Due ragazze si incontrano su un treno che attraversa l’Europa. Una fugge dal privilegio verso una riabilitazione svizzera che non desidera. L’altra scappa dal nulla con un biglietto Interrail e nessun piano reale. Quando scendono dal treno, hanno scambiato le loro identità. “The Other Girl” di Emily Barr, pubblicato da Giunti nel gennaio 2026 nella sua edizione italiana e da Penguin nel maggio 2025 in lingua originale, è un thriller young adult che esplora con maestria il tema dell’identità, della fuga e della ricerca di redenzione attraverso gli occhi di due protagoniste che non potrebbero essere più diverse eppure sorprendentemente simili.
Quando lo scambio di identità diventa una fuga dalla realtà
Tabbi Courtenay è la ragazza che ha tutto: denaro, privilegio, accesso a qualsiasi cosa desideri. Eppure sta scappando. Destinata a un centro di recupero esclusivo nelle montagne svizzere dopo mesi di eccessi, alcol e decisioni devastanti, non vuole affrontare le conseguenze delle sue azioni. Ruby Robinson appare come il suo opposto: apparentemente libera, sicura di sé, con un biglietto Interrail e l’aria di chi sa esattamente dove sta andando. Ma anche lei fugge da qualcosa, qualcosa di oscuro che si nasconde dietro quella facciata di controllo.
L’incontro sul treno diventa il catalizzatore di uno scambio che promette di risolvere i problemi di entrambe. Tabbi assume l’identità di Ruby e si rifugia in un campeggio della Riviera francese, mentre Ruby prende il posto di Tabbi allo Zen Lodge. Solo sei settimane, giusto il tempo della riabilitazione. Poi torneranno a essere se stesse. O almeno questo è il piano.
Emily Barr costruisce la narrazione con una struttura a doppio punto di vista che rivela progressivamente i segreti e le bugie di entrambe le ragazze. Non si tratta di narratrici affidabili: entrambe nascondono verità scomode, manipolano i fatti, omettono dettagli cruciali. Questa inaffidabilità narrativa diventa il motore del suspense, mantenendo il lettore in uno stato di costante incertezza su chi sia veramente chi e quali siano le reali motivazioni dietro ogni scelta.
Il viaggio fisico come metafora della trasformazione interiore
La geografia europea diventa protagonista quasi quanto le due ragazze. Tabbi, nei panni di Ruby, attraversa la Francia meridionale, da Marsiglia a Cannes, vivendo in una tenda sporca di vomito, lavorando come cameriera al ristorante Brise de Mer, oscillando tra autodistruzione e tentativi di redenzione. Il paesaggio soleggiato della Riviera contrasta brutalmente con il suo stato emotivo in frantumi: le spiagge scintillanti, i vicoli profumati di gelsomino, le strade turistiche di rue Meynadier diventano lo sfondo di una disintossicazione non cercata ma necessaria.
Ruby, intanto, si trova immersa nella lussuosa prigionia dello Zen Lodge, circondata dalle montagne svizzere, dal suono ipnotico dei campanacci delle mucche, dalla purezza dell’aria alpina. Ma nemmeno qui tutto è come sembra. Barr usa magistralmente i contrasti geografici per sottolineare le traiettorie opposte ma convergenti delle due protagoniste: una che sale verso la montagna cercando la fuga, l’altra che scende verso il mare cercando l’oblio.
Il viaggio diventa iniziazione, ma non nel senso classico del termine. Non c’è un mentore saggio, non c’è una lezione morale chiara e definitiva. C’è invece il confronto brutale con se stesse attraverso lo specchio dell’altra. Tabbi scopre cosa significa non avere denaro, non avere una rete di sicurezza, dover lavorare per guadagnarsi da vivere. Ruby esperimenta cosa voglia dire essere intrappolata in un’identità che porta con sé aspettative, responsabilità e un passato che non le appartiene.
La complessità psicologica di due narratrici inaffidabili
Uno degli aspetti più riusciti del romanzo è la caratterizzazione psicologica delle protagoniste. Tabbi non è semplicemente una ragazza ricca e viziata: è una persona profondamente danneggiata che ha usato l’alcol e le sostanze per non pensare, per cancellare il ricordo di qualcosa di terribile che ha fatto. I suoi capitoli sono pervasi da un senso di autodistruzione consapevole, da blackout alcolici che la terrorizzano perché le ricordano un altro blackout, quello in cui è successo qualcosa che non riesce ancora ad affrontare.
