Marzo è il mese della transizione: l’inverno allenta la presa, la luce cambia consistenza, i paesaggi si svegliano. È il momento in cui il mondo rivela una versione di sé più autentica, meno affollata, più disposta al dialogo con il viaggiatore curioso. Quattro destinazioni — Giappone, Marocco, Giordania e Portogallo — si trasformano in marzo in luoghi di rara intensità, capaci di restituire emozioni che i mesi di alta stagione, con le loro folle e i loro cliché, difficilmente sanno offrire.

Giappone a marzo: l’attesa che diventa spettacolo tra i primi fiori di ciliegio

C’è qualcosa di quasi liturgico nel modo in cui il Giappone accoglie la primavera. Il fenomeno del sakura, la fioritura dei ciliegi, è uno degli eventi naturali più attesi e documentati al mondo, e marzo ne segna l’inizio nelle regioni meridionali del paese. A Kyushu, nell’isola più a sud dell’arcipelago principale, i fiori sbocciano già nella seconda metà del mese, colorando di bianco e rosa pallido i parchi, i bordi dei fiumi, i cortili dei templi. Il Giappone Meteorological Corporation pubblica ogni anno le previsioni di fioritura — il celebre sakura zensen, il “fronte dei ciliegi” — che avanza lentamente verso nord come un’onda silenziosa e inesorabile.

Ma marzo in Giappone non è solo il preludio della fioritura. È il mese in cui il paese vive una doppia anima: da un lato la quiete dell’inverno ancora percepibile nelle montagne di Hokkaido, dove la neve resiste e le volpi della tundra si aggirano tra i campi bianchi; dall’altro il risveglio delle città costiere, dove i mercati del pesce si animano e i giardini iniziano a profumare. Kyoto, in questo periodo, è ancora relativamente tranquilla rispetto all’esplosione turistica di aprile: i sentieri del Fushimi Inari Taisha si percorrono con più calma, le strade di Gion conservano una certa intimità, i ristoranti di kaiseki — la cucina tradizionale giapponese multitavola — accettano prenotazioni senza i mesi di attesa tipici della stagione alta.

La prefettura di Kanagawa, con la sua costa che si affaccia sul Pacifico e la vetta del Fuji sullo sfondo, offre a marzo scenari di straordinaria compostezza visiva: il vulcano ancora innevato si staglia contro cieli tersi, mentre i primi fiori aprono sui rami spogli dei ciliegi lungo il lago Kawaguchi. È un paesaggio che i pittori dell’ukiyo-e avrebbero riconosciuto immediatamente, e che oggi continua a sembrare, nonostante tutto, sorprendentemente intatto.

Il festival Omizutori, che si tiene ogni anno al Tōdai-ji di Nara tra febbraio e marzo, è uno degli eventi rituali più antichi del buddhismo giapponese: la cerimonia, che prevede l’accensione di grandi torce e il versamento di acqua sacra, si svolge ininterrottamente dal 752 d.C. Assistere all’Omizutori significa entrare in contatto con una continuità storica che pochissimi luoghi al mondo possono vantare.

Marocco a marzo: la luce perfetta tra medine, kasbah e il grande deserto

Viaggiare in Marocco ad agosto significa affrontare temperature che superano i 40 gradi nelle città imperiali. Marzo, invece, offre qualcosa di molto più raro: una luce dorata e morbida, temperature tra i 18 e i 22 gradi sulle coste atlantiche e nelle città dell’interno, e una vivacità quotidiana che non è ancora stata alterata dal turismo di massa estivo. È la stagione in cui il paese si mostra con le difese abbassate.

Marrakech, che a luglio può sembrare un forno, a marzo è percorribile a piedi per ore. La medina — patrimonio UNESCO dal 1985 — si rivela in tutta la sua complessità labirintica: i souk dei conciatori, i fondaci medievali, i riad nascosti dietro porte scrostate che celano interni di marmi e aranceti. La piazza Djemaa el-Fna, cuore pulsante della città, è frequentata più dai marocchini che dai turisti, e i suoi narratori di storie — gli halqa, una tradizione orale secolare — raccontano ancora, in arabo darija, le gesta di eroi e buffoni a platee sedute in cerchio sul selciato.

