C’è un momento, ogni anno, in cui l’Italia intera smette di fare quello che stava facendo e si trasforma in una nazione di critici d’arte. Non accade ai David di Donatello, né alla Mostra del Cinema di Venezia. Accade a Sanremo. Il Festival della Canzone Italiana — nella sua settantaseiesima edizione — è molto più di una competizione musicale: è uno specchio ad alta definizione che riflette le ansie, le aspirazioni e le tendenze di un Paese intero. E quest’anno, forse più che mai, quello specchio ha restituito un’immagine sorprendentemente nitida: il ritorno alla formalità, alla sobrietà sartoriale, a un’estetica che potremmo definire del rigore elegante.
La tempistica non è casuale. Il Festival si è svolto in concomitanza con la Milano Fashion Week maschile, poche ore dopo la chiusura dei Giochi Olimpici Invernali di Milano-Cortina 2026 e nel pieno dell’award season internazionale che culminerà con la notte degli Oscar. Eppure, tra una sfilata e l’altra, la domanda che circolava nei corridoi delle showroom meneghine era sempre la stessa: “Ma tu stasera guardi Sanremo?”. Giornalisti di moda, stylist, pr e content creator — armati di accrediti e scarpe comode — hanno abbandonato i défilé appena in tempo per sintonizzarsi su RaiUno e trasformare il proprio divano in una postazione d’analisi critica.
Il completo torna a farla da padrone: la formalità come manifesto generazionale
Quello che è andato in scena sul palco del Teatro Ariston non è stato soltanto uno show musicale. È stato un campionario autentico delle tendenze che stanno attraversando il sistema moda globale. Quasi la totalità degli artisti maschili in gara ha scelto il completo classico, il doppiopetto rivisitato in chiave contemporanea, il tailleur come dichiarazione d’intenti. Non si tratta di nostalgia né di uniformità: si tratta di un cambio di paradigma che le passerelle di Pitti Uomo, Milano e Parigi stavano anticipando da stagioni.
Carlo Conti, padrone di casa per il secondo anno consecutivo, ha affidato la propria immagine a Stefano Ricci, manifesto vivente di un lusso italiano rigoroso e senza sbavature. Al suo fianco, Laura Pausini — ospite nella veste inedita di annunciatrice dei voti — ha attraversato la serata in tre creazioni di Armani Privé, confermando la centralità del marchio fondato da Giorgio Armani nelle grandi occasioni del costume nazionale.
Ma il dato più interessante non riguarda i protagonisti storici. Riguarda i giovani. Michele Bravi ha scelto Antonio Marras, griffe friulana nota per la sua capacità di fondere cultura popolare e alta sartoria. Chiello e Tommaso Paradiso sono stati vestiti da Emporio Armani. Francesco Renga si è affidato a Canali, casa milanese con quasi un secolo di storia nel tailoring maschile. Fulminacci e Tredici Pietro hanno optato per Ami Paris, brand parigino diventato punto di riferimento per una generazione che vuole il lusso senza ostentazione. Persino GCDS — nato come marchio streetwear irriverente e provocatorio — ha confezionato un look formale su misura per il giovane Sayf, a dimostrazione che la contaminazione tra le culture del vestire non è mai stata così fertile.
Oltre il lusso: il premium si prende il palco
Sanremo non è mai stato, né potrebbe esserlo, un evento esclusivamente patinato. La sua forza risiede proprio nell’essere nazional-popolare, nel suo saper contenere l’alta couture e il pronto moda, il designer emergente e il brand storico. Quest’anno, questa pluralità si è espressa con una coerenza stilistica raramente raggiunta in passato.
Eddie Brock ha indossato Luigi Bianchi Flirt, marchio di Mantova con radici profonde nella cultura del made in Italy. Ermal Meta ha scelto Trussardi, storica griffe bergamasca che negli ultimi anni ha saputo rinnovarsi senza tradire la propria identità. Enrico Nigiotti era in Barena Venezia, brand veneto che ha fatto dell’artigianalità discreta il proprio marchio di fabbrica. Nayt ha scelto Canaku, giovane realtà della new wave milanese, mentre Fedez ha optato per il minimalismo rigoroso di Jil Sander. Luchè ha percorso il red carpet in Louis Vuitton, Leo Gassmann in Dsquared2 & Magliano — quest’ultima collaborazione tra il duo canadese e il giovane designer italiano tra le più discusse della stagione.
