Nel silenzio della Barbagia, tra le viuzze di granito di un borgo antico arroccato a 650 metri di quota, il suono metallico di trenta chili di campanacci squarcia l’aria gelida di febbraio. Non è una festa qualunque: è un rito che attraversa i millenni, una danza che parla la lingua oscura delle civiltà perdute. Quando i Mamuthones emergono dall’ombra con le loro maschere nere di legno e le pelli di pecora che li avvolgono come un sudario animale, il tempo si dissolve. Mamoiada, piccolo paese di duemilacinquecento anime nel cuore della Barbagia di Ollolai, custodisce uno dei carnevali più misteriosi e affascinanti d’Europa, dove la linea tra sacro e profano svanisce in un turbinio di tradizioni che affondano le radici nell’epoca nuragica.
Maschere che danzano tra mito e storia
Le origini di questa manifestazione straordinaria si perdono nella notte dei tempi. Gli studiosi dibattono da decenni: alcuni ritengono che il rito risalga all’età nuragica, tra il 3200 e il 1800 avanti Cristo, quando i pastori celebravano cerimonie propiziatorie per proteggere i raccolti e scacciare gli spiriti maligni. Altri vedono nelle maschere il ricordo di antiche dominazioni: i Mamuthones sarebbero prigionieri saraceni condotti in corteo dai vincitori sardi, gli Issohadores. Le testimonianze orali attestano che le sfilate esistevano già nel XIX secolo, ma la prima fonte scritta risale soltanto al 1951, quando fotografi e antropologi portarono all’attenzione mondiale questo tesoro nascosto della Sardegna.
Ciò che rende unico questo carnevale è l’assoluta fedeltà a un codice rituale tramandato oralmente di generazione in generazione. Non c’è famiglia a Mamoiada che non abbia un legame con queste maschere. Mamuthone si nasce, dicono in paese, e la vestizione è un momento sacro che richiede precisione e rispetto. Due membri del gruppo aiutano il Mamuthone a indossare ogni elemento: le pelli di pecora nera, i pantaloni di velluto, la giacca scura. Poi arrivano i campanacci, fissati alla schiena con cinghie che comprimono il respiro, segnando il passaggio verso una nuova identità. Solo quando i campanacci risuonano all’unisono, guidati dall’Issohadore preposto, la trasformazione è completa.
La danza ipnotica che risveglia la terra
La processione inizia con dodici Mamuthones disposti su due file parallele, numero che simboleggia i dodici mesi dell’anno. Si muovono a piccoli passi cadenzati, quasi saltelli, appesantiti dalle attrezzature e dalla maschera di legno di pero dai tratti marcati e dall’espressione sofferente chiamata visera. Ogni movimento è sincronizzato: un colpo di spalla verso destra, poi verso sinistra, e il frastuono metallico dei campanacci crea un suono profondo che ricorda un battito primordiale, come se la terra stessa venisse percossa per risvegliarla dal lungo sonno invernale.
Gli otto Issohadores li circondano con passi agili e leggeri, vestiti con corpetto rosso, pantaloni bianchi e maschera bianca, in netto contrasto con l’oscurità dei Mamuthones. Tra le mani tengono sa soha, la fune di giunco intrecciato, leggera e studiata per non far male. Con gesti improvvisi lanciano il laccio e catturano le giovani donne tra gli spettatori, in segno di buon auspicio per la salute e la fertilità. La loro bravura sta nel riuscire a catturare anche a lunga distanza, dodici o tredici metri, compiendo un esercizio reso ancora più difficile dalla leggerezza della fune che viene bagnata prima della sfilata per renderla più maneggevole.
Il silenzio è l’elemento che conferisce ai Mamuthones un’aura di sacralità e mistero. Non parlano mai, restano muti per tutto il percorso della processione. Il comportamento non ricorda un’allegra carnevalata quanto una solenne processione composta e ordinata, una cerimonia che ricorda un corteo religioso, una danza ancestrale che l’etnologo Raffaello Marchi, primo osservatore negli anni Quaranta, definì “processione danzata”.
Il fuoco di Sant’Antonio e la prima uscita
Il Carnevale di Mamoiada inizia ufficialmente il 17 gennaio, in coincidenza con la festa di Sant’Antonio Abate, detta Sant’Antoni ‘e su ohu (Sant’Antonio del Fuoco). Quella sera, come da tradizione millenaria, vengono accesi numerosi falò benedetti davanti alla chiesa parrocchiale e nei vari rioni del paese. Attorno a questi fuochi si svolgono le misteriose danze dei Mamuthones e degli Issohadores nella loro prima uscita dell’anno, chiamata sa prima issida. Il rito segna il rinnovarsi del ciclo solare a metà dell’inverno, quando la luce comincia a vincere sulle tenebre.
