Ci sono luoghi nelle grandi città che sembrano esistere al di fuori del tempo, sacche di storia e bellezza che i flussi turistici non hanno ancora inghiottito. A Milano, metropoli che corre sempre più veloce di sé stessa, uno di questi luoghi si chiama Villaggio Andrea del Sarto. Un pugno di villette liberty racchiuse in un triangolo di strade — via Andrea del Sarto, via Tiepolo, piazza Ferravilla — che sembra uscito da una fiaba nordeuropee piuttosto che da una città di quasi un milione e mezzo di abitanti. Eppure è qui, nel cuore di Città Studi, che si nasconde uno degli episodi architettonici più straordinari e meno conosciuti di tutta Milano.
Dalle rogge alle cattedrale del sapere: come nacque Città Studi
Prima che esistesse il quartiere che oggi ospita alcune delle menti più brillanti d’Italia, quella zona a est del centro era fatta di cascine, rogge e campi. I lavandai vi lavoravano lungo i fontanili, in corporazioni attive fin dal Settecento, e l’acqua che scorreva lenta tra i canali scandiva un ritmo agreste, lontanissimo dall’immagine che Milano avrebbe assunto nel corso del Novecento.
La svolta arrivò nel 1913, quando una convenzione tra lo Stato, il Comune di Milano e la Camera di Commercio decise di raccogliere in un unico luogo gli istituti di istruzione superiore sparsi per la città. L’area prescelta fu quella delle “Cascine doppie”, come veniva chiamata la zona, destinata a diventare quella che oggi conosciamo come Città Studi. Il Politecnico di Milano, fondato nel 1863 come “Regio Istituto Tecnico Superiore”, posò la prima pietra del suo nuovo complesso nel 1927 in piazza Leonardo da Vinci, e attorno a lui si consolidò progressivamente un intero distretto della conoscenza.
Dagli anni Venti Città Studi divenne un quartiere fulcro di Milano, capace di ospitare generazioni di studenti, ricercatori e professori, tra cui nomi che avrebbero segnato la cultura italiana e mondiale. Dalle aule del Politecnico uscirono Gio Ponti, Renzo Piano, Gae Aulenti, e ancora Carlo Emilio Gadda, Adriano Olivetti, Aldo Rossi. Una concentrazione di talento che difficilmente trova paragoni in altri atenei italiani e che trasformò Città Studi in qualcosa di più di un semplice quartiere universitario: un luogo dove il pensiero si sedimentava nei muri, nelle strade, negli edifici.
Un sogno liberty tra le aule del Politecnico
È in questo contesto di fervore intellettuale che nasce, tra il 1924 e il 1925, il Villaggio Andrea del Sarto. Ideato e progettato dall’architetto Giovanni Broglio — ticinese di nascita, milanese d’adozione, noto per aver disegnato i principali quartieri operai della città tra l’inizio del Novecento e gli anni Trenta — il villaggio era concepito come residenza per i docenti delle nascenti università milanesi. Un gesto di cura verso chi costruiva sapere, una sorta di ricompensa in mattoni e stucchi per chi dedicava la propria vita alla formazione delle generazioni future.
Il villaggio originariamente contava 15 villette in stile liberty — quasi secessionismo viennese — quando ancora Città Studi si doveva formare. Le facciate decorate con motivi floreali, le balconate ad archi, i finestroni ad oblò: ogni dettaglio raccontava l’ambizione di un’epoca che credeva nella bellezza come componente irrinunciabile della vita civile. Un unicum nel panorama dell’architettura liberty milanese, come lo definiscono i vincoli della Soprintendenza che tutelano ancora oggi quegli edifici.
La vita del villaggio, però, non fu lineare. Dopo la seconda guerra mondiale il complesso passò nelle mani di ALER, l’agenzia lombarda per l’edilizia residenziale, e cominciò una lenta discesa verso l’abbandono. L’ultimo inquilino risale agli anni Ottanta. Dopodiché la zona diventò teatro di degrado e abbandono: le villette furono interessate anche da diverse occupazioni negli ultimi anni. La vicina piazza Ferravilla, all’epoca segnata dal mercato della droga, non aiutava certo a immaginare un futuro roseo per quelle casette scrostate e silenziose.
Decenni di abbandono, poi il riscatto
La storia del recupero del Villaggio del Sarto è, in sé, una storia di pazienza e burocrazia. Dopo decenni di abbandono, degrado e occupazioni, ALER tentò più volte la vendita in blocco degli edifici — vincolati dai Beni Artistici — con una serie di aste andate deserte. Solo nell’agosto del 2016, dopo un ribasso del prezzo, il lotto fu finalmente aggiudicato per poco più di undici milioni di euro a una cordata di imprenditori edili che fondarono la società “Quartiere del Sarto S.r.l.”.
Il restauro conservativo, affidato allo studio DFA Partners, fu tutt’altro che rapido. Cantieri che ripartivano, rallentamenti, revisioni di progetto: per vedere le prime villette abitate bisognò aspettare fino al 2021-2022. Ma il risultato, oggi, ripaga l’attesa. La Soprintendenza non concesse grandi modifiche all’esterno: le balconate ad archi, le facciate decorate con motivi floreali e i finestroni ad oblò sono rimasti fedeli ai disegni originali di Broglio.
Passeggiare oggi nel lotto triangolare di via Privata Apollodoro — il vicolo stretto che serpeggia tra le villette — significa compiere un piccolo viaggio nel tempo. La Milano frenetica e verticale rimane fuori da quel perimetro, come respinta da un sortilegio. Dentro, i giardini curati, i fregi liberty, il silenzio quasi irreale di un pomeriggio feriale restituiscono l’immagine di una città che sapeva fare le cose con lentezza e con cura.