A nord, Fes mantiene il titolo di capitale spirituale e intellettuale del Marocco. La sua medina, la più grande area urbana pedonale al mondo secondo l’UNESCO, si estende su un reticolo di oltre 9.000 strade e vicoli. Marzo è il momento ideale per visitarla: le piogge invernali hanno lavato i muri di argilla rossa, i giardini degli hammam profumano di legno di cedro bruciato, e le botteghe dei ceramisti espongono i loro prodotti su strade che non conoscono automobili da secoli.

Ma è nel deserto del Sahara, nella regione di Merzouga, che marzo regala forse la sua prova più drammatica. Le dune dell’Erg Chebbi, alte fino a 150 metri, cambiano colore nel corso della giornata — dal beige pallido dell’alba all’arancione incandescente del tramonto — e le notti, ancora fresche ma non gelide, restituiscono cieli stellati di una nitidezza impossibile da trovare in Europa. I tour in dromedario organizzati dai campeggi berberi permettono di raggiungere l’interno del deserto al crepuscolo, lontano dall’eco di qualsiasi strada. È un silenzio fisico, quasi tangibile, che molti viaggiatori descrivono come una delle esperienze più disorientanti e al tempo stesso liberatorie della loro vita.

Il Marocco è anche un paese gastronomico di straordinaria ricchezza: marzo è la stagione delle arance della varietà navel coltivate nella piana di Souss, del miele di timo dell’Atlante, e degli argan freschi che le cooperative femminili di Essaouira lavorano ancora a mano. Una colazione marocchina con msemen, olio di argan, miele e tè alla menta è, da sola, ragione sufficiente per fare le valigie.

Giordania a marzo: Petra, Wadi Rum e il Mar Morto nel mese più bello dell’anno

Se c’è un paese al mondo in cui marzo rappresenta oggettivamente il mese migliore per visitarlo, quello è la Giordania. Le temperature medie ad Amman oscillano tra i 10 e i 18 gradi, il deserto del Wadi Rum è attraversato da brezze leggere che non bruciano ancora la pelle, e Petra — il sito archeologico nabateo più celebre del Medio Oriente — può essere esplorata per ore senza il tormento del calore che rende le visite estive un’esperienza di pura resistenza fisica.

Petra fu costruita dai Nabatei a partire dal IV secolo a.C., e rimase la loro capitale fino alla conquista romana del 106 d.C. La città fu poi progressivamente abbandonata e rimase di fatto sconosciuta al mondo occidentale fino al 1812, quando l’esploratore svizzero Johann Ludwig Burckhardt la descrisse per primo in un resoconto destinato a fare storia. Oggi il sito si estende su circa 264 chilometri quadrati, dei quali soltanto una piccola parte è stata scavata dagli archeologi. Il Siq — il canyon naturale di 1,2 chilometri che conduce alla porta principale della città — è uno dei grandi corridoi drammatici della storia dell’architettura: le pareti di arenaria rosa salgono fino a 80 metri, la luce filtra dall’alto in fasci obliqui, e poi, al termine del percorso, appare il Khazneh, il Tesoro, con la sua facciata di 40 metri scolpita direttamente nella roccia.

Il Wadi Rum, a sud di Petra, è qualcosa di diverso: non un sito da visitare, ma un paesaggio da abitare, almeno per qualche giorno. Le sue formazioni di granito rosa e arenaria rossa hanno ospitato le riprese di decine di film ambientati su Marte — da The Martian a Rogue One — proprio perché la sua superficie marziana, i suoi archi di roccia e i suoi canyon silenziosi sembrano appartenere a un altro pianeta. Dormire in uno dei campi beduini del Wadi Rum, sotto un cielo incontaminato dall’inquinamento luminoso, è un’esperienza che ridimensiona qualsiasi scala di riferimento.

Il Mar Morto, al confine con Israele e i Territori Palestinesi, è un altro dei tesori geografici della Giordania. Con una superficie che si trova a circa 430 metri sotto il livello del mare — il punto più basso della superficie terrestre emersa — e una concentrazione di sale di circa il 34%, le sue acque non permettono di andare a fondo: i corpi galleggiano con una naturalezza che, la prima volta, genera una sensazione di incredulità quasi comica. A marzo le temperature dell’acqua sono ancora fresche, intorno ai 20 gradi, ma l’aria è già tiepida e il paesaggio — le montagne di Moab sullo sfondo, la riva giordana coperta di travertino bianco — è di una bellezza severa e memorabile.

