Un italiano, un francese e un rumeno si scambiano messaggi senza aver mai studiato la lingua dell’altro, e si capiscono. Non è un esperimento sociale né un aneddoto da bar: è ciò che accade da oltre settant’anni con l’interlingua, un progetto linguistico nato non per essere inventato, ma per essere scoperto. Dietro questa affermazione, apparentemente paradossale, si nasconde una delle avventure più affascinanti della linguistica del Novecento.

Le origini di un’idea nata a New York

Tutto comincia nel 1924, quando la filantropa e linguista Alice Vanderbilt Morris, insieme al marito Dave Hennen Morris, fonda a New York la International Auxiliary Language Association (IALA). L’obiettivo è tanto ambizioso quanto semplice da enunciare: trovare la lingua ausiliaria più facile da apprendere per il maggior numero possibile di persone nel mondo. Sono anni in cui l’Europa, uscita da poco dalla Prima guerra mondiale, guarda con crescente interesse ai progetti di lingua universale, capaci di superare le barriere nazionali che avevano contribuito al conflitto.

L’epoca d’oro delle lingue artificiali

Tra la fine dell’Ottocento e i primi decenni del Novecento fioriscono numerosi tentativi di costruire idiomi pensati per la comunicazione internazionale. Il più celebre, e ancora oggi il più parlato, resta l’esperanto, ideato dal medico polacco Ludwik Zamenhof. Ma i ricercatori della IALA rivolgono la loro attenzione anche a un altro esperimento, meno noto al grande pubblico: il latino sine flexione, elaborato nel 1903 dal matematico italiano Giuseppe Peano. Si tratta di un latino privato di declinazioni, generi e coniugazioni, pensato per essere comprensibile a chiunque abbia anche solo un’infarinatura di lingue classiche o romanze. Questo esperimento diventa il punto di partenza per un lavoro di ricerca durato quasi trent’anni.

La scoperta di Alexander Gode

Il salto decisivo arriva grazie all’intuizione del linguista Alexander Gode, che guida la fase finale del progetto. La sua idea è tanto elegante quanto rivoluzionaria per l’epoca: una lingua comune tra i parlanti delle lingue romanze esiste già, sepolta nel vocabolario condiviso da italiano, spagnolo, francese, portoghese e inglese colto. Non va inventata, va estratta, isolando le radici lessicali e le forme grammaticali che questi idiomi hanno in comune. È un metodo diametralmente opposto a quello di Peano: se il matematico torinese era partito dal latino classico per semplificarlo, la squadra della IALA parte dalle lingue moderne per risalire alla loro matrice comune.

Il debutto ufficiale nel 1951

Dopo anni di ricerche filologiche e confronti sistematici tra vocabolari, nel 1951 l’interlingua viene presentata ufficialmente al mondo. Il risultato è un idioma che chiunque parli una lingua neolatina può leggere e, spesso, comprendere al primo sguardo, pur non avendolo mai studiato. Gode stesso stimava che l’apprendimento richiedesse appena un decimo del tempo necessario per imparare una lingua straniera tradizionale, un dato che ancora oggi stupisce studiosi e curiosi che si avvicinano per la prima volta a questo progetto.

Un ponte linguistico ancora oggi sorprendente

A più di settant’anni dalla sua nascita, l’interlingua continua a essere utilizzata da una comunità internazionale di appassionati, pubblicazioni e siti web, come dimostrazione vivente di un principio linguistico affascinante: sotto la superficie delle lingue che consideriamo diverse, esiste spesso un terreno comune più ampio di quanto immaginiamo. In un’epoca segnata da traduzioni automatiche e intelligenza artificiale, la storia dell’interlingua ricorda che comprendersi, tra popoli vicini per storia e cultura, può essere più semplice di quanto si pensi.