Basta chiudere gli occhi e tornare con la memoria a quella mattina di Bangkok, di Colombo o di Delhi. Il vento caldo che entra da ogni lato, la città che scorre rapida e caotica a pochi centimetri dal corpo, il conducente che zigzaga tra scooter e carretti con una disinvoltura che sembra soprannaturale. E quel suono: tuk-tuk-tuk, ritmico, insistente, inconfondibile. Il tuktuk non è soltanto un mezzo di trasporto. È un modo di stare nel mondo, di abitare una città straniera senza guardarla attraverso il vetro di un taxi o il finestrino di un bus. È l’esperienza di essere dentro il caos, non di attraversarlo.
Eppure dietro quella carrozzeria variopinta, quelle frange, quei portafortuna appesi allo specchietto e quelle luci che pulsano al ritmo della musica locale, si nasconde una storia che pochi conoscono. Una storia lunga due secoli, che parte dal Giappone imperiale, attraversa l’Asia in lungo e in largo, e approda oggi nei mercati del Cairo, nelle stradine di Lisbona, nelle arterie di Nairobi.
Tutto ebbe inizio in Giappone: la nascita del jinrikisha
Era il 1869, e il Giappone stava vivendo la propria trasformazione radicale sotto l’era Meiji. In questo contesto di modernizzazione accelerata nacque il jinrikisha — letteralmente “veicolo a forza umana” — un elegante mezzo a due ruote trainato a mano, pensato per trasportare passeggeri nelle città nipponiche in rapida espansione. Leggero, maneggevole, adattabile alla morfologia dei vicoli urbani giapponesi, il jinrikisha divenne in pochi anni uno dei simboli della mobilità urbana non solo in Giappone, ma in tutto il continente asiatico e oltre, diffondendosi fino in India, Cina, Sri Lanka e in alcune città africane.
Quella invenzione — semplice nella meccanica ma rivoluzionaria nella praticità — pose le basi per tutto ciò che sarebbe venuto dopo. L’idea era chiara: un veicolo compatto, agile, capace di navigare spazi dove nessun altro mezzo avrebbe potuto arrivare.
Dal traino al motore: la trasformazione degli anni Trenta
Trainare a mano andava bene per i ritmi di fine Ottocento. Ma il Novecento portò con sé un’accelerazione che nessun bracciante avrebbe potuto reggere. Nel 1931, in Italia, la Piaggio introdusse il primo triciclo motorizzato commerciale — l’Ape — pensato per le consegne urbane nel dopoguerra. Nel frattempo, in Asia, artigiani e piccole officine stavano sperimentando soluzioni simili, adattando motori di fortuna ai vecchi rickshaw.
Fu però la giapponese Daihatsu a segnare la svolta decisiva. Nel 1959, l’azienda — già nota per la produzione di veicoli leggeri — iniziò a esportare nel Sud-Est asiatico un kit smontato del proprio triciclo motorizzato, da assemblare direttamente nei paesi di destinazione. Una scelta logistica, dettata dai costi di spedizione. Ma che avrebbe avuto conseguenze culturali imprevedibili.
L’Asia lo ha trasformato in arte
Qui comincia la parte più affascinante della storia. Quei kit arrivavano in Thailandia, India, Sri Lanka, nelle Filippine, come oggetti neutri, funzionali, quasi anonimi. Ma le mani e le menti di chi li assemblava non li lasciarono tali a lungo. Ogni cultura che incontrò il tuktuk lo fece proprio, lo re-interpretò, lo caricò di significati.
In Thailandia vennero laccati di arancione brillante e decorati con ghirlande di fiori di gelsomino. In India le carrozzerie si riempirono di disegni geometrici, immagini di divinità, scritte colorate. In Sri Lanka ogni tuktuk divenne un altarino mobile, con statuette di Buddha, fiori di loto e nastri variopinti. A Manila li chiamarono kuliglig e li trasformarono in veri e propri veicoli da parata, con chrome lucidato e altoparlanti sparati a tutto volume.
Nessun tuktuk era uguale all’altro. Ogni veicolo era — ed è ancora oggi — un autoritratto del suo proprietario, un manifesto di identità culturale su tre ruote.