Il modo in cui Barr descrive la dipendenza non è romanticizzato né moralista. È crudo, scomodo, reale: “Mi raggomitolo nel sacco a pelo sporco di vomito e chiudo gli occhi. Sto tremando in tutto il corpo. Devo proprio smettere.” La disintossicazione improvvisata di Tabbi, vissuta in una tenda puzzolente di un campeggio francese, è tanto fisica quanto emotiva. Non c’è glamour nella sua caduta, solo la consapevolezza graduale che non può continuare a fuggire da se stessa.
Ruby, dall’altra parte, rivela lentamente la sua vera natura. Quella sicurezza apparente nasconde qualcosa di più oscuro: è una truffatrice, qualcuno che ha ingannato persone vulnerabili, rubato denaro, costruito una vita di menzogne. Ma anche lei sta cercando una via d’uscita, una possibilità di ricominciare. La scoperta progressiva del suo passato, delle sue vittime, delle conseguenze delle sue azioni, aggiunge strati di complessità a un personaggio che inizialmente sembra più vittima che carnefice.
Il ritmo narrativo tra suspense e introspezione
Barr dimostra un controllo notevole del ritmo narrativo. Il romanzo alterna momenti di suspense intensa – chi sta cercando Ruby? Cosa ha fatto davvero Tabbi? – a capitoli più introspettivi in cui le protagoniste riflettono sulle loro scelte, sui loro errori, su chi vogliono diventare. Non è un thriller convenzionale dove l’azione domina: è piuttosto un thriller psicologico che usa la tensione come strumento per esplorare temi più profondi.
I colpi di scena sono dosati con precisione. L’apparizione di personaggi secondari – Jana, la presunta zia di Ruby; Nathan, un ragazzo del passato; Tom, il web designer che diventa il fidanzato di Tabbi-che-si-finge-Ruby; l’uomo misterioso che cerca Ruby al campeggio – aggiunge strati di mistero senza mai appesantire la narrazione principale. Ogni rivelazione sposta la percezione del lettore, costringendolo a riconsiderare quello che credeva di sapere.
La scena finale a Zurigo, durante la Street Parade, la più grande festa techno del mondo, è emblematica dello stile di Barr. Il caos festoso della folla in costume, la musica assordante, i brillantini e i colori sgargianti contrastano con l’angoscia di Tabbi che aspetta invano Ruby al punto d’incontro concordato. L’immagine della ragazza che beve due cioccolate calde zuccherate mentre la folla sfila in delirio attorno a lei cattura perfettamente la solitudine esistenziale dei personaggi.
Temi universali nell’adolescenza contemporanea
Sotto la superficie del plot thriller, “The Other Girl” esplora tematiche profondamente rilevanti per i giovani adulti contemporanei. La questione dell’identità è centrale: chi siamo quando possiamo scegliere chi essere? Le nostre azioni definiscono chi siamo in modo irrevocabile o possiamo reinventarci? Tabbi e Ruby cercano entrambe di sfuggire al peso delle loro scelte passate assumendo una nuova identità, ma scoprono che non si può semplicemente cancellare il passato cambiando nome.
Il tema della responsabilità e delle conseguenze è trattato con maturità. Nessuna delle due ragazze è semplicemente vittima delle circostanze: entrambe hanno fatto scelte sbagliate, hanno danneggiato altre persone, devono affrontare le ripercussioni delle loro azioni. Ma Barr non cade nella trappola del giudizio morale facile. Mostra invece come la redenzione sia un processo difficile, doloroso, che richiede di guardare in faccia la verità su se stessi.
La dipendenza e la salute mentale sono affrontate con sensibilità ma senza eufemismi. La riabilitazione di Tabbi, seppur non convenzionale, è rappresentata come un percorso necessario ma terrificante. I suoi blackout, la sua autodistruzione, il suo bisogno di bere per non pensare sono descritti con un realismo che evita sia la glorificazione sia la demonizzazione.
Lo stile narrativo: coinvolgente senza essere didattico
La scrittura di Emily Barr in “The Other Girl” è diretta, immediata, visceralmente onesta. Non c’è spazio per sentimentalismi o moralismi. I capitoli in prima persona permettono al lettore di entrare completamente nelle teste delle protagoniste, con tutti i loro pensieri contraddittori, le loro giustificazioni, le loro paure. Il linguaggio è quello di ragazze della loro età: colloquiale, a volte crudo, sempre autentico.
Le descrizioni dei luoghi sono evocative senza essere eccessivamente elaborate. Cannes diventa un personaggio a sé: “È un ristorante dall’aspetto splendido. È pulito e curato, caro ma non scandalosamente caro, adatto” alle famiglie benestanti che Tabbi ha sempre conosciuto ma di cui ora vede solo gli avanzi attraverso gli occhi di una cameriera. Le montagne svizzere sono “così belle che quasi non sembrano vere”, con quella qualità onirica che riflette lo stato mentale alterato delle protagoniste.
