Dal 27 marzo al 29 giugno 2026, Palazzo Bonaparte diventa il palcoscenico di un evento culturale che segna un momento storico per l’Italia: la prima grande retrospettiva mai dedicata nel nostro Paese a Katsushika Hokusai, l’artista giapponese che ha cambiato per sempre il modo in cui l’Occidente guarda all’arte. Con oltre 200 opere provenienti dalla collezione del Museo Nazionale di Cracovia, la mostra coincide con le celebrazioni per i 160 anni di relazioni diplomatiche tra Italia e Giappone, stabilite nel 1866, quando due nazioni ancora giovani – l’una appena unificata, l’altra appena uscita da secoli di isolamento – decisero di aprirsi al mondo.

Il maestro del mondo fluttuante che conquistò l’Europa

Hokusai (1760-1849) non fu semplicemente un pittore. Fu un visionario che trasformò l’arte dell’ukiyo-e – le “immagini del mondo fluttuante” – da forma popolare destinata al mercato di massa in linguaggio universale capace di parlare a tutte le culture. Quando le sue stampe arrivarono in Europa nella seconda metà dell’Ottocento, avvolte come carta da imballaggio attorno a porcellane e tè giapponese, scatenarono una rivoluzione silenziosa nei caffè e negli atelier di Parigi.

Vincent van Gogh acquistò il suo primo album di xilografie giapponesi ad Anversa e tappezzò le pareti del suo studio con quelle immagini che trovava “molto divertenti”. Ma era più di un semplice entusiasmo: era la scoperta di un modo completamente diverso di vedere la natura. “Se si studia attentamente l’arte giapponese,” scrisse al fratello Theo, “si vede un uomo che dedica il suo tempo a studiare un filo d’erba. Questo filo d’erba lo porta a disegnare le piante e poi le stagioni, i grandi paesaggi, gli animali ed infine la figura umana.”

Dal blu di Prussia alla prospettiva ribaltata

L’influenza di Hokusai sull’impressionismo europeo fu devastante quanto la sua celebre Grande Onda di Kanagawa. Claude Monet, che possedeva una vasta collezione di stampe giapponesi nella sua casa di Giverny, creò nel suo giardino un laghetto con ninfee e un ponticello in stile giapponese ispirandosi direttamente alle visioni del maestro giapponese. Il suo quadro “Terrazza a Sainte-Adresse” del 1867 richiama esplicitamente una stampa di Hokusai raffigurante il Monte Fuji.

Edgar Degas adottò i tagli fotografici asimmetrici tipici dell’ukiyo-e, quella composizione audace che spezza le regole della prospettiva occidentale. Henri de Toulouse-Lautrec portò nelle sue litografie le linee sinuose e la bidimensionalità delle stampe giapponesi. Persino Claude Debussy, quando compose “La Mer” nel 1905, si ispirò alla Grande Onda tanto da sceglierla come copertina della prima edizione.

Un ponte tra tre nazioni

La mostra romana rappresenta un’eccezionale triangolazione culturale. Le opere giungono dal Museo Nazionale di Cracovia, che custodisce una delle più importanti collezioni europee di arte giapponese grazie al collezionista Feliks Jasieński. All’inizio del Novecento, quando la Polonia non esisteva sulle mappe d’Europa, Jasieński donò la sua straordinaria raccolta alla città di Cracovia come strumento di affermazione dell’identità culturale polacca. Vedeva nell’originalità e nel carattere distintivo dell’arte giapponese un modello per rivendicare l’unicità della cultura polacca in un’epoca di dominazione straniera.

“Questo dimostra come tutti i paesi possano unirsi nel nome dell’arte e della cultura,” ha sottolineato Andrzej Szczerski, direttore del museo polacco. “Roma incontra la Polonia e il Giappone” in un dialogo che attraversa i secoli e i continenti.

Oltre le stampe: immersione nel Giappone Edo

Il percorso espositivo a Palazzo Bonaparte non si limita alle celebri xilografie. Accanto alla Grande Onda presso Kanagawa e alle Trentasei vedute del Monte Fuji – serie che ridefinì il concetto stesso di paesaggio nell’arte – i visitatori potranno ammirare opere meno conosciute come le Cento vedute del Monte Fuji e i rivoluzionari Manga, quegli “schizzi che fluiscono liberamente dal pennello” come li definì lo stesso Hokusai.

La mostra presenta anche libri rarissimi, oggetti in lacca, smalti cloisonné, armature, elmi, spade e strumenti musicali classici giapponesi. I costumi tradizionali – kimono, giacche haori e fasce obi – accompagnano visivamente il racconto, creando un dialogo continuo tra arte, vita quotidiana e spiritualità del periodo Edo (1603-1868), l’epoca d’oro del “mondo fluttuante”.

L’artista che cambiò nome settanta volte

Hokusai fu un personaggio tanto eccentrico quanto prolifico. Cambiò nome almeno settanta volte nel corso della sua vita, ogni volta in coincidenza con un momento significativo della sua evoluzione artistica. Uno dei suoi pseudonimi più celebri fu “Gakyō Rōjin”, che significa “vecchio pazzo per la pittura” – definizione che lui stesso si attribuì negli ultimi anni di vita.

La sua ossessione per il perfezionamento tecnico era leggendaria. “Dall’età di sei anni ho la mania di copiare la forma delle cose,” confessò, “e dai cinquant’anni pubblico una infinità di disegni, ma tutto ciò che ho prodotto prima dei settant’anni non vale niente.” Morì a 89 anni, ancora convinto di non aver raggiunto la perfezione.

Un anniversario che guarda al futuro

La mostra si inserisce nelle celebrazioni per i 160 anni delle relazioni diplomatiche tra Italia e Giappone, stabilite con il Trattato di Amicizia e Commercio del 25 agosto 1866. Come hanno scritto recentemente in un editoriale congiunto la premier italiana Giorgia Meloni e la prima ministra giapponese Sanae Takaichi, “quando Italia e Giappone stabilirono le relazioni diplomatiche, il mondo stava entrando in una nuova epoca”. Oggi, di fronte a rivoluzione digitale, transizione energetica e intelligenza artificiale, i due Paesi si trovano nuovamente a condividere sfide analoghe.

L’arte di Hokusai diventa così simbolo di un dialogo che non si ferma alla contemplazione estetica ma abbraccia cooperazione culturale, scambio tecnologico e visione comune del futuro. Un artista che duecento anni fa ridefinì i confini tra Oriente e Occidente continua a insegnare che le barriere culturali possono essere attraversate quando l’arte parla un linguaggio universale.