Esistono mesi in cui l’editoria sembra respirare, espandersi, riempire il freddo con storie che bruciano. Febbraio è uno di questi. Non il mese più lungo né il più caldo, eppure quello in cui certi libri scelgono di nascere — forse perché il lettore, ancora avvolto nell’inerzia invernale, è più disposto ad aprirsi, ad arrendersi alla pagina. Questo mese porta con sé una selezione che attraversa l’Italia e il mondo, sfida le convenzioni del romanzo e della raccolta di racconti, interroga le identità di madri, figli, generazioni intere e coppie che si sgretolano sotto il peso di aspettative impossibili. Sette voci diverse, sette modi di fare i conti con ciò che siamo stati, con ciò che non siamo riusciti a essere, con le scelte che pesano come nomi incisi nella pietra. Lasciatevi trascinare.

Tre nomi di Florence Knapp: una scelta, tre destini, infinite possibilità

È una notte di tempesta, ottobre 1987, e un neonato ha appena riempito di pianto una stanza. Sua madre, Cora, deve dargli un nome. Potrebbe cedere alla volontà del marito, chiamarlo Gordon come impone una tradizione familiare che sa di controllo. Potrebbe scegliere Julian, luce e promessa. O Bear, suggerito con dolcezza dalla figlia più grande. Da questa scelta apparentemente ordinaria si diramano tre esistenze distinte, e Florence Knapp le segue tutte e tre per trentacinque anni, a intervalli di sette, con una struttura narrativa di rara eleganza e potenza emotiva. Tre nomi (Garzanti, traduzione di Federica Merati) è il romanzo d’esordio che ha scalato le classifiche britanniche, definito “il miglior romanzo d’esordio degli ultimi anni” dal Sunday Times, ed è ora primo nella narrativa straniera più venduta in Italia. Ma dietro l’architettura dei bivi — che richiama, seppur con tutt’altra urgenza, lo spirito di Sliding Doors — c’è qualcosa di più doloroso e necessario: al centro del libro non c’è solo un esperimento narrativo, ma un tema doloroso e attualissimo, quello dell’abuso domestico. Gordon, il marito, è un uomo rispettato all’esterno e oppressivo tra le mura di casa: il doppio volto del potere, privato e pubblico. Knapp non offre soluzioni facili, né esistenze perfette: in ognuno dei tre scenari ci sono ferite, tramonti, la possibilità di guarire — o di non farcela. È questa onestà, questa rifiuto della retorica, che ha fatto innamorare i lettori di mezzo mondo.

La vita giovane di Mattia Insolia: i sogni che non abbiamo vissuto

Che fine hanno fatto i sogni che sognavamo? È come un refrain, questa domanda che ritma la narrazione del nuovo romanzo di Mattia Insolia. Torna allo scoccare di ogni illusione disfatta, di ogni epifania bruciante sull’imponderabile difficoltà di esistere. Il protagonista si chiama Teo, ha quasi trent’anni, abita a Milano da dieci e non torna nel paese in cui è cresciuto — un posto chiamato Foro, che potrebbe essere ovunque nella provincia italiana — da quando quell’incidente, quel qualcosa di irreparabile fatto insieme, ha rotto il gruppo. Il pretesto del ritorno è un matrimonio: due amici d’infanzia si sposano, e Teo deve tornarci. Tutto ciò che aveva lasciato ad aspettarlo riemerge con la precisione di un bisturi. La vita giovane (Mondadori) è il terzo romanzo di Insolia, nato a Catania nel 1995, scritto da una posizione eccezionale: quella di chi ha il talento e l’esperienza per raccontare la propria generazione dall’interno. Sei personaggi feriti e disperatamente vitali — Teo, Sofia, Giorgio, Matilde, Marta, Tommaso — portano sulle spalle tutto il peso di una giovinezza promessa e mai mantenuta, di un futuro che si era srotolato davanti come un lungo tappeto rosso e che poi si è accartocciato. La scrittura oscilla tra la ferocia dei momenti di tensione e una dolcezza lancinante che si insinua nei ricordi. Un romanzo che fa male, e che fa bene.

