Ogni notte, per secoli, qualcuno ha attraversato le vie buie del centro di Roma con un foglio arrotolato in tasca e la paura addosso. Si fermava davanti a un torso di marmo consumato dal tempo, lo fissava un istante, poi vi legava o incollava un pezzo di carta. All’alba, quel foglio sarebbe stato letto, riso, sussurrato di bocca in bocca. Le statue parlanti di Roma non hanno mai pronunciato una sola parola, eppure per quattro secoli sono state la voce più temuta della città.
Cos’erano le pasquinate e perché nacquero nella Roma dei papi
A partire dal XVI secolo, nella Roma pontificia, esprimere apertamente un dissenso verso il potere costituito era un rischio che pochi potevano permettersi. Nacque così una forma di protesta silenziosa quanto tagliente: componimenti satirici anonimi, in versi o in prosa, affissi di notte su alcune statue antiche disseminate nel centro storico, così da poter essere letti dai passanti il mattino seguente. Questi testi presero il nome di pasquinate, dal nome della statua più celebre, e furono per secoli lo strumento più immediato e sicuro per esprimere in forma anonima il malcontento popolare. Non si trattava di semplici insulti: spesso erano vere e proprie composizioni poetiche, ricche di giochi di parole e metafore taglienti, capaci di colpire pontefici, nobili e prelati senza che l’autore corresse il rischio della prigione.
Pasquino, la statua che dà il nome a tutte le altre
Nello slargo alle spalle di Piazza Navona, che oggi porta il suo stesso nome, si trova il torso maschile mutilo che i romani chiamano Pasquino. Collocato in quella posizione nel 1501 per volontà del cardinale Oliviero Carafa, il marmo appartiene probabilmente a un gruppo scultoreo di età ellenistica raffigurante Menelao con il corpo di Patroclo, sebbene lo stato di conservazione non permetta un’identificazione certa. Fu proprio su questo corpo di pietra che comparve la pasquinata più celebre della storia romana, rivolta a Papa Urbano VIII Barberini, colpevole di aver fatto rimuovere il rivestimento bronzeo del Pantheon per realizzare il baldacchino di San Pietro: un’accusa diretta, in rima, che si diffuse per tutta la città in poche ore.
Marforio, la spalla di Pasquino nel cortile dei Musei Capitolini
Nel cortile di Palazzo Nuovo, all’interno dei Musei Capitolini, riposa una statua colossale che raffigura probabilmente una divinità fluviale, forse il Tevere o il suo affluente Nera. Rinvenuta nel Cinquecento nel Foro di Augusto, davanti al tempio di Marte Ultore, da cui pare derivi il suo nome, Marforio divenne presto l’interlocutore ideale di Pasquino: le due statue “dialogavano” a distanza, una domanda incisa sull’una e una risposta tagliente sull’altra. Rimane celebre lo scambio nato durante le spoliazioni napoleoniche di inizio Ottocento, quando alla domanda se davvero tutti i francesi fossero ladri, la risposta recitava che non tutti lo erano, ma di certo lo era Bonaparte.
Madama Lucrezia, Il Facchino, Il Babuino e l’Abate Luigi
Attorno a Pasquino e Marforio si strinse quello che i contemporanei chiamarono il Congresso degli Arguti, un gruppo di sei sculture di epoche diverse accomunate dallo stesso destino di portavoce popolari. In Piazza San Marco svetta Madama Lucrezia, un possente mezzo busto alto circa tre metri che raffigura con ogni probabilità la dea Iside, pur avendo preso il nome, secondo la tradizione, da Lucrezia d’Alagno. In via Lata si trova il Facchino, l’unica delle sei a rappresentare davvero un personaggio popolare, un acquarolo romano scolpito su una fontana. In via del Babuino una fontana ospita il Babuino, in realtà un satiro dai tratti così grotteschi da ricordare, agli occhi dei romani, il muso di una scimmia. Infine, vicino alla chiesa del Sudario, sorveglia la scena l’Abate Luigi, il ritratto di un antico magistrato romano ribattezzato con il nome di un sagrestano a cui, si racconta, somigliasse molto.
Un’eredità che sopravvive nel linguaggio e nella cultura popolare romana
Le pasquinate non restarono un fenomeno isolato: nel corso dei secoli evolsero dal latino colto al volgare, fino al romanesco più diretto, seguendo le trasformazioni della lingua e della società romana. Ancora oggi il termine “pasquinata” indica, nel linguaggio comune, una critica satirica pungente rivolta al potere. Le sei statue, ormai consumate dal tempo e dalle intemperie, restano ferme nei loro angoli di città, mute testimoni silenziose di un’epoca in cui il marmo, più della carta e più della voce umana, poteva permettersi di dire quasi tutto.
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