Un caso particolarmente suggestivo è stato quello di Colombre, che ha scelto un look vintage Tom Ford, affiancato da Maria Antonietta con la replica dell’abito che Nada Malanima indossò a Sanremo nel 1969. Un gesto che è insieme citazione colta, omaggio alla storia del Festival e riflessione sul rapporto tra moda e memoria collettiva.
Le donne in gara: il minimalismo come potere
Se la scena maschile ha mostrato una compattezza quasi sorprendente, la componente femminile ha offerto una tavolozza più variegata, dove tuttavia il minimalismo ha avuto la meglio sul massimalismo. Serena Brancale ha percorso il palco in total white, riduzione cromatica che richiede sicurezza stilistica assoluta. Malika Ayane ha scelto Jil Sander — stesso marchio di Fedez, nessuna coincidenza: il minimalismo tedesco è il codice condiviso di chi non ha paura del silenzio nella moda. Levante si è affidata all’eleganza geometrica di Giorgio Armani, mentre Mara Sattei ha indossato un abito corsettato e drappeggiato firmato Vivienne Westwood, costruzione strutturale che non lascia spazio all’improvvisazione.
Arisa ha invece colto l’occasione per dare visibilità a Des_Phemmes, marchio fondato da Salvo Rizza e tra le realtà più interessanti del panorama italiano emergente. Una scelta che non è solo estetica ma è anche una dichiarazione di poetica: il palco dell’Ariston come amplificatore per chi lavora ai margini del sistema pur meritando il centro. Patty Pravo ha affidato la propria immagine all’artigianato su misura del sarto Simone Folco, mentre Elettra Lamborghini ha confermato la propria insofferenza per il less is more con una creazione di Tony Ward Couture. Ditonellapiaga e la rock band Bambole di Pezza hanno portato sul palco un’estetica più audace, contraltare necessario all’uniformità sobria del resto della serata.
Sanremo come osservatorio: cosa ci dice il Festival sulla moda di domani
La vera domanda che emerge dall’analisi stilistica del 76esimo Festival non riguarda i singoli look ma il sistema che li produce. Sanremo è, di fatto, il più grande evento di product placement del lusso in Italia, con un’audience televisiva che nei giorni di punta supera i dieci milioni di spettatori e una coda mediatica che si estende per settimane sui social network. I brand lo sanno, e da anni investono nella manifestazione con una strategia sempre più sofisticata, che non si limita ai cantanti in gara ma abbraccia presentatori, ospiti, opinionisti e chiunque compaia davanti a una telecamera nella settimana ligure.
Quello che il Festival 2025 ha certificato, con una chiarezza quasi didascalica, è il “ritorno all’ordine” del sistema moda — per usare un’espressione cara alla storia dell’arte. Dopo anni di dominio dello streetwear, dell’athleisure, del logomania esibita e della sneaker culture come religione estetica universale, le passerelle globali stanno virando verso la sartoria, il completo, il tessuto pregiato, la costruzione artigianale. Sanremo, nella sua natura di specchio fedele del gusto popolare italiano, ha recepito questo segnale e lo ha amplificato con la potenza dei suoi venti milioni di telespettatori complessivi.
Non è nostalgia. Non è reazione. È la moda che, come sempre, respira in sincronia con il tempo che la circonda: un’epoca che chiede solidità, struttura, identità riconoscibile. E che trova tutto questo — anche — in un completo ben tagliato sotto i riflettori del Teatro Ariston.

Il mio sport preferito è imbucarmi alle sfilate di moda.
Racconto con passione le tendenze che scandiscono il ritmo del mondo contemporaneo. Attraverso i miei articoli, esploro il connubio tra creatività e innovazione, dando voce a stilisti emergenti e grandi nomi della scena internazionale. Amo analizzare non solo gli abiti e gli accessori, ma anche i contesti culturali e sociali che ne influenzano l’evoluzione. Il mio obiettivo è offrire ai lettori insight esclusivi e storie appassionanti che raccontano il dietro le quinte delle sfilate, le ispirazioni dei designer e le nuove frontiere del design. Con uno sguardo attento e uno stile narrativo coinvolgente, trasformo ogni pezzo in un racconto unico, capace di ispirare e informare chi ama vivere la moda come forma d’arte e espressione personale.



































