Un operaio in tuta fradicia di sudore si ferma davanti a una cabina d’acciaio grande quanto un distributore automatico. Apre lo sportello, si siede, e in pochi secondi l’aria che gli investe la nuca scende a 5 gradi. Fuori, l’asfalto di un cantiere giapponese sfiora i 40 gradi. Dentro, per venti minuti al massimo, il corpo può finalmente respirare. Non è fantascienza e non è nemmeno più un esperimento da laboratorio: è il Do Hiemon Box, la cabina refrigerante che il Giappone ha iniziato a installare nei luoghi dove il lavoro non si può fermare, nemmeno quando il termometro impazzisce.
Un Paese che ha dovuto inventare una parola nuova per il caldo estremo
Il Giappone, quest’estate, ha dovuto fare i conti con un lessico che fino a pochi anni fa sembrava superfluo. Le giornate sopra i 35 gradi si chiamano ormai mōshobi, quelle sopra i 40 sono state ribattezzate “kokushobi”, il caldo crudele. Non è una trovata giornalistica: è la fotografia di un clima che a Tokyo, come in molte altre città nipponiche, sta imponendo record su record, con notti tropicali che non scendono sotto i 30 gradi e ondate di calore che si susseguono senza tregua. In questo scenario è nata l’idea, tutt’altro che stravagante, di raffreddare direttamente le persone invece di limitarsi a raffreddare gli edifici.
Come funziona la cabina che “conserva” l’essere umano
Il dispositivo porta la firma di SDRS, azienda giapponese specializzata in sistemi di refrigerazione e distributori automatici, ed è commercializzato da Trusco Nakayama, storico fornitore di attrezzature industriali. Alta circa due metri e con una sedia integrata, la cabina mantiene un interno stabile a 15 gradi Celsius, mentre getti d’aria calibrati a circa 5 gradi vengono indirizzati verso testa, collo, spalle e schiena, le zone del corpo dove il calore si disperde più rapidamente. Bastano pochi minuti, spiegano i produttori, per percepire un sollievo evidente, e circa dieci per contribuire ad abbassare la temperatura corporea in caso di malore da caldo. Un timer spegne tutto automaticamente dopo venti minuti, per evitare che il rimedio si trasformi in un raffreddamento eccessivo su un fisico già provato dall’afa.
Efficienza energetica e diffusione nei luoghi di lavoro
Nonostante l’aspetto imponente, il consumo dichiarato è contenuto: circa metà dell’energia richiesta da un tradizionale condizionatore portatile da cantiere. Montato su ruote per essere spostato senza bisogno di installazioni permanenti, il Do Hiemon Box sta trovando spazio in cantieri, magazzini, fabbriche, centri logistici e grandi eventi all’aperto: tutti quei luoghi dove il lavoro non può semplicemente fermarsi all’arrivo dell’ondata di calore. Il costo, va detto, non è alla portata di tutti: circa 8.500-9.000 euro, una cifra che lo rende una scelta pensata soprattutto per aziende ed enti pubblici piuttosto che per l’uso domestico.
Un sintomo, non una cura, per un pianeta che si scalda
Guardare a questa invenzione come a una semplice curiosità tecnologica sarebbe però un errore di prospettiva. Il Do Hiemon Box non nasce per stupire, ma per rispondere a un’emergenza sanitaria concreta: solo a metà luglio, decine di persone sono state ricoverate a Tokyo in un’unica giornata per malori legati al caldo. E il fenomeno non riguarda solo l’arcipelago nipponico. L’Europa, continente che secondo le agenzie climatiche internazionali si sta riscaldando a un ritmo circa doppio rispetto alla media globale, sta contando anch’essa le proprie vittime stagionali, mentre cresce ovunque il dibattito sull’accesso equo a rifugi climatici e climatizzazione. Soluzioni come questa cabina refrigerante rappresentano dunque un tassello utile dell’adattamento alla crisi climatica, ma restano, appunto, adattamento: un modo per convivere con un problema, non per risolverlo. Finché le emissioni di gas serra continueranno a crescere, ricorda chi studia il clima da anni, ogni record di caldo di oggi rischia di diventare la normalità di domani. La vera domanda, allora, non è quanto sia efficace un frigorifero per esseri umani, ma quanto a lungo l’umanità potrà permettersi di costruirne sempre di nuovi invece di affrontare la causa che li rende necessari.
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