Alle sei del mattino, quando la luce dell’alba striscia obliqua lungo via Vittor Pisani e il traffico non ha ancora sommerso il centro di Milano, la Torre Locatelli emerge dalla semioscurità come un monolite silenzioso. Sessantasette metri di mattoni in cotto rossastro, un basamento che abbraccia il marciapiede con la sua pietra bianca, e lì in alto — invisibile ai più — una terrazza che guarda l’intera città. Non è il grattacielo più celebre di Milano, né il più alto, né il più fotografato. Eppure, chi conosce la sua storia sa che questa torre porta con sé il peso di un sogno non realizzato, di una guerra che spezzò un disegno urbano, e di quell’ambizione tutta italiana di costruire il futuro mentre si faceva i conti con il potere.
Un architetto e il suo tempo: Mario Baciocchi tra Novecento e regime
Per capire la Torre Locatelli bisogna prima capire chi era Mario Baciocchi. Nato a Fiorenzuola d’Arda nel 1902, si laurea in Architettura nel 1925 al Politecnico di Milano, dove tra i docenti figuravano nomi come Piero Portaluppi, Giovanni Muzio e Gio Ponti — il gruppo lombardo impegnato nel rinnovamento dell’architettura italiana. Non è un rivoluzionario, Baciocchi. Non cerca lo scontro con il regime come i più accesi razionalisti, né ne celebra acriticamente la retorica. È, per usare una definizione azzeccata, un testimone moderato del “ventennio”, portatore di quell’architettura monumentale e autocelebrativa che in città si esprimeva attraverso simmetria, compattezza del volume, basamenti porticati in marmo e nell’uso del mattone facciavista che tracciava sottili cornicioni ornamentali.
Con la Torre Locatelli ottenne grande notorietà, conquistandosi il titolo, non del tutto ironico, di “architetto dei grattacieli”: un primato costruito in anni in cui alzare un edificio oltre i dieci piani a Milano era ancora un atto quasi temerario.
La porta che non fu mai: il sogno della doppia torre
C’è qualcosa di malinconico, nell’angolo opposto di via Vittor Pisani. Lì dove avrebbe dovuto specchiarsi una seconda torre identica, a formare un ingresso trionfale tra piazza della Repubblica e la Stazione Centrale, c’è invece la sagoma più slanciata della Torre Breda. Le due strutture non si somigliano. Non potevano: le separa non solo lo stile, ma quasi vent’anni di storia, una guerra mondiale e il crollo di un regime.
Le due torri gemelle dovevano rappresentare una porta d’ingresso monumentale al viale che conduce verso la stazione di Milano Centrale. Ma il progetto rimase incompiuto. Lo scoppio del secondo conflitto mondiale congelò i cantieri e le ambizioni urbanistiche che li alimentavano. Quando finalmente, tra il 1950 e il 1955, si tornò a costruire sull’angolo opposto, il mondo era cambiato. La Torre Breda di Luigi Mattioni, con i suoi 116 metri di altezza, fu il primo edificio a rompere lo storico vincolo che nessuna costruzione poteva superare per rispetto della Madonnina del Duomo. La gemella mancata era diventata qualcosa di completamente diverso: più alta, più moderna, simbolo di una Milano che proiettava se stessa nel miracolo economico.
Anatomia di un edificio: marmo, cotto e bassorilievi
Avvicinarsi alla Torre Locatelli significa leggere una stratificazione di materiali che racconta epoche e intenzioni diverse. Il basamento, in marmo chiaro, comprende i primi tre piani con il piano commerciale e cela il possente portico. I primi due piani affacciati sul viale sono porticati — una scelta non casuale, ma imposta dal piano regolatore che prevedeva una continuità pedonale coperta lungo tutto via Vittor Pisani. Il terzo piano, destinato a uffici, è bucato da finestre quadrate.
Sopra il basamento, i quattordici piani originariamente adibiti ad abitazioni cambiano registro: qui dominano i mattoni in cotto, caldi, quasi domestici, dove le finestre sono incorniciate a due a due da corsi in mattoni scuri su un fondo chiaro leggermente arretrato. Il risultato è un ritmo visivo preciso, quasi musicale, che alleggerisce la massa dell’edificio senza rinunciare alla sua monumentalità.
L’edificio culmina con una terrazza, con due bei bassorilievi in marmo sul lato in via Vittor Pisani — figure stilizzate che celebrano i mestieri, nel linguaggio razionalista dell’arte di regime. Un fregio che oggi si osserva con occhi diversi: documento visivo di un’estetica e di un’ideologia che il tempo ha consegnato alla storia.
Milano verticale: l’eredità di una stagione architettonica
Il desiderio di armonia, ritmo e simmetria, l’energia con cui architetti e ingegneri razionalisti perseguirono ideali di modernità ha lasciato segni indelebili nell’architettura e nell’urbanistica delle città italiane. Anche a Milano, una sorta di timore ha sempre contraddistinto il dibattito pubblico sull’opportunità di punteggiare la città di edifici alti. In questo contesto, la Torre Locatelli rappresentò per quasi un quindicennio il tetto di Milano: il punto più alto da cui la città poteva guardarsi. Un primato fragile, destinato a essere infranto, ma significativo nell’economia simbolica di una metropoli in costruzione.
Oggi, restaurata nel 2018-2019, la torre si staglia ancora all’angolo tra piazza della Repubblica e via Vittor Pisani. Le facciate rivestite in mattoncini in cotto, ripulite dai decenni di smog, mostrano le loro sfumature originali. I bassorilievi sui portici attendono gli sguardi di passanti che raramente alzano gli occhi. E la terrazza in cima continua a offrire quella vista silenziosa su una città che non smette mai di cambiare — mentre lei, la torre senza gemella, resta ferma al suo posto, a raccontare tutto quello che Milano avrebbe potuto essere e non è stata.