Tutte le altre mamme mi odiano di Sarah Harman: un mystery irresistibilmente imperfetto

Florence Grimes conosce bene il fallimento. Dopo la fine disastrosa della sua carriera in una girl band degli anni 2000, si trascina per West London, single, al verde e insoddisfatta. Le uniche cose di cui è orgogliosa sono le sue scelte sempre più elaborate di nail art e suo figlio di dieci anni, il sensibile e intelligentissimo Dylan. Ma quando Alfie Risby, il bullo della classe — e giovane erede di un impero dei surgelati — scompare nel nulla durante una gita scolastica, Dylan diventa il principale sospettato. Florence non ha alcuna abilità investigativa, non è popolare tra le altre mamme e ha appena trovato lo zaino del bambino scomparso nascosto sotto il letto di suo figlio. Da questo incipit scatta una commedia nera che corre come un treno, con una protagonista che è insieme grottesca, tenera, esilarante e capace di un amore senza confini. Tutte le altre mamme mi odiano ha vinto il Lucy Cavendish Fiction Prize nel 2023, è stato il libro più conteso alla Fiera di Francoforte e Disney ha già acquistato i diritti per una serie tv. HarperCollins lo ha portato in Italia a febbraio: il Guardian lo ha definito qualcosa che farà ridere e piangere allo stesso tempo, e Marie Claire lo ha paragonato a uno script di Fleabag con un mystery dentro. Non è un elogio da poco. Florence non è una madre perfetta: è la madre di cui avevamo bisogno.

Non ancora 101 di Irene Salvatori: sei bracchi ungheresi e una casa che allarga la vita

Il capostipite Gàbor che non fa che lamentarsi e smette solo quando si innamora. L’elegantissima Rosa che stende con lo sguardo. L’allegro e dolce Aviv, tranquillo ed equilibrato. Ibi che fa tutte le cose al contrario. L’introverso Bernardo che sta sempre per conto suo e l’insopportabile Aaron che scompiglia tutto. Sono i cani, sei bracchi ungheresi, con cui vive una mamma single insieme ai suoi tre figli, in una casa a Berlino tra laghetti e parchi del sud. Irene Salvatori è scrittrice, traduttrice dal polacco e dal tedesco, e il suo secondo libro — Non ancora 101, edito da Marcos y Marcos — è una di quelle opere che sfuggono alle classificazioni, eppure si incastrano perfettamente nella vita di chi le legge. Il titolo richiama La carica dei 101, quel film che l’autrice ricorda come epica dell’infanzia, ma è anche una dichiarazione: non ci sono ancora centouno cani, e forse non ci saranno mai, ma la vita che racconta è già densa, indiavolata, piena di voci e di lingue e di guinzagli intrecciati. Nominato agli amici della domenica per il Premio Strega 2026 da Daniele Mencarelli, il romanzo porta in scena una concezione nuovissima di famiglia, una casa come tana emotiva prima che fisica. La scrittrice ha dichiarato di aver sempre trascritto i dialoghi con i suoi cani, “assolutamente reali” per lei: e nella pagina scritta quella realtà prende la forma di una lingua inventiva, ironica, commovente, che non smette mai di allargare il respiro.

Vendo tiroide causa doppio regalo di Alessandro Gori: la risata che illumina l’abisso

Il titolo è già un manifesto. Vendo tiroide causa doppio regalo (Nottetempo) è l’ottavo libro di Alessandro Gori — scrittore, poeta, comico, creatore della pagina Lo Sgargabonzi, nato nelle campagne della Val di Chiana, vincitore del Premio Internazionale della Satira di Forte dei Marmi. Si apre con un dialogo impossibile: Natalia Ginzburg saluta l’autore con un «Ciao grassone», è una Ginzburg poco aggiornata sulle sensibilità contemporanee ma soprattutto “grintosa” con lo scrittore che cerca di presentarle il suo libro, fatto di racconti e poesie. All’interno di questo scambio sgangherato e affilato affiorano due libri distinti: I dolori del giovane redneck, un’elegia della provincia italiana squarciata da figuranti grotteschi — Rocco Siffredi, Blanco, la crisi Totti-Blasi come via crucis di barzellette — e Canzoniere del danno catastrofale, dove la malattia e la finitezza emergono con ilarità isterica e vertiginosa: neoplasie, serpenti su stampelle, cellulari metafisici. Gori è uno scrittore che si pone nell’ideale crocevia tra Heinrich Böll e Thomas Ligotti: il suo umorismo nero non consola, non alleggerisce, ma illumina con precisione crudele ciò che sarebbe meglio non guardare. La sua scrittura attraversa l’infanzia, la provincia, la cultura pop e la malattia con uno sguardo insieme ironico e spietato, trasformando il quotidiano in qualcosa di instabile, di oscillante, di necessario. Un libro per chi non teme di ridere sull’orlo del baratro.