Il campus che si reinventa: quando Renzo Piano torna a casa
Se il Villaggio del Sarto guarda al passato con rispetto commosso, il Campus Leonardo del Politecnico racconta invece come Città Studi sappia anche proiettarsi nel futuro senza rinnegare la propria identità. La storia del nuovo Campus ha origine da un’idea del senatore ed ex alunno Renzo Piano, che ha definito le linee guida iniziali del progetto fondato sul rispetto per il patrimonio storico del sito ma anche improntato a una visione moderna dell’ambiente universitario.
Il progetto, realizzato in collaborazione con l’architetto Ottavio Di Blasi, ha ridisegnato gli spazi attorno agli storici edifici “Trifoglio” e “Nave” — entrambi progettati negli anni Cinquanta e Sessanta da Gio Ponti — trasformando un parcheggio asfittico in un vero e proprio bosco di 8.000 metri quadrati con 130 alberi, una nuova piazza aperta anche alla città. Un gesto simbolico potente: Piano, alunno del Politecnico, regala all’ateneo che lo ha formato la chance di ricucirsi con il quartiere, di riaprirsi alla città come un libro che troppo a lungo era rimasto chiuso.
Inaugurato alla presenza del Presidente della Repubblica nel 2021, il nuovo campus è diventato il manifesto di una filosofia urbanistica che Città Studi sta cercando di applicare su scala più ampia: non la demolizione del vecchio per fare spazio al nuovo, ma il rammendo — parola cara allo stesso Piano — come pratica civile e architettonica.
Via Balzaretti: quando l’arte urbana reinventa una strada
A pochi minuti a piedi dal Villaggio del Sarto, un’altra storia di trasformazione si sta scrivendo, questa volta con colori accesi e ironia surreale. Via Giuseppe Balzaretti, una strada che porta il nome di un geologo ottocentesco e che in passato era nota soprattutto per le casette dei lavandai che vi si affacciavano — professionisti del bucato che lavoravano sfruttando le acque del fontanile Loreto — è diventata negli ultimi anni una delle mete più fotografate di Milano.
È la sede di Toilet Paper, il magazine nato nel 2010 dal sodalizio dell’artista Maurizio Cattelan con il fotografo Pierpaolo Ferrari, e la sua facciata è solo un assaggio di quello che c’è dentro. Il progetto editoriale — un magazine composto quasi esclusivamente di immagini fotografiche surreali e provocatorie, senza testo — ha trasformato prima la propria sede al civico 4 e poi l’intera strada in una galleria d’arte a cielo aperto.
Dal 6 giugno 2022, in occasione della Milano Design Week, via Balzaretti è diventata la prima strada di Milano trasformata in un’opera d’arte pubblica permanente. Gli edifici che si affacciano sulla via portano oggi sulle proprie facciate le grafiche iconiche della rivista — trombe, fiori, rose con i buchi, rossetti scarlatti su sfondo blu — in un intervento che misura complessivamente circa cinquecento metri quadrati di pittura murale. Un’esplosione cromatica che contrasta, in modo deliberatamente straniante, con la sobrietà liberty del quartiere circostante.
La cosa notevole è che questa appropriazione artistica dello spazio pubblico non è avvenuta per imposizione dall’alto, ma con il consenso degli abitanti. Gli stessi residenti di via Balzaretti hanno accolto favorevolmente la trasformazione, consapevoli che quella “follia controllata” avrebbe restituito dignità e visibilità a una strada che rischiava di essere soffocata dalla massa del nuovo edificio residenziale progettato dall’archistar americana Peter Eisenman.
Un quartiere che è un libro aperto sulla storia di Milano
Città Studi è, a ben guardare, una stratificazione di epoche e linguaggi che convivono senza stridere troppo. Le rogge di un tempo sopravvivono nella memoria toponomastica e nelle casette dei lavandai di via Balzaretti. Il razionalismo del Novecento si legge nelle facciate severe del Politecnico. Il liberty fiorito del Villaggio del Sarto coabita con le geometrie del campus rinnovato da Renzo Piano. E l’arte contemporanea più irriverente — quella di Cattelan e Ferrari — prende possesso delle facciate di una via tranquilla e le trasforma in pagine di un magazine fuori scala.
Eppure tutto ciò rimane, sorprendentemente, fuori dai radar del turismo di massa. Non ci sono code davanti al Villaggio del Sarto. Non ci sono tour organizzati che portano le comitive a fotografare le facciate di via Balzaretti. E forse è proprio questo il privilegio di chi conosce Milano al di là delle solite rotte: la possibilità di camminare in strade dove la bellezza non è stata ancora trasformata in prodotto, dove la storia si può toccare con mano senza dover fare la fila.
Città Studi è questo: un quartiere che sa essere laboratorio e museo insieme, avanguardia e memoria, rigore scientifico e fantasia artistica. E il Villaggio del Sarto, con le sue villette restaurate che profumano ancora di inizio Novecento, ne è forse l’emblema più emozionante — la prova che anche le città più dinamiche custodiscono, se si ha la pazienza di cercarli, angoli dove il tempo ha deciso di fermarsi.
Titolo: Città Studi e il Villaggio del Sarto: il lato nascosto di Milano tra liberty, scienza e arte urbana
Meta descrizione: Dal Villaggio del Sarto alle facciate di Toiletpaper in via Balzaretti, Città Studi è il quartiere di Milano dove convivono architettura liberty, il Politecnico di Renzo Piano e l’arte contemporanea. Un itinerario fuori dai percorsi turistici alla scoperta di una città stratificata e sorprendente.
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