C’è un buco nel pavimento di Palazzo Manfrin che non è un buco. È un vuoto assoluto, una profondità senza fondo rivestita di pigmento blu notte che ingoia la luce e inganna la mente. Chi vi si avvicina troppo — e qualcuno, nel corso degli anni, ci è davvero caduto dentro — scopre improvvisamente che i propri occhi non possono misurare quello spazio. Non sanno dove finisce la materia e dove inizia il nulla. Questo è Descent into Limbo, l’installazione che Anish Kapoor ha concepito nel 1992 e che oggi entra stabilmente nella collezione di Palazzo Manfrin a Venezia, in occasione della 61ª Biennale d’Arte, come opera permanente. E forse nessun’altra opera al mondo riesce a dire, con altrettanta brutalità poetica, cosa significhi stare davanti a qualcosa che il cervello umano semplicemente non riesce a elaborare.
Il 5 maggio 2026, quando i cancelli di Fondamenta Venier 342 si apriranno al pubblico per l’inaugurazione, Venezia tornerà ad essere — come accade ogni due anni con la Biennale — il centro gravitazionale dell’arte contemporanea mondiale. Ma questa volta, nel sestiere di Cannaregio, qualcosa di più duraturo sta prendendo forma.
Palazzo Manfrin rinasce: quattro anni di restauro per un centro culturale permanente
Palazzo Manfrin non è una sede espositiva qualunque. È un edificio che porta con sé secoli di storia veneziana stratificata come la vernice su una tela antica. Costruito nel Cinquecento, fu acquistato nel 1788 dal conte Girolamo Manfrin, ricco mercante di tabacco che lo trasformò in una galleria d’arte tra le più ammirate d’Europa. Antonio Canova, Lord Byron, John Ruskin, Édouard Manet: tutti vi misero piede, tutti rimasero colpiti dalla raccolta di dipinti, sculture e stampe che il conte aveva messo insieme con ambizione enciclopedica. Alla morte di Manfrin, parte di quella collezione migrò alle Gallerie dell’Accademia — portando in dote capolavori come La Tempesta e La Vecchia di Giorgione — e il palazzo scivolò lentamente nell’oblio.
Oggi, dopo quattro anni di restauro condotto sotto la guida dell’architetta Giulia Foscari per UNA/FWR Associati, il palazzo riapre come sede permanente della Anish Kapoor Foundation. Non una galleria stagionale, non uno spazio affittato per l’occasione, ma un centro culturale pensato per durare: un luogo di studio, conservazione e produzione artistica che Kapoor ha scelto per radicare la propria fondazione nel tessuto vivo di Venezia.
Il vuoto come linguaggio: le opere che annullano la percezione dello spazio
Quando nel 2022 Kapoor presentò a Venezia la sua doppia mostra — diffusa tra le Gallerie dell’Accademia e lo stesso Palazzo Manfrin, in quello che rimase uno degli eventi più discussi di quella Biennale — il mondo dell’arte capì definitivamente che il suo rapporto con la città lagunare non era episodico. Era strutturale. Venezia, con la sua luce liquida che cambia a ogni ora del giorno, con i suoi spazi che sembrano muoversi sull’acqua, con la sua capacità di far sembrare ogni cosa sospesa tra il reale e l’immaginario, è la città che meglio incarna le ossessioni di Kapoor: il vuoto, la materia che si dissolve, la percezione che vacilla.
La nuova mostra porta avanti questo dialogo con una scelta curatoriale precisa. Al centro non ci sono soltanto le opere iconiche, ma l’archivio segreto della sua ricerca: oltre cento modelli architettonici e progetti accumulati in più di quarant’anni di lavoro. Alcuni sono stati realizzati e sono entrati nell’immaginario collettivo — il Cloud Gate di Chicago, lo specchio d’acciaio curvo che riflette la skyline della città in modo distorto e onirico, è probabilmente l’opera d’arte pubblica più fotografata al mondo. La stazione della metropolitana di Monte Sant’Angelo a Napoli, inaugurata di recente, è un altro esempio di come Kapoor trasformi l’infrastruttura urbana in esperienza estetica. Ma accanto a queste realizzazioni iconiche, la mostra porta alla luce i progetti rimasti sulla carta: le idee che non hanno mai trovato il loro spazio fisico nel mondo, ma che continuano a vivere nei modellini di studio come momenti del pensiero carichi di una potenza non ancora esaurita.
At the Edge of the World in nero: quando la luce scompare del tutto
Tra le opere più attese dell’esposizione c’è una nuova versione di At the Edge of the World, scultura monumentale che Kapoor realizzò originariamente nel 1998 in rosso. Ora l’opera torna in una veste radicalmente diversa: nera. E non si tratta di un semplice cambio cromatico. Il materiale utilizzato — affine al celebre Vantablack, il pigmento a base di nanotubi di carbonio che assorbe oltre il 99% della luce visibile — trasforma la superficie dell’opera in qualcosa di concettualmente vertiginoso. Guardare quella forma nera significa guardare il nulla. Non c’è ombra, non c’è rilievo, non c’è profondità percepibile. L’occhio cerca un punto di ancoraggio e non lo trova. Lo spazio si annulla. Rimane solo una sagoma che sembra aprirsi verso un universo senza luce.
Kapoor ha avuto un rapporto molto discusso con il Vantablack nel corso degli anni: nel 2016, l’azienda britannica Surrey NanoSystems gli concesse i diritti esclusivi per l’uso artistico di quel materiale, suscitando polemiche accese nel mondo dell’arte. Molti artisti protestarono per quella che considerarono una privatizzazione inaccettabile di uno strumento condiviso. La questione rimane aperta e controversa, ma l’effetto visivo delle opere che ne fanno uso resta di una potenza spiazzante.
