata. Anzi, si fa ogni giorno più complicata.
Un testamento che detta le regole del gioco
Giorgio Armani non ha lasciato nulla al caso. Il testamento dello stilista milanese, reso noto nelle settimane successive alla sua scomparsa, contiene clausole straordinariamente dettagliate che regolano la cessione del gruppo. Il controllo passa alla Fondazione Giorgio Armani, con l’esplicita indicazione di tre possibili acquirenti ai quali la fondazione potrebbe cedere quote del capitale: L’Oréal, EssilorLuxottica e, in misura minore, LVMH. I tempi sono scanditi con precisione: entro i primi 18 mesi dall’apertura della successione è prevista la cessione di una quota pari al 15% del capitale, che potrebbe salire fino al 54,9% tra il terzo e il quinto anno. La fondazione, tuttavia, manterrebbe sempre almeno il 30% delle quote e alcuni poteri decisionali, rendendo di fatto impossibile qualsiasi scalata ostile.
Un’architettura giuridica che, sulla carta, sembra pensata per garantire continuità. Ma che nella pratica sta dimostrando tutta la sua rigidità, proprio nel momento in cui il mercato del lusso attraversa una delle fasi più difficili degli ultimi anni.
Un gruppo in frenata, un settore in crisi
Il 2024 non è stato un anno brillante per il Gruppo Armani. I ricavi sono calati, la redditività si è assottigliata e — dato ancora più preoccupante — il core business della moda, al netto delle licenze, risulta in perdita. Una situazione non isolata: l’intero comparto del lusso ha subito una brusca frenata dopo i boom post-pandemici, con i consumatori cinesi che hanno ridotto la spesa discrezionale e quelli occidentali che, stretti dall’inflazione persistente, hanno cominciato a selezionare con maggiore attenzione i propri acquisti premium.
Per Armani, tuttavia, la questione è più strutturale. Diversi analisti del settore sottolineano da tempo la necessità di una profonda ristrutturazione della divisione moda, che fatica a competere con i margini stellari dei grandi conglomerati. I margini operativi del gruppo si attestavano intorno al 17% nel 2024, un dato rispettabile in senso assoluto ma pallido se confrontato con il circa 40% della divisione moda e pelletteria di LVMH.
L’Oréal: il pretendente più accreditato
In questo scenario, l’unico player che abbia ufficialmente dichiarato interesse a entrare nel capitale del Gruppo Armani è L’Oréal. Il colosso della cosmetica francese, con un fatturato annuo che supera i 40 miliardi di euro, è già legato ad Armani da una partnership storica nel settore della bellezza. La licenza Armani Beauty genera per L’Oréal un fatturato stimato intorno a 1,5 miliardi di euro: si tratta, secondo Charles-Louis Scotti, responsabile della ricerca azionaria sui beni di lusso di Kepler Cheuvreux, del terzo marchio di bellezza di lusso nel portafoglio del gruppo, dopo Lancôme e Yves Saint Laurent.
Per L’Oréal, acquisire una quota del Gruppo Armani significherebbe quindi consolidare e internalizzare un asset strategico già esistente, eliminando il rischio-licenza e rafforzando la propria posizione nel lusso aspirazionale. La logica industriale è solida. L’Oréal potrebbe anche seguire il modello adottato da Estée Lauder con Tom Ford: acquisire il marchio nella sua totalità e affidare in licenza il business moda a un operatore specializzato, mantenendo il controllo diretto sulla parte beauty, più difendibile e a margini più elevati.
La valutazione del gruppo, secondo diversi analisti, si collocherebbe in una forchetta tra i 4 e i 7 miliardi di euro. Il 15% iniziale previsto dal testamento comporterebbe quindi un esborso compreso tra 600 milioni e 1 miliardo di euro — una cifra accessibile per un gruppo con la solidità patrimoniale di L’Oréal, ma non trascurabile, specie se l’andamento 2025 del gruppo dovesse confermare le tendenze negative.
