Ottant’anni dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, il Vittoriano apre le sue porte monumentali alla storia degli esuli fiumani, dalmati e istriani. Nelle Sale del Grottone, inaugurata alla presenza del Ministro della Cultura Alessandro Giuli, la Mostra degli Esuli Dalmati, Istriani e Fiumani (MEDIF) non è soltanto un’esposizione: è un ritorno, un riconoscimento, una riparazione.

Per chi varca la soglia di questo spazio espositivo, l’impatto è immediato. Documenti, fotografie, oggetti e testimonianze dirette costruiscono un racconto stratificato dove la grande Storia incontra le storie minuscole, quelle scritte con la s minuscola ma vissute con la maiuscola del dolore. Qui si materializza il destino di trecentocinquantamila persone che dovettero scegliere tra la terra natale e l’identità, tra le radici e la libertà.

Il viaggio nel dramma dell’esodo

L’architetto Massimiliano Tita ha curato un percorso espositivo che restituisce verità e dignità a una pagina della storia italiana che per troppo tempo è stata taciuta, minimizzata se non quando manipolata. Le immagini in bianco e nero parlano una lingua universale: volti che scrutano un orizzonte incerto, valigie di cartone legate con lo spago, bambini che stringono bambole mentre gli adulti stringono i denti.

L’esodo giuliano-dalmata, che si verificò a partire dalla fine della seconda guerra mondiale e nel decennio successivo, coinvolse tra le 250.000 e le 350.000 persone. Non fu un’onda improvvisa ma un’emorragia lenta e inesorabile: un fenomeno lungo, durato dal 1944 al 1958, attraverso fasi diverse. Prima le fughe clandestine notturne, poi gli esodi di massa quando intere comunità compresero che la dominazione jugoslava era diventata irreversibile.

La mostra non risparmia la verità più dura. Il fenomeno seguì gli eccidi noti come massacri delle foibe, dove migliaia di italiani furono prelevati dalle loro case, deportati e infine gettati in cavità carsiche. Il terrore precedette l’abbandono, creando nelle comunità italiane dell’Alto Adriatico Orientale una frattura insanabile con il territorio che per secoli avevano abitato.

Il compimento di una visione

Il progetto nasce da un’iniziativa della Federazione delle Associazioni degli Esuli Istriani, Fiumani e Dalmati, sostenuta dal Ministero degli Affari Esteri e dal Ministero della Cultura. Ma il seme di questa mostra fu piantato molto prima. Viene così portata a compimento la volontà dell’allora Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi: concludere il percorso risorgimentale al Vittoriano con uno spazio dedicato alla memoria.

La Direttrice Generale del Vittoriano Edith Gabrielli, membro del comitato scientifico della mostra, ha contribuito a dare forma a questo progetto che è insieme museo e monumento, archivio e altare. Lo spazio espositivo diventa così l’ultima tappa di un pellegrinaggio nazionale verso la comprensione completa della propria identità.

Quando il silenzio diventa complice

Per decenni, il dramma dell’esodo giuliano-dalmata fu una memoria divisa, controversa, spesso strumentalizzata o negata. Chi arrivava in Italia con le valigie di cartone e il passaporto da profugo non sempre trovava accoglienza. Gli esuli arrivati in Italia non vennero accolti in maniera benevola; la maggior parte venne confinata in campi profughi allestiti all’interno di caserme, scuole e strutture di vario genere.

La MEDIF rompe questo silenzio con la forza dei documenti inoppugnabili. Attraverso documenti, fotografie, oggetti e testimonianze dirette selezionati e organizzati da un comitato scientifico multidisciplinare, l’esposizione costruisce una narrazione polifonica dove ogni voce conta, ogni storia illumina un aspetto diverso della tragedia collettiva.

Un ponte verso le nuove generazioni

Pensata come luogo vivo, aperto e accogliente, la MEDIF si rivolge in particolare ai giovani e agli studenti. Qui risiede forse l’ambizione più nobile del progetto: trasformare il dolore in insegnamento, la memoria in coscienza critica. Le nuove generazioni, quelle che non hanno conosciuto né le foibe né i campi profughi né l’amarezza dell’esilio, possono finalmente incontrare questa storia nel luogo simbolico per eccellenza della nazione italiana.

Il ministro Giuli ha definito la mostra un “atto d’amore” e “un viaggio nel dolore”, anticipando che rappresenta il prologo della nascita del Museo del Ricordo. La storia del confine adriatico non è più soltanto una ferita, ma diventa frontiera di incontro e di dialogo.

Durante l’inaugurazione, si è tenuta una performance a cura del Teatro Stabile del Friuli Venezia Giulia, aggiungendo al percorso espositivo la dimensione emotiva e artistica che trasforma la visita in esperienza.

La memoria come fondazione

Entrare nella MEDIF significa attraversare un secolo di Storia con la consapevolezza che ogni oggetto esposto – una fotografia sbiadita, una lettera scritta in fretta, un documento ufficiale – rappresenta una vita spezzata, un destino deviato, una famiglia dispersa. Il Vittoriano, monumento nazionale che celebra l’unità d’Italia, accoglie ora anche la memoria di chi quell’unità la difese pagando il prezzo più alto: l’abbandono della terra natale.

A vent’anni dall’istituzione della Giornata del Ricordo (Legge 30 marzo 2004, n.92), questa mostra permanente rappresenta un passaggio epocale nel modo in cui l’Italia guarda al proprio confine orientale. Non più zona d’ombra o terreno di scontro ideologico, ma parte integrante della memoria nazionale, da custodire e tramandare con la stessa cura riservata agli altri capitoli fondativi della nostra Repubblica.