Il dio per metà donna di Perumal Murugan: l’amore che naufraga nel silenzio del villaggio

Il matrimonio tra Kali e Ponna è adombrato dall’infertilità. Il silenzio che domina nella loro casa, un tempo felice, è infranto dall’eco incessante dei pettegolezzi del villaggio, che li giudica e li spinge verso il baratro dell’angoscia. Siamo nell’India rurale, in un paesaggio bucolico che nasconde sotto la superficie la durezza delle tradizioni, la violenza silenziosa del controllo sociale. Kali e Ponna si amano — questo è fuori discussione — ma il loro amore si sgretola sotto il peso di ciò che non riescono a produrre: un figlio. Perumal Murugan, tra le voci più significative della letteratura tamil contemporanea, porta in Italia per Utopia (traduzione di Dorotea Operato) un romanzo scritto con quella sobrietà asciutta che trasforma ogni parola in un colpo preciso. In questa società le persone infelici non riescono a vedere ciò che un uomo ha. Vedono solo ciò che non ha: questa frase racchiude l’intera crudeltà del meccanismo che Murugan descrive. Fino all’ultima pagina, i due coniugi si aggrappano a riti, suppliche, promesse agli dei — fino a piegarsi all’antica tradizione per cui, durante i festeggiamenti del dio per metà donna, alle mogli senza figli è concesso unirsi a uomini sconosciuti. Murugan, spesso accusato dalle forze tradizionaliste del suo paese con minacce e ostracismo, torna con aspra e testarda bravura a cantare il suo mondo, impantanato nelle brutture di un sistema di controllo che unisce pettegolezzo e rituali, annullando ogni dimensione privata dell’esistenza. Un romanzo breve, denso, devastante.

Apriti di Thomas Morris: la fragilità maschile raccontata con ironia e dolore

Cinque racconti, cinque aperture verso ciò che è più difficile nominare. In cinque potenti racconti, raccogliendo e aggiornando una tradizione che va da James Joyce a Clarice Lispector a Italo Calvino, Thomas Morris mette a nudo lucidamente, dolorosamente, ma non senza ironia, gli aspetti della psiche di cui è più difficile parlare: le vulnerabilità, le paure, le paranoie, il senso di inadeguatezza e di rivalsa, le barricate emotive che si erigono di fronte agli altri. Pubblicato da Sur con la traduzione di Martina Testa, Apriti è il secondo libro dello scrittore gallese, candidato al Dylan Thomas Award, che si concentra sui maschi, sulle loro paure e vulnerabilità, sul desiderio di rivalsa e sul senso di inadeguatezza. I protagonisti di questi racconti — tra cui un bambino alla sua prima partita di calcio, un cavalluccio marino che elabora il lutto, un uomo che vive tra realtà e incubi — sono goffi, disfunzionali, a volte respingenti. Ma Morris li guarda senza giudicarli, con la stessa disponibilità alla tenerezza con cui Sally Rooney — che lo ha definito «geniale, divertente, disturbante» — sa trattare i suoi personaggi. Il fantastico, in questi racconti, non è evasione ma amplificazione: serve a rendere visibili paure e nevrosi che nel realismo puro resterebbero sottotraccia. Lo scrittore ha dichiarato di sentire molta tensione interna quando si sposta tra i due suoi mondi, Galles e Irlanda, e che la scrittura è per lui un modo di ottenere liberazione fisica da quella confusione. Si sente, in ogni pagina.