Nella pianura emiliana, a pochi chilometri da Parma, sorge un’opera architettonica che sfida la linearità del paesaggio padano: trecentomila piante di bambù si intrecciano in un dedalo di tre chilometri, costruito per onorare la parola data a un gigante della letteratura mondiale. È il Labirinto della Masone, il più grande labirinto di bambù al mondo, esteso su sette ettari nelle campagne di Fontanellato.
La storia inizia nel 1977, quando Franco Maria Ricci, editore, bibliofilo e collezionista d’arte, promise al suo amico Jorge Luis Borges che un giorno avrebbe costruito il labirinto più grande del mondo proprio nella tenuta in cui stavano passeggiando. Lo scrittore argentino, già cieco, era ossessionato dal simbolo del labirinto, che attraversava tutta la sua produzione letteraria come metafora dell’esistenza umana. Borges rispose con scetticismo, sostenendo che il labirinto più grande del mondo fosse il deserto, eppure quella promessa non svanì tra le pieghe del tempo.
La genesi di un sogno botanico
All’inizio degli anni Novanta, Davide Dutto, giovane studente torinese di architettura, presentò a Ricci progetti innovativi realizzati con software all’avanguardia per l’epoca. Quelle immagini scatenarono qualcosa nella mente dell’editore: la promessa fatta a Borges riprese forma. Ma mancava ancora l’elemento cruciale.
La scelta del bambù arrivò grazie al consiglio di un giardiniere giapponese che Ricci aveva consultato per la sua villa milanese. La pianta si rivelò perfetta: cresce rapidamente, non si ammala, rimane sempreverde e assorbe grandi quantità di anidride carbonica. Nel 2005 iniziarono i lavori, con i primi bambù piantati nell’estate di quell’anno, mentre nel 2010 partì il cantiere degli edifici.
Un’architettura tra passato e presente
Il progetto finale, elaborato da Dutto per la parte botanica e dall’architetto Pier Carlo Bontempi per gli edifici, si ispira ai labirinti romani raffigurati in due mosaici conservati al Museo del Bardo di Tunisi e al Kunsthistorisches Museum di Vienna. Ma Ricci introdusse un elemento di disturbo rispetto ai classici labirinti univiari romani: bivi e vicoli ciechi che non erano presenti nei modelli antichi.
Il perimetro a forma di stella, che richiama le città fortificate rinascimentali come Palmanova e Sabbioneta, abbraccia oltre duecento mila piante di bambù di una ventina di specie diverse. Alcune raggiungono i 18 metri di altezza, come il Phyllostachys nigra Henonis e il Phyllostachys viridis Sulfurea, mentre altre rimangono nane, creando un paesaggio verticale stratificato.
Al centro del dedalo si apre una piazza circondata da edifici in mattoni, costruiti con materiali tipici della Pianura Padana. Una cappella piramidale simboleggia l’antico legame tra labirinti e fede, un richiamo alle connessioni tra spiritualità e smarrimento che attraversano la storia dell’umanità.
Molto più di un percorso da esplorare
Il complesso ospita oltre 5.000 metri quadrati di spazi culturali, dove si snoda la collezione d’arte personale di Ricci: circa 500 opere che spaziano dal Rinascimento al Novecento, con capolavori di artisti come i Carracci, Hayez, Canova, oltre a opere moderne di Wildt, Ligabue e Savinio. Una biblioteca custodisce 15.000 volumi dedicati alla tipografia e alla grafica, con opere di Giambattista Bodoni e l’intera produzione di Alberto Tallone.
Dal 2015, anno dell’inaugurazione, il Labirinto della Masone ha ospitato artisti internazionali di generi diversissimi, dalla musica elettronica al drone doom metal. Dal 2019 si tiene annualmente il LOST Music Festival, acronimo di Labyrinth Original Soundtrack.
Franco Maria Ricci è scomparso nel settembre 2020 nella sua casa di Fontanellato, lasciando un’eredità che va oltre i libri pubblicati dalla sua casa editrice. Ha trasformato una conversazione con un amico cieco in un’opera tangibile che sfida visitatori a perdersi volontariamente, a rallentare, a riscoprire il piacere dello smarrimento in un’epoca che pretende certezze istantanee.
Il Labirinto della Masone rimane chiuso nei mesi invernali per poi riaprire i battenti ogni anno con nuove mostre temporanee. Chi si addentra tra i suoi corridori verdi può impiegare da mezz’ora a due ore per trovare l’uscita. E poco importa: perché in questo dedalo di bambù, come Ricci aveva compreso dalle passeggiate con Borges, il vero tesoro non sta nella meta, ma nell’accettare di essere temporaneamente perduti.

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