Amman, la capitale, merita almeno due giorni: la sua Città Alta, con la cittadella romana, il teatro del II secolo d.C. e il Museo Archeologico Nazionale, racconta tremila anni di storia in pochi isolati; il quartiere di Rainbow Street, invece, con i suoi caffè, le librerie indipendenti e i ristoranti di hummus che aprono all’alba, racconta la Giordania contemporanea con altrettanta eloquenza.

Portogallo a marzo: luce atlantica, fioritura dei mandorli e città ancora silenziose

Il Portogallo è uno di quei paesi che i viaggiatori esperti imparano ad amare fuori stagione. A marzo, Lisbona è una città diversa: le piazze non sono ancora invase dai selfie stick, i tram gialli scendono lungo l’Alfama senza che i passeggeri debbano aspettare tre o quattro corse per salire, e i pasteleiros de nata — le celebri tartine alla crema pasticcera — si mangiano calde al bancone senza fare la fila. La luce di marzo a Lisbona ha una qualità particolare: obliqua, dorata, riverberata dai pavimenti di pietra calcarea e dalle facciate rivestite di azulejos. È una luce che i pittori hanno inseguito per secoli, e che le fotografie catturano con una facilità che sembra quasi sleale.

L’Alentejo, la grande regione agricola a est della capitale, è in marzo un mosaico di verde intenso e fioritura spontanea. I campi di grano appena nato formano distese continue interrotte solo dalle querce da sughero — il Portogallo è il primo produttore mondiale di sughero, con circa il 50% della produzione globale — e dai borghi di argilla bianca e blu cobalto che sembrano dipinti a mano. Évora, città patrimonio UNESCO con il suo tempio romano del I secolo d.C. e la sua cappella degli Ossami, è a marzo quasi interamente dei suoi abitanti: i ristoranti servono le carni di maiale nero alentejano e i vini a denominazione di origine controllata della regione, e le strade medievali del centro storico si percorrono in un silenzio che in agosto sarebbe impossibile da trovare.

L’Algarve, la costa meridionale del paese, è a marzo nel pieno della sua stagione più spettacolare: la fioritura delle mandorle, che trasforma le colline dell’interno in nuvole bianche e rosa, si estende da gennaio a marzo, e nelle settimane centrali del mese il paesaggio raggiunge il suo apice visivo. Le scogliere di Ponta da Piedade, vicino a Lagos, mostrano la loro geometria di calcare arancione contro un mare che a marzo è ancora mosso e atletico, capace di onde che i surfisti inseguono da tutto il mondo. Le spiagge dell’Algarve sono frequentate ma non affollate, e la temperatura dell’acqua — intorno ai 16 gradi — scoraggia il bagno ma non impedisce lunghe camminate lungo la battigia.

Porto, a nord, vive marzo come un mese di transizione attiva. La città sul Douro è in fase di scoperta crescente da parte del turismo internazionale, ma a marzo mantiene ancora una misura umana: i caffè storici della Baixa servono bica e torrada senza fretta, le cantine di vino di Porto a Vila Nova de Gaia aprono per le degustazioni mattutine in ambienti freschi e profumati di legno e vino invecchiato, e i mercati del Bolhão — recentemente restaurati — traboccano di ortaggi di stagione, pesci dell’Atlantico e formaggi della Serra da Estrela. Il quartiere della Ribeira, con i suoi edifici variopinti e scrostati che si specchiano nel fiume, è uno dei paesaggi urbani più fotografati d’Europa, e a marzo lo si può vivere con una prossimità autentica difficile da replicare nei mesi estivi.

La strada che dalla costa atlantica penetra verso l’interno, attraverso i villaggi di granito dell’Alto Minho o le vigne terrazzate del Douro, è in marzo un percorso di rara intensità sensoriale: la nebbia del mattino avvolge le valli, i treni a cremagliera salgono lenti verso i villaggi in quota, e il paese rivela una sobria, testarda bellezza che non ha bisogno di orpelli per imporsi.