Venezia come laboratorio permanente per l’arte contemporanea
C’è qualcosa di peculiare nel modo in cui Venezia attrae oggi le fondazioni d’artista. La Fondazione Prada, la Fondazione Pinault a Palazzo Grassi e Punta della Dogana, la Collezione Peggy Guggenheim: la città è diventata un ecosistema in cui arte contemporanea e storia si confrontano senza sosta, in spazi che impongono all’arte una tensione costante con il passato. Venezia non perdona la mediocrità. I suoi palazzi, le sue chiese, il suo cielo che si riflette nell’acqua ricordano continuamente agli artisti contemporanei che esistono tradizioni con le quali è necessario fare i conti.
Per Kapoor, questo confronto è esplicito. Nella sua pratica artistica, il dialogo con la grande pittura veneziana — con quella luce che i maestri del Rinascimento sapevano usare come nessun altro — è sempre stato presente. Le sue sculture in pigmento puro, quelle polveri di colore che sembrano sfidare la gravità ammassandosi in forme geometriche perfette, devono qualcosa a quella tradizione cromatica. La sua ossessione per il vuoto e per la percezione alterata ha radici filosofiche che vanno dall’induismo alle avanguardie del Novecento europeo, ma trova a Venezia un territorio di risonanza ideale. La scelta di fare di Palazzo Manfrin non una galleria temporanea ma una sede permanente di produzione e ricerca risponde anche a una logica più ampia: Venezia sta diventando un polo di attrazione per chi vuole sviluppare progetti a lungo termine, lontani dalla frenesia del mercato e dalle logiche delle fiere d’arte internazionali.
La carriera di Kapoor tra scultura monumentale e sperimentazione architettonica
Anish Kapoor è nato a Mumbai nel 1954 e si è formato a Londra, prima all’Hornsey College of Art e poi al Chelsea College of Art and Design. Ha iniziato a esporre negli anni Ottanta, conquistando l’attenzione internazionale con sculture che usavano pigmento puro — polveri di colore di un’intensità quasi insostenibile — per creare forme che sembravano uscire direttamente dalla terra o dalla luce. Nel 1991 ha vinto il Turner Prize, il riconoscimento più importante per un artista britannico. Da quel momento la sua carriera ha imboccato una traiettoria ascendente che non ha mai mostrato segni di rallentamento.
La sua ricerca si è progressivamente spostata verso la scala architettonica, verso opere che hanno bisogno dello spazio aperto, del cielo, della città. Cloud Gate a Chicago (2006) è diventata un punto di riferimento obbligatorio per chiunque voglia capire come l’arte pubblica possa trasformare uno spazio urbano senza sopraffarlo. Orbit, la torre scultorea costruita per le Olimpiadi di Londra del 2012 nel parco olimpico di Stratford, sfida le categorie: è una scultura? È architettura? È entrambe le cose? Nel 2026, Kapoor presenterà anche una retrospettiva alla Hayward Gallery di Londra — a quasi trent’anni dalla sua ultima mostra in quello spazio — oltre a esposizioni alla Lisson Gallery di New York e allo SCAD Museum of Art di Savannah. Un anno straordinariamente denso, al centro del quale Venezia occupa un posto di rilievo simbolico e concreto.
Il confine sottile tra fondazione culturale e palcoscenico mediatico
Non tutto, naturalmente, è al di sopra di ogni interrogativo critico. La riapertura di Palazzo Manfrin — rimasto chiuso per quattro anni dopo la mostra del 2022 — avviene esattamente in coincidenza con i giorni di apertura della Biennale, quando Venezia diventa il centro mediatico dell’arte globale e ogni inaugurazione è amplificata dalla presenza di galleristi, collezionisti, giornalisti e curatori provenienti da tutto il mondo. È una coincidenza? O è una strategia? La domanda non è malevola: è legittima, e riguarda tutte le fondazioni d’artista che operano in questo ecosistema.
Ciò che distingue un centro culturale permanente da una sofisticata vetrina stagionale non è la dichiarazione di intenti, ma ciò che accade negli anni tra un’inaugurazione e l’altra: le residenze, le ricerche, le produzioni, le aperture al pubblico fuori dai momenti di massima attenzione mediatica. Palazzo Manfrin ha l’opportunità di dimostrare di essere il primo. Venezia — che ha una lunga esperienza nel distinguere le mode dalle radici — sarà giudice imparziale.
Nel frattempo, il 5 maggio 2026, quel buco nel pavimento tornerà ad aspettare i visitatori. Chi vi si avvicinerà cercherà di misurare la profondità con gli occhi. E gli occhi, come sempre, non sapranno rispondere.

Direttore editoriale di nonewsmagazine.com | Il magazine dell’ozio e della serendipità.
Direttore responsabile di No News | La free press dell’ozio milanese.
Viaggiatore iperattivo, tenta sempre di confondersi con la popolazione indigena.
Amante della lettura, legge un po’ di tutto. Dai cupi autori russi, passando per i libertini francesi, attraverso i pessimisti tedeschi, per arrivare agli amori sofferti tra le campagne inglesi. Tra gli scrittori moderni tra i preferiti spiccano Roddy Doyle, Nick Hornby e Francesco Muzzopappa.
Melomane vecchio stampo, c’è chi lo chiama “il fondamentalista del Loggione”. Ama il dramma verdiano così come le atmosfere oniriche di Wagner. L’opera preferita, tuttavia, rimane la Tosca.



