Il territorio di Mamoiada è un paesaggio granitico solcato da vigneti che si estendono a perdita d’occhio, pascoli verdeggianti e boschi rigogliosi. Le dolci colline sono coperte di viti e castagni che tingono di caldi colori la valle. Su fertili terreni d’origine granitica, con microclima temperato e alte escursioni termiche tra giorno e notte, prosperano le vigne da cui si ottengono rinomati vini Cannonau e Granazza, produzioni eccellenti delle cantine locali con gradazione alcolica che può superare i sedici gradi. Abbondanti sorgenti e corsi d’acqua danno vita a una natura che ha attratto insediamenti umani fin dal Neolitico.
Tra archeologia e tradizione vivente
Il passato è ovunque a Mamoiada. A pochi chilometri dal centro si trova Sa Perda Pintà, la pietra dipinta, anche nota come Stele di Boeli: un’enorme lastra granitica alta oltre due metri e mezzo, istoriata con cerchi concentrici, bastoni uncinati e coppelle. Risale alla Cultura di Ozieri (3200-1800 avanti Cristo) ed è unica in Sardegna, con simboli che rimandano ad arcaici rituali di fertilità e al ciclo della vita e della morte. Il territorio custodisce trentadue nuraghi, tra cui spicca l’Arràilo, circondati da tracce di villaggi e tombe dei Giganti. Le Domus de Janas di Istevene, a soli tre chilometri dal paese, conservano una protome taurina scolpita, coppelle e tracce di ocra rossa, testimonianze di un legame millenario con il culto del toro.
Il centro storico si sviluppa tra strette e intricate viuzze su cui si affacciano case di granito, archi, pergole e muri in pietra. Ogni abitazione ha un piccolo cortile con almeno un albero da frutto. Qui si trova il Museo delle Maschere Mediterranee, spazio espositivo che conserva ed espone non solo le maschere di Mamoiada ma anche quelle di altri paesi della Sardegna e del bacino del Mediterraneo, dalla Grecia alla Spagna, dalla Croazia al Portogallo. Le viseras, opere dei maestri del legno, sono autentiche sculture create con legni pregiati come il pero e l’ontano, lavorate a mano nelle botteghe artigiane del paese.
Il banchetto e i riti della convivialità
Il Carnevale mamoiadino non è solo maschere. È momento di convivialità e unione. I dolci tipici come le orulettas (simili alle chiacchiere) e s’aranzada, insieme al vino Cannonau, fanno parte integrante della festa e vengono offerti ai mamoiadini e ai visitatori. La tradizione culinaria agropastorale si esprime nella faddada, zuppa di fave di antiche origini già popolare nell’antica Roma, nei maccarrones de busa, nel pane frattau, nel porcetto arrosto e nella pecora bollita. Il vino è da sempre un elemento fondamentale nelle cerimonie e nelle feste tradizionali, bere vino significa stare insieme e condividere la festa, un rito in cui si incontra il divino, la terra e il cielo.
Il Martedì grasso vede l’arrivo del fantoccio di Juvanne Martis Sero: un manichino con una testa in legno attaccata tramite un tubo a una botte di vino celata dal corpo, vestito in velluto su uno strato di paglia. Viene trasportato su un carro addobbato con rami e arbusti, trascinato da un asino. I cosiddetti “genitori”, con il volto annerito dal sughero bruciato e vestiti con abiti tipicamente femminili (sciarpa, scialle, camicetta e gonna), iniziano a gridare una sorta di ninna nanna in rima contenente frasi ironiche, prese in giro e commenti sarcastici. La morte simbolica di Juvanne segna la fine del Carnevale, ma la festa si protrae fino alla domenica successiva con la tradizionale Pentolaccia (Sas Padedda) in piazza, momento di gioco e allegria in cui le coppie, bendate, cercano di rompere le pentole di terracotta per vincerne il contenuto.
Un viaggio nel tempo che continua
Oggi il Carnevale di Mamoiada è riconosciuto come una delle manifestazioni folkloristiche più importanti d’Italia e d’Europa. Le maschere dei Mamuthones e degli Issohadores hanno sfilato in tutto il mondo, da Sassari a New York, rendendo Mamoiada ambasciatrice della cultura sarda ben oltre i confini del Mediterraneo. Il paese si è trasformato in una destinazione turistica che attira ogni anno migliaia di visitatori dall’isola e da tutto il mondo, mantenendo però intatta la propria autenticità.
