Ad Amsterdam come a Rotterdam, sempre più persone stanno riscoprendo un gesto tanto semplice quanto disarmante: fermarsi senza motivo. Si chiama niksen, verbo olandese che significa letteralmente “non fare niente”, e da qualche anno è diventato uno dei concetti di benessere più discussi a livello internazionale, rilanciato da testate come il New York Times e approdato anche in un libro dedicato, pubblicato nel 2020 dalla giornalista polacco-olandese Olga Mecking.

Cos’è davvero il niksen e perché non è pigrizia

Chi lo pratica lo spiega con una precisione quasi difensiva: il niksen non è ozio, non è distrazione, non è nemmeno meditazione. È piuttosto la scelta consapevole di non avere alcun obiettivo, nemmeno quello di rilassarsi bene o di “ricaricare le batterie” in vista della prossima scadenza. Guardare fuori dalla finestra senza pensare a nulla, restare seduti in un bar senza controllare il telefono, lasciare che la mente vaghi mentre si aspetta l’autobus: sono tutti gesti minimi, quasi invisibili, che secondo Mecking raccontano un modo diverso di abitare il tempo.

Da un articolo virale a un fenomeno globale

Il concetto era circoscritto ai Paesi Bassi fino a quando Mecking non lo ha raccontato in un pezzo che ha superato le centomila condivisioni, aprendo la strada a un interesse crescente da parte di media internazionali. Da lì il passo verso il libro è stato quasi naturale: “Niksen: Embracing the Dutch Art of Doing Nothing” è diventato un piccolo caso editoriale, tradotto in diverse lingue, capace di intercettare un pubblico stanco di ottimizzare ogni singolo minuto della propria giornata.

Perché il cervello ha bisogno di pause senza scopo

Dietro l’apparente banalità del concetto si nasconde una domanda seria, che riguarda milioni di lavoratori esposti quotidianamente a notifiche, scadenze e multitasking permanente: cosa succede quando smettiamo davvero di fare qualcosa? La ricerca sul mind-wandering, cioè la libera divagazione mentale, suggerisce da anni che i momenti di apparente inattività non sono tempo sprecato, ma spazi in cui il cervello riorganizza informazioni, consolida ricordi ed elabora soluzioni creative che raramente emergono sotto pressione. È una delle ragioni per cui, spiegano gli esperti interpellati da Mecking, imparare a non fare nulla senza sensi di colpa può avere effetti concreti su stress, concentrazione e capacità di generare idee nuove.

Una cultura del riposo che nasce in un paese specifico

Non è un caso che il fenomeno sia nato proprio nei Paesi Bassi, un paese che compare regolarmente ai primi posti nelle classifiche internazionali sulla felicità e sulla qualità della vita. Lì il tempo libero non è percepito come un lusso da giustificare, ma come parte integrante di un’esistenza equilibrata. Portare questa sensibilità in contesti culturali molto più orientati alla produttività, come quello italiano o americano, significa in fondo chiedersi se sia davvero necessario misurare ogni passeggiata in passi contati o ogni pausa in termini di utilità.

Il paradosso di dover imparare a fermarsi

C’è qualcosa di paradossale nel fatto che oggi serva un termine straniero, un libro e persino una piccola industria di articoli e podcast per ricordare a milioni di persone come si fa a stare fermi. Eppure, secondo chi ha approfondito il tema, è proprio questa la sfida più difficile della vita contemporanea: smettere di chiedersi a cosa serva ogni singolo momento. Non è questione di produrre di meno, ma di concedersi, ogni tanto, il diritto di non produrre affatto.