Il dialogo è serrato, realistico, spesso carico di sottotesto. Le conversazioni tra Tabbi e i suoi colleghi al ristorante, tra Ruby e le persone che incontra, rivelano caratteri e tensioni senza ricorrere a spiegazioni esplicite. Barr ha fiducia nell’intelligenza del lettore e non sente il bisogno di sottolineare ogni punto o di rendere esplicito ogni significato.
Una riflessione sul privilegio e sulla vulnerabilità
Uno degli aspetti più interessanti del romanzo è come sovverte le aspettative sul privilegio e sulla vulnerabilità. Tabbi, con tutto il suo denaro e le sue opportunità, è profondamente vulnerabile: prigioniera della sua dipendenza, perseguitata dalle sue azioni, incapace di affrontare la verità su se stessa. Ruby, apparentemente la più svantaggiata, possiede una forma di potere attraverso la sua capacità di manipolare, ingannare, sopravvivere.
Ma nessuna delle due è veramente libera. Il privilegio di Tabbi è una gabbia dorata: le ha dato accesso a tutto tranne alla capacità di affrontare le conseguenze delle sue azioni. La libertà apparente di Ruby è costruita su fondamenta di menzogne che prima o poi crolleranno. Barr mostra come entrambe le condizioni – quella del privilegio estremo e quella della precarietà assoluta – possano produrre forme diverse ma ugualmente dannose di alienazione.
Il romanzo pone domande scomode: chi merita una seconda possibilità? Possiamo veramente cambiare? Fino a che punto siamo definiti dai nostri peggiori momenti? E soprattutto: cosa succede quando cerchiamo di sfuggire a noi stessi invece di affrontare chi siamo?
Un finale che lascia spazio all’ambiguità
Senza rivelare troppo, il finale di “The Other Girl” mantiene una certa ambiguità che si rivela essere una scelta narrativa coraggiosa. Barr non offre soluzioni facili o risoluzioni completamente soddisfacenti. Le protagoniste devono confrontarsi con le conseguenze delle loro scelte, ma il loro futuro rimane aperto, incerto, reale nella sua incompletezza.
Questa scelta si allinea perfettamente con i temi del romanzo: la vita non offre conclusioni nette, la redenzione non è un punto di arrivo ma un processo continuo, e a volte le persone che incontriamo cambiano le nostre vite in modi che non possiamo prevedere né controllare completamente.
Un thriller young adult che trascende i confini del genere
“The Other Girl” è un romanzo stratificato che funziona simultaneamente su più livelli. Come thriller, mantiene il lettore in tensione con misteri ben dosati e rivelazioni sorprendenti. Come coming-of-age story, esplora con profondità il processo doloroso di scoprire chi si è quando si smette di fingere. Come riflessione sociale, interroga il significato di privilegio, responsabilità e possibilità di cambiamento.
Emily Barr dimostra di possedere una comprensione profonda della psicologia adolescenziale senza mai scivolare nella condiscendenza o nel didascalismo. Le sue protagoniste sono complesse, contraddittorie, capaci di scelte terribili ma anche di momenti di sorprendente lucidità e coraggio. Sono, in altre parole, profondamente umane.
Il romanzo si distingue nel panorama del young adult contemporaneo per la sua onestà brutale nel rappresentare la dipendenza, il privilegio, la manipolazione e la ricerca di identità. Non cerca di addolcire la realtà o di offrire messaggi edificanti preconfezionati. Si fida invece dell’intelligenza emotiva dei suoi lettori, offrendo una storia che li sfida a confrontarsi con domande difficili su chi sono e chi vogliono diventare.
Per chi cerca un thriller young adult che vada oltre la superficie, che offra personaggi memorabili e una riflessione autentica sulle sfide dell’adolescenza contemporanea, “The Other Girl” rappresenta una lettura imprescindibile. Emily Barr conferma il suo talento nel creare storie che intrattengono senza sacrificare la profondità, che coinvolgono emotivamente senza manipolare, che sfidano senza alienare.
In un’epoca in cui l’identità è sempre più fluida e performativa, in cui i social media permettono di costruire versioni idealizzate di noi stessi, la domanda che Barr pone – chi siamo davvero quando nessuno ci guarda? – risuona con particolare urgenza. “The Other Girl” è un romanzo sul coraggio di guardarsi allo specchio e accettare quello che si vede, anche quando fa male. Ed è questo, forse, il suo messaggio più potente.

The Other Girl
di Emily Barr
Giunti, 2026 (400 pag)






