La piazza Santa Croce è il palcoscenico naturale dove i mamoiadini si esibiscono nel tradizionale ballu tundu, il ballo in cerchio con il suonatore di organetto al centro. È un rito sociale con regole ben definite, spezzato solamente dal passaggio delle maschere. La piazza si ferma, tutto diviene quasi immobile e l’unico movimento è quello dei Mamuthones e degli Issohadores, gli unici suoni che sovrastano ogni cosa sono quelli dei campanacci.
Arrivare a Mamoiada significa immergersi in un’atmosfera sospesa nel tempo. Il borgo dista quindici chilometri da Nuoro e si raggiunge facilmente lungo la SS 389. Da Olbia occorrono circa un’ora e mezza, da Cagliari due ore. L’offerta ricettiva del paese è limitata, quindi molti visitatori scelgono di alloggiare a Nuoro. Il servizio di autobus da Nuoro garantisce quattro o cinque corse giornaliere con un tempo di percorrenza di circa venti minuti.
Partecipare al Carnevale di Mamoiada significa essere testimoni di un patrimonio immateriale dell’umanità, un rito che appartiene a un mondo ancestrale lontano dalla mondanità. Significa sentire sulla pelle il brivido di un tempo che non passa, di tradizioni che resistono ai secoli, di una comunità che ha saputo preservare la propria identità. Quando la maschera scende sul viso del Mamuthone, dicono in paese, si ha la sensazione di essere un’altra persona, di sentirsi quasi come un’antica divinità. E in quel momento, tra il suono ipnotico dei campanacci e il ritmo ossessivo della danza, anche lo spettatore più distratto avverte che sta assistendo a qualcosa di sacro, un mistero che continua a vivere e a interrogare chi ha la fortuna di incontrarlo.
Informazioni pratiche Carnevale di Mamoiada 2026
Date principali:
- 16-17 gennaio 2026: Sant’Antonio Abate con accensione dei fuochi e prima uscita (sa prima issida) di Mamuthones e Issohadores
- Domenica 15 febbraio 2026: prima grande sfilata delle maschere tradizionali
- Lunedì 16 febbraio 2026: Carnevale dei bambini
- Martedì 17 febbraio 2026 (Martedì Grasso): ultima sfilata solenne con processione e morte simbolica di Juvanne Martis Sero
- Sabato 21 febbraio 2026: ultimo appuntamento con la Pentolaccia (Sas Padedda)
Orari: Il programma dettagliato viene solitamente rilasciato a ridosso dell’evento. Le sfilate si svolgono nel centro storico, in particolare in Piazza Santa Croce, generalmente nel pomeriggio e in serata.
Costi: L’accesso alle sfilate nelle vie del paese è gratuito. Le manifestazioni si svolgono negli spazi pubblici del centro storico.
Museo delle Maschere Mediterranee: Biglietto intero: circa 7-8 euro (con diritto di prevendita online di 1,50 euro) Ingresso gratuito per minori fino a 11 anni accompagnati da un adulto
Contatti: Email: mamuthonesmamoiada@tiscali.it Per informazioni aggiornate: consultare la pagina Facebook ufficiale dell’evento o il sito www.mamoiadaturismo.it
Come arrivare:
- Da Nuoro: SS 389, circa 15 km (20 minuti)
- Da Olbia: circa 1 ora e 30 minuti in auto
- Da Cagliari: circa 2 ore in auto
- Autobus da Nuoro: 4-5 corse giornaliere, biglietto 1,90 euro a bordo
Dove dormire: L’offerta ricettiva di Mamoiada è limitata. Si consiglia di prenotare con anticipo o di soggiornare a Nuoro, facilmente collegata con il paese.

Giornalista appassionata di enogastronomia, lifestyle e tempo libero, racconto storie autentiche che uniscono sapori, culture e tendenze. Con un occhio attento alle eccellenze culinarie e alle novità del mondo del food, esploro territori e tradizioni per offrire ai lettori esperienze autentiche, consigli di viaggio e approfondimenti sul lifestyle contemporaneo. Amo valorizzare la convivialità e il piacere di scoprire, raccontando vini, piatti e luoghi che fanno della qualità e dell’innovazione il loro punto di forza. Nel tempo libero, mi dedico a esplorare nuove destinazioni e sperimentare nuovi trend, condividendo storie e ispirazioni che arricchiscono la vita quotidiana in modo semplice e coinvolgente. Con un linguaggio fresco e coinvolgente, cerco di trasformare ogni articolo in un viaggio sensoriale che stimola curiosità e voglia di vivere.



































