Nel 1524, qualcosa di mai visto prima circolava tra le mani di nobili, prelati e letterati romani: sedici incisioni di straordinaria perizia tecnica che rappresentavano, senza veli né metafore, sedici posizioni amorose. Il titolo era I Modi, talvolta chiamato Le sedici posizioni. L’autore delle incisioni era Marcantonio Raimondi, il più celebre incisore del Rinascimento italiano, allievo di Raffaello e maestro indiscusso della riproduzione xilografica. Quell’opera, nata nell’effervescente clima culturale della Roma papale, avrebbe scosso le fondamenta della censura ecclesiastica e lasciato un’impronta indelebile nella storia dell’editoria europea.

Le origini aristocratiche di un’opera scandalosa

Dietro I Modi non c’era la mano di un oscuro pamphlettista di periferia, bensì una committenza di tutto rispetto. I disegni preparatori erano opera di Giulio Romano, pittore e architetto prediletto di papa Clemente VII e successivamente al servizio di Federico II Gonzaga, signore di Mantova e mecenate raffinatissimo. Proprio la corte gonzaghesca, una delle più colte e spregiudicate d’Italia, fu il contesto in cui quelle immagini presero forma, con tutta la disinvoltura tipica dell’umanesimo rinascimentale nel guardare al corpo umano come a un oggetto di bellezza e indagine.

Raimondi tradusse i disegni di Giulio Romano in incisioni su rame con la sua inconfondibile maestria: linee precise, anatomie studiate, composizioni equilibrate. Niente di grottesco o volutamente provocatorio nella forma — era la natura esplicita del contenuto a fare scandalo, non la qualità artistica, che era altissima. Il risultato era un oggetto ibrido, sospeso tra l’opera d’arte e il manuale, tra la celebrazione del corpo e la trasgressione deliberata.

Il primo sequestro della storia editoriale italiana

La reazione di papa Clemente VII fu immediata e durissima. Ogni copia dell’opera venne sequestrata, Raimondi fu arrestato e rinchiuso nelle prigioni pontificie. Era, a tutti gli effetti, il primo grande caso di censura editoriale nella storia italiana: non si trattava di eresia teologica, non di sedizione politica, ma di immagini considerate oscene che, grazie alla stampa a caratteri mobili e alle tecniche di riproduzione calcografica, potevano moltiplicarsi all’infinito e raggiungere un pubblico vastissimo.

Questo aspetto è fondamentale per capire la virulenza della reazione ecclesiastica. La stampa aveva cambiato le regole del gioco. Prima di Gutenberg, un’opera erotica restava confinata a pochi esemplari manoscritti, accessibili solo all’élite. Con la riproduzione meccanica, lo scandalo diventava potenzialmente universale. I Modi erano, in questo senso, figli della modernità: un prodotto di massa ante litteram, destinato a un mercato che già esisteva anche se nessuno lo nominava.

Pietro Aretino: il poeta che salvò l’incisore e raddoppiò lo scandalo

A intercedere per la liberazione di Raimondi fu una delle figure più affascinanti e controverse del Rinascimento italiano: Pietro Aretino. Poeta toscano di nascita umile ma di ingegno straordinario, Aretino aveva saputo costruirsi una posizione di potere informale ma solidissima, fondata sulla sua penna tagliente e sui suoi contatti trasversali tra corti, chiese e ambienti letterari. Lo chiamavano il flagello dei principi: nessuno voleva essere oggetto delle sue satire, e molti pagavano per non esserlo. Questo gli conferiva una libertà d’azione che pochi altri intellettuali dell’epoca potevano vantare.

Grazie alla sua mediazione, Raimondi fu rilasciato. Ma Aretino non si limitò a salvare l’incisore: decise di alzare ulteriormente la posta. Nel 1527 curò la pubblicazione di una seconda edizione de I Modi, arricchita da sedici sonetti erotici di sua composizione — uno per ogni incisione — che accompagnavano le immagini con una prosa sensuale, ironica e sfacciatamente esplicita. I sonetti, noti come Sonetti lussuriosi, erano scritti in prima persona, con una vivacità linguistica e una concretezza lessicale che non lasciavano spazio all’immaginazione. Era, a tutti gli effetti, la prima opera multimediale erotica della storia italiana: testo e immagine fusi in un unico oggetto editoriale pensato per sedurre, provocare e vendere.

La censura che ha reso l’opera immortale

La risposta pontificia alla seconda edizione fu ancora più decisa. Nuovi sequestri, nuova soppressione. Dell’edizione originale illustrata non è sopravvissuta alcuna copia. Quella che conosciamo oggi è una versione parziale e tardiva, ricostruita attraverso testimonianze indirette, copie di copie, e frammenti conservati in biblioteche europee. Giorgio Vasari, nelle sue Vite, citò l’opera con evidente disgusto, descrivendo le figure nelle loro “attitudini e positure con cui giacciono i disonesti” — una delle rare testimonianze coeve che permettono di datare e contestualizzare il testo.

Il paradosso è quello classico della censura: proibendo, si immortala. I Modi sopravvissero proprio perché erano pericolosi. La loro clandestinità li trasformò in oggetti di culto, copiati, citati, evocati per secoli. Alla fine del Cinquecento ne circolavano edizioni nordeuropee; nel Settecento venivano studiati come documenti rinascimentali; nell’Ottocento finivano nelle collezioni private dei bibliofili più audaci. Oggi sono considerati a pieno titolo un capitolo della storia dell’arte e della letteratura italiana.

Un’eredità che interroga ancora il presente

Guardare a I Modi dal presente significa riconoscere in quest’opera un nodo irrisolto tra libertà artistica, censura e potere. La vicenda di Raimondi e Aretino anticipa di secoli le battaglie legali attorno a Lady Chatterley’s Lover di D.H. Lawrence, alle fotografie di Robert Mapplethorpe, ai film di Pier Paolo Pasolini. Ogni epoca, a quanto pare, costruisce il proprio confine dell’osceno — e ogni epoca trova qualcuno disposto a attraversarlo.

Ciò che stupisce, nella storia de I Modi, è la modernità dei suoi protagonisti: un artista che lavora su commissione di un mecenate illuminato, un poeta che usa la notorietà come scudo contro la repressione, un sistema editoriale abbastanza maturo da produrre e distribuire contenuti proibiti. Il Rinascimento italiano, laicamente fissato nell’immaginario collettivo come epoca di armonia e bellezza, era anche questo: un laboratorio di libertà e di conflitto, dove il confine tra arte e scandalo era costantemente negoziato.