Quando le porte del Louvre si chiudono al pubblico, Parigi svela il suo volto più segreto. È un martedì e attraversare il museo deserto, con la Nike di Samotracia che si erge solitaria e maestosa senza la folla abituale, è già un privilegio che fa vibrare la pelle. Ma Nicolas Ghesquière aveva preparato per noi qualcosa di ancora più intimo: gli appartamenti estivi di Anna d’Austria, Regina di Francia, appena restaurati, sette sale dalle pareti di marmo rosso e dai soffitti dorati, ornati da affreschi seicenteschi che raccontano storie di potere e bellezza.

Entro in queste stanze e mi sento avvolta da secoli di storia francese, eppure tutto parla di presente. La scenografia curata dalla decoratrice Marie-Anne Derville mescola mobili del Settecento del maestro ebanista Georges Jacob, sedute Art Déco di Michel Dufet e ceramiche di Pierre-Adrien Dalpayrat. È un dialogo tra epoche dove il lusso non urla ma sussurra, dove ogni oggetto è stato scelto per creare non uno showroom ma una casa contemporanea infusa di gusto francese stratificato nei secoli.

Vestirsi per sé: la nuova filosofia del lusso

In lode dell’intimità, vestirsi prima di tutto per se stessi“, mi confida Ghesquière nel backstage, circondato da giornalisti rapiti dalle sue parole. “È divertente vestirsi eleganti anche a casa… L’atmosfera che desideravo condividere era la serenità che si prova nel comfort della propria dimora“.

Ascolto queste parole e penso a quanto sia radicale questo concetto nel mondo della moda, dove tutto sembra gridare verso l’esterno, verso il red carpet, verso lo sguardo altrui. Ghesquière, designer sinonimo di futurismo fantascientifico e silhouette architettoniche, sceglie invece di esplorare un territorio più morbido, più avvolgente. Ed è una sorpresa meravigliosa.

La collezione: tra comfort domestico e sperimentazione haute couture

Le prime modelle scivolano tra gli affreschi e capisco subito che siamo di fronte a un cambio di paradigma. Cappotti con texture da orsacchiotto e forme da accappatoio, maglioni soffici e shorts a cavallo basso, abiti semplici come toghe o drappi di tessuto prezioso. È moda da interni che diventa alta moda, è la celebrazione del vestirsi senza audience.

Ma Ghesquière non sarebbe Ghesquière se non ci sorprendesse. Un cappotto color cammello prende la forma di un romper, un capo insolito che ricorre frequentemente nella collezione. È strano, è inaspettato, è geniale. Su una vestaglia senza maniche che sembra visone ma è in realtà seta spazzolata – una tecnica antica riproposta – vengono sparse manciate di gioielli che catturano la luce delle candele.

Quando gli abiti si ornano, lo fanno con una forza che abbaglia. Un tabard triangolare si presenta con ricami floreali lucidi sul davanti, mentre gli outfit frangati che chiudono lo show vedono ogni filo composto da minuscole perline degradé che approssimano una vista sfocata di giardino. È come guardare la natura attraverso una finestra appannata dopo un bagno caldo, quando tutto si fa morbido e accogliente.

Il contrasto che definisce l’eleganza

Ma c’è un altro lato della collezione, quello che parla della semplicità radicale. Top di cotone essenziali, pantaloni di seta a gamba larga e persino calzini con sandali – anche se i calzini sono in broccato lucido. È questo contrasto che rende la collezione così contemporanea: da una parte lo sfarzo senza scuse, dall’altra la normalità elevata a forma d’arte.

Osservo le modelle muoversi tra mobili d’epoca e mi rendo conto che Ghesquière sta raccontando una storia precisa: quella delle VIC di Vuitton (Very Important Clients) che potrebbero trascorrere le estati su uno yacht Feadship e gli inverni in uno chalet a Megève. Persone per cui “stare a casa” significa abitare spazi straordinari, dove anche l’intimità è curata nei minimi dettagli.

La colonna sonora dell’anima

Mentre le ultime modelle completano il loro percorso tra le sale regali, mi lascio avvolgere dalla musica, una composizione su misura di Tanguy Destable che riprende i testi di “This Must Be the Place”, canzone d’amore del 1983 dei Talking Heads, letta dalla voce inconfondibile di Cate Blanchett.

“Home is where I want to be, but I guess I’m already there” – Casa è dove voglio essere, ma credo di esserci già. Queste parole risuonano nelle stanze dorate e improvvisamente tutto ha senso. In un’epoca di iperconnessione e sovraesposizione, Ghesquière ci ricorda il bisogno universale di sentirsi radicati, di trovare bellezza nell’essere semplicemente dove siamo, con noi stessi.

L’esperienza come nuovo lusso

Uscendo dal Louvre, con il sole del tardo pomeriggio che accarezza la piramide di vetro, rifletto su come i brand del lusso stiano sempre più investendo in esperienze rare ed eccezionali per consolidare il loro posizionamento. Passeggiare nel Louvre di martedì quando è chiuso al pubblico, scoprire appartamenti appena restaurati e abitarli per un’ora attraverso la moda è un privilegio che va oltre il prodotto. È memoria, è emozione, è connessione profonda con un immaginario.

La collezione Spring Summer 2026 di Louis Vuitton non è solo un insieme di abiti straordinari. È un manifesto del lusso contemporaneo che guarda verso l’interno, che celebra l’intimità come forma suprema di eleganza, che trasforma il domestico in divino. Ghesquière ci ha regalato una visione dove non serve uscire per essere bellissime, dove la casa diventa il nostro primo santuario di stile, dove vestirsi per se stesse è l’atto più rivoluzionario che possiamo compiere.

E mentre Parigi si prepara a un’altra notte di moda e mondanità, io porto con me questa lezione: a volte il vero lusso è chiudere la porta del mondo esterno e semplicemente essere, avvolte in seta spazzolata e serenità.