Il nome che nasce dal rumore
In tailandese, il mezzo era originariamente chiamato samlor khruang — letteralmente “triciclo motorizzato”. Ma i turisti stranieri non riuscivano a pronunciarlo, e i conducenti, pragmatici come sempre, trovarono una soluzione elegante. Iniziarono a indicare il veicolo imitandone il suono: tuk-tuk-tuk, la cadenza inconfondibile del motore a due tempi che rimbalzava tra i muri dei vicoli di Bangkok.
Quella onomatopea divenne il nome universale. Oggi, da Tokyo a Nairobi, da Lisbona ad Amman, chiunque sa di cosa si parla quando si dice tuktuk. È uno di quei rari casi in cui il linguaggio si adatta alla realtà con una precisione quasi poetica.
Un’icona globale che cambia pelle
Negli ultimi anni il tuktuk ha compiuto un salto ulteriore. Ha lasciato i paesi d’origine e si è insediato in contesti impensabili fino a pochi decenni fa. A Lisbona, nelle stradine ripide dell’Alfama e della Mouraria, flotte di tuktuk elettrici portano i turisti tra azulejos e miradouros. A Londra e Berlino circolano versioni stilizzate per il delivery urbano. In Kenya e Uganda hanno soppiantato i tradizionali matatu su molte tratte locali.
Ma il cambiamento più significativo riguarda il motore. La versione a due tempi — rumorosa, fumante, esaltante — sta cedendo il passo a motorizzazioni elettriche, silenziose e a zero emissioni. In India, dove circolano milioni di auto rickshaw, il governo ha incentivato massicciamente la transizione all’elettrico. Aziende come Mahindra e Piaggio hanno lanciato versioni EV del tradizionale rickshaw. Il suono tuk-tuk potrebbe presto diventare storia — ma il veicolo no.
Perché il tuktuk sopravvive a tutto
C’è qualcosa di profondamente intelligente nella forma del tuktuk che spiega la sua longevità. È abbastanza piccolo da infilarsi dove le auto non passano, abbastanza grande da trasportare tre o quattro persone o una discreta quantità di merci. Ha un costo di acquisto e manutenzione contenuto, accessibile anche a chi non dispone di grandi capitali. Può essere personalizzato senza fine. E, non da ultimo, crea un rapporto immediato tra conducente e passeggero che nessun taxi chiuso può replicare.
In molte megalopoli asiatiche e africane, il tuktuk non è semplicemente un mezzo alternativo: è l’unico mezzo possibile, l’unica soluzione praticabile per chi abita quartieri irregolari, strade non asfaltate, reti urbane che nessun sistema di trasporto pubblico riesce a raggiungere. È infrastruttura sociale travestita da veicolo.
Duecento anni dopo, il viaggio continua
Da quel primo jinrikisha trainato a mano nelle strade di Tokyo nel 1869, il tuktuk ha percorso una traiettoria straordinaria. Ha cambiato motore, forma, colore, nome. Ha attraversato oceani e culture. Ha assorbito influenze senza perdere la propria essenza.
Quella essenza è difficile da definire, ma chiunque ci sia salito almeno una volta la riconosce senza esitazioni. È la sensazione di non essere un osservatore esterno, di non guardare la città da dietro un vetro o dall’alto di un pullman. È la polvere sulla pelle, il rumore che ti entra nelle ossa, il senso di vulnerabilità che paradossalmente ti fa sentire più vivo. È il contrario del turismo di consumo, della città ridotta a cartolina.
Il tuktuk ti mette nel mezzo. E nel mezzo, le cose si vedono come sono davvero.
Curioso per natura, vivo la vita come se non ci fosse un domani.
Appassionato di enogastronomia e viaggi, racconto storie di sapori, tradizioni e culture attraverso itinerari culinari e destinazioni autentiche. Esploro territori, scopro vini, piatti e prodotti locali, condividendo esperienze sensoriali e consigli pratici per viaggiatori enogastronomici. Amo immergermi nelle tradizioni di ogni luogo, catturando l’essenza di culture diverse e facendo emergere il legame tra territorio e gastronomia. Con uno stile vivace e coinvolgente, trasformo ogni racconto in un’esperienza da gustare e vivere, ispirando chi desidera scoprire il mondo attraverso i suoi sapori autentici. Per me, viaggio e cucina sono strumenti di conoscenza e confronto, capaci di unire le persone e arricchire l’anima.
