Quattro metri sotto l’asfalto di via Francesco Sforza, nel ventre di una Milano che corre e non si ferma mai, giace una città nell’ombra. Non ci sono insegne al neon, né colonne di traffico. Solo ossa, buio, e secoli di storia compressa nel silenzio di camere sotterranee che nessun manuale turistico ha mai saputo raccontare davvero. È il Sepolcreto della Ca’ Granda, la più grande e straordinaria necropoli urbana d’Italia, nascosta sotto la Chiesa della Beata Vergine Annunciata dell’antico Ospedale Maggiore di Milano. Un luogo che ha accolto i corpi di circa 150.000 pazienti tra il 1473 e il 1695, e che oggi restituisce alla città — e alla scienza — un archivio biologico di inestimabile valore.
Una cattedrale del dolore nata per necessità
La storia comincia nel 1456, quando Francesco Sforza volle radunare sotto un unico tetto i tanti piccoli ospedali disseminati per Milano, fondando la Ca’ Granda — la “grande casa” — per volontà umanitaria e politica insieme. L’edificio, progettato dal Filarete in stile rinascimentale lombardo, era avanzatissimo per l’epoca: i pazienti erano divisi per patologia, esistevano norme igieniche interne, e si tenevano registri meticolosi di ogni ricovero e decesso. Quei registri, i Mortuorum libri, sono il primo e più completo esempio di registro di mortalità in tutta Europa, che ha fatto da modello agli inglesi per creare le basi della moderna scienza demografica.
Ma ogni ospedale porta con sé anche la morte. E nel Quattrocento, la morte di un povero ricoverato non aveva molte destinazioni: finiva sotto i piedi di chi pregava. La cripta della Chiesa dell’Annunciata fu progettata nel 1637 dall’architetto Giovanni Battista Richini con un’idea davvero innovativa: dovendo realizzare un sepolcreto sotto la chiesa, creò una cripta tra la chiesa stessa e il sepolcreto, un’intercapedine con una preziosa funzione igienica.
Il paziente zero della peste manzoniana dorme qui
Tra le storie più vertiginose che emergono da questo sottosuolo c’è quella dell’uomo che portò la peste a Milano. Era l’ottobre del 1629 quando in città arrivava la peste, e il primo a essere contagiato — Pietro Antonio Lovato, o Pietro Paolo Locati: l’identità non è ancora certa — fu un soldato ricoverato proprio al Policlinico e poi sepolto nella necropoli, che si trova alcuni metri sotto la Chiesa dell’Annunciata. Quel soldato morì, e le sue ossa finirono nel sepolcreto. Lì sono rimaste per quasi quattrocento anni, mescolate a quelle di decine di migliaia di altri milanesi, in attesa che qualcuno venisse a raccontarne la storia.
Oggi, grazie al progetto multidisciplinare “Il Sepolcreto della Ca’ Granda, un tesoro storico e scientifico di Milano” — finanziato dalla Regione Lombardia e diretto da Cristina Cattaneo, docente del dipartimento Scienze biomediche per la salute e direttrice del Labanof, Laboratorio di antropologia e odontologia forense, e da Fabrizio Slavazzi, archeologo e docente del dipartimento di Beni culturali e ambientali — quegli scheletri parlano di nuovo. Gli scienziati hanno potuto ricostruire le abitudini alimentari, le malattie, le origini geografiche di una popolazione che visse e morì in una Milano lontanissima dalla contemporaneità, eppure sorprendentemente simile nella sua fragilità.
Un palcoscenico dell’eroismo risorgimentale
Il sepolcreto non fu solo il deposito silenzioso dei poveri e degli ammalati. Nelle giornate più drammatiche della storia italiana, quelle camere sotterranee tornarono ad aprirsi. Le camere sepolcrali, sottostanti la Cripta della chiesa ospedaliera della Beata Vergine Annunciata, furono riaperte in via eccezionale tra il 18 e il 22 marzo 1848 durante le Cinque Giornate di Milano per ricoverare feriti e morti degli scontri. La Cripta diventò un luogo di celebrazione dei patrioti milanesi e per gran parte riadattata e trasformata in mausoleo cittadino nel 1860.
Sulle pareti sono ancora visibili i nomi dei morti e le iscrizioni commemorative. Nel 1895 i resti dei caduti furono trasferiti nel nuovo Monumento alle Cinque Giornate progettato da Giuseppe Grandi. Per un intero mezzo secolo, dunque, quella cripta profumò d’eroismo prima di tornare al silenzio.
La scienza riporta in vita i volti del passato
Visitare oggi il percorso museale allestito nella cripta significa vivere un’esperienza sospesa tra il brivido e la meraviglia. A guidare il visitatore una serie di pannelli che spiegano la storia e le analisi che hanno riguardato la Cripta, un supporto multimediale che proietta una serie di contenuti registrati durante lo studio, un’area di attenzione sulla “Danse macabre” del Volpino, il pittore autore degli affreschi della Cripta risalenti al 1637, il laboratorio antropologico visitabile, il cantiere.
Ma il momento più perturbante resta l’incontro con i volti ricostruiti di due donne del Seicento: ricostruzioni facciali ottenute dai loro resti e dai capelli ritrovati, che emergono dalla penombra come fantasmi gentili, restituendo un’identità a chi ne era stato privato dalla storia. In quella Danza Macabra affrescata sulle pareti — re e poveri, medici e soldati, giovani e vecchi che si tengono per mano — vive ancora l’unica democrazia assoluta che esista: quella della morte.
Un archivio storico che è anche specchio del presente
Il percorso non include solo la cripta. Prima di scendere nei sotterranei, il visitatore attraversa l’Archivio Storico della Ca’ Granda, uno degli spazi più straordinari e meno noti di Milano. Nel 1808, a seguito dell’unione di numerose opere pie milanesi e del conseguente afflusso di abbondantissima documentazione, fu reso necessario l’allestimento di una scaffalatura lignea a due ordini di ballatoi, ancora oggi esistente, il cui sviluppo è pari a 985 metri lineari. Qui sono custoditi i Mortuorum libri, ma anche registri di ricovero e corrispondenze che fotografano cinque secoli di vita ospedaliera milanese.
Il parallelismo con il presente è impossibile non coglierlo. L’epidemia di peste del Seicento e quella di Covid-19 del 2020 sembrano guardarsi da opposti lati della storia, rispecchiandosi in paure, misure igieniche, sovraffollamento ospedaliero. Come ha osservato chi ha lavorato a questo progetto, i parallelismi tra le due epidemie — a distanza di secoli — sono sorprendenti e talvolta inquietanti.
Come visitare l’unica necropoli urbana d’Italia
Il percorso “I Tesori della Ca’ Granda” prevede l’entrata da via Francesco Sforza 28, Milano, con ingresso gratuito. L’accesso alla cripta e al percorso museale è consentito nei pomeriggi, dalle ore 14 alle 18, dal lunedì al giovedì, grazie all’accoglienza dei soci volontari Touring nell’ambito dell’iniziativa Aperti per Voi. La cripta non è aperta a cerimonie, feste o banchetti: è un luogo che chiede rispetto, quello stesso rispetto che si deve a 150.000 voci che hanno smesso di parlare secoli fa, ma che ancora — se si presta attenzione — sembrano avere qualcosa da dire.