EssilorLuxottica e LVMH: candidati con riserve
Gli altri due nomi citati nel testamento presentano profili più incerti. EssilorLuxottica vanta con Armani un rapporto di lunghissima data nel segmento dell’eyewear, che genera ricavi stimati intorno ai 300 milioni di euro. Il gruppo franco-italiano, nato dalla fusione tra Essilor e Luxottica nel 2018, ha dimostrato ambizioni oltre il proprio settore di origine con l’acquisizione di Supreme nel 2024 per 1,5 miliardi di dollari. Tuttavia, l’integrazione di quel marchio è ancora in corso, la governance interna resta complessa a causa delle tensioni tra gli eredi del fondatore Leonardo Del Vecchio, e il contesto attuale non sembra favorire un’ulteriore operazione straordinaria di questa portata.
LVMH appare invece il candidato più improbabile, nonostante il nome di Bernard Arnault evochi immediatamente qualsiasi conversazione sul consolidamento del lusso mondiale. Il colosso francese ha orientato negli ultimi anni la propria strategia sempre più verso gli accessori ad alto margine — in primis la pelletteria — allontanandosi dalla moda prêt-à-porter. E soprattutto, Arnault è notoriamente allergico ad acquisizioni in cui non possa esercitare il controllo totale: le clausole testamentarie che riservano alla fondazione almeno il 30% e alcuni poteri decisionali rappresentano un ostacolo difficilmente superabile per chi ha costruito il proprio impero su acquisizioni totali e integrazione verticale.
La spaccatura nel consiglio e l’incognita della ristrutturazione
Il quadro è ulteriormente complicato da quanto emerge dai piani alti del Gruppo. Secondo fonti vicine alla governance, nel consiglio di amministrazione si starebbe consumando una frattura profonda: da un lato chi ritiene doveroso rispettare alla lettera le volontà dello stilista, procedendo alla cessione nei tempi e nelle modalità previste; dall’altro chi vorrebbe prorogare la scadenza dei 18 mesi per concentrarsi prima sul risanamento operativo del gruppo, rendendo l’asset più appetibile e la valutazione più favorevole.
È una tensione comprensibile. Vendere oggi, con il gruppo in perdita sulla moda e il mercato del lusso in contrazione, significa accettare valutazioni alla parte bassa della forchetta. Attendere, invece, significa guadagnare tempo per la ristrutturazione ma rischiare di violare lo spirito — se non la lettera — di un testamento costruito con una logica precisa.
Il brand che sopravvive al fondatore
Al di là delle cifre e delle clausole legali, resta aperta una domanda di fondo che accompagna ogni grande successione nel mondo della moda: un marchio può sopravvivere pienamente al suo fondatore? La storia offre risposte contrastanti. Chanel, Dior, Givenchy: tutti brand che hanno attraversato la morte del proprio creatore e hanno saputo reinventarsi, spesso grazie all’ingresso nei portafogli dei grandi conglomerati. Ma Armani era qualcosa di diverso — un marchio rimasto indipendente per quasi cinquant’anni, costruito sull’identità di un uomo solo, sul suo gusto inconfondibile, sulla sua visione di un’eleganza sobria e potente.
Silvana Armani, nipote dello stilista, ha già debuttato alla guida creativa del ready-to-wear nella sfilata autunnale, dopo aver presentato l’haute couture a Parigi. La continuità familiare è assicurata nella forma. Ma la sostenibilità del modello di business richiede qualcosa di più: risorse, visione strategica, capacità distributiva. Qualcosa che, in un mercato sempre più concentrato, solo i grandi gruppi possono garantire.
La partita è aperta. E L’Oréal, per ora, sembra avere le carte migliori in mano.

Il mio sport preferito è imbucarmi alle sfilate di moda.
Racconto con passione le tendenze che scandiscono il ritmo del mondo contemporaneo. Attraverso i miei articoli, esploro il connubio tra creatività e innovazione, dando voce a stilisti emergenti e grandi nomi della scena internazionale. Amo analizzare non solo gli abiti e gli accessori, ma anche i contesti culturali e sociali che ne influenzano l’evoluzione. Il mio obiettivo è offrire ai lettori insight esclusivi e storie appassionanti che raccontano il dietro le quinte delle sfilate, le ispirazioni dei designer e le nuove frontiere del design. Con uno sguardo attento e uno stile narrativo coinvolgente, trasformo ogni pezzo in un racconto unico, capace di ispirare e informare chi ama vivere la moda come forma d’arte e espressione personale.




































