C’è un’immagine che racconta tutto di Alice Cooper meglio di qualsiasi biografia autorizzata. Siamo a metà degli anni Settanta, in una stanza d’albergo anonima come mille altre disseminate lungo il percorso infinito di un tour americano. Il rock’n’roll, in quegli anni, non era soltanto musica: era un codice di comportamento, una filosofia del disordine elevata a stile di vita. E nessuno incarnava quella filosofia con più coerenza — e più irresistibile autoironia — di Vincent Damon Furnier, il figlio di un predicatore di Detroit che aveva deciso di chiamarsi Alice Cooper e di fare della propria vita uno spettacolo permanente.
Il personaggio come scudo: l’uomo dietro la maschera cadaverica
Prima di capire cosa sia davvero Alice Cooper, bisogna comprendere una distinzione fondamentale che lo stesso artista ha sempre tenuto a ribadire: Alice Cooper è un personaggio, non una persona. Vincent Furnier lo ha creato a tavolino, con la stessa cura artigianale con cui un regista costruisce il villain di un film horror. Il trucco cadaverico — il celebre corpse paint con gli occhi cerchiati di nero — non era una scelta estetica casuale, ma un’armatura. Dentro quella maschera poteva esistere chiunque: il mostro, il burlone, il filosofo del caos.
Questa scissione identitaria aveva radici precise. Cooper stesso ha raccontato di essersi ispirato, per il look, a figure cinematografiche come Bette Davis nel film Che fine ha fatto Baby Jane?, quel ritratto di femminilità decomposta e grottesca che aveva turbato l’America puritana degli anni Sessanta. Il risultato era un personaggio che sfidava ogni categoria: troppo teatrale per il rock tradizionale, troppo rock per il teatro, troppo intelligente per essere liquidato come semplice provocazione.
Dal garage di Detroit al palco con le ghigliottine: la nascita dello shock rock
La storia comincia a Phoenix, Arizona, dove la famiglia Furnier si era trasferita da Detroit quando Vincent era ancora adolescente. Nel 1964, in un talent show scolastico, un gruppo di ragazzini che non sapevano né suonare né cantare salì su un palco imitando i Beatles e vinse. Era un presagio. Quegli stessi ragazzi, qualche anno dopo e sotto la guida artistica del grande Frank Zappa — che li aveva notati e creduto in loro producendo il loro primo album per la sua etichetta Straight Records nel 1969 — sarebbero diventati la Alice Cooper band, uno degli ensemble più dirompenti della storia del rock.
Il salto di qualità arrivò con Love It to Death nel 1971, prodotto da Bob Ezrin, e con la hit I’m Eighteen, inno generazionale di una gioventù americana che si sentiva sospesa tra l’infanzia e la guerra del Vietnam. Ma fu School’s Out nel 1972 a consacrare il gruppo su scala planetaria: tre accordi elementari, un’energia devastante e un testo che catturava l’anarchia collettiva dell’estate come nessuno aveva mai fatto prima. Le ghigliottine, i serpenti boa vivi attorcigliati al collo, le bambole horror impalate sul palco non erano semplici trovate sceniche: erano parte di un teatro dell’orrore rock che Cooper stava inventando dal nulla, e che avrebbe ispirato generazioni di artisti, dai Kiss a Marilyn Manson, da David Bowie nelle sue incarnazioni più dark fino alle estetiche del metal estremo.
L’alcolismo come parte del personaggio: il confine sfumato tra scena e vita reale
Il paradosso di Alice Cooper è che, mentre costruiva uno dei personaggi più controllati e teatrali del rock, la sua vita reale scivolava verso un’anarchia tutt’altro che recitata. L’alcol non era una scelta artistica ma una dipendenza vera, che raggiunse il suo apice nella seconda metà degli anni Settanta, dopo il capolavoro solista Welcome to My Nightmare del 1975 — considerato il vertice assoluto della sua carriera — e il successivo Alice Cooper Goes to Hell del 1976.
Cooper era diventato un membro attivo degli Hollywood Vampires, il leggendario club di rockstar dissolute che si ritrovavano al Rainbow Bar & Grill di Los Angeles e che contava tra i suoi soci Harry Nilsson, Ringo Starr e Keith Moon. Bere era una gara, una liturgia, quasi un obbligo professionale. «Usavo l’alcol come una medicina per affrontare gli impegni della vita da rockstar», avrebbe confessato Cooper decenni dopo, «ma facendo così lentamente scivoli nell’alcolismo e non te ne accorgi fino a quando è troppo tardi».
Il confine tra il personaggio chaos e l’uomo reale si era fatto pericolosamente sottile. E fu proprio da quella zona di confine che nacquero le storie più assurde e memorabili della sua mitologia — episodi che potevano accadere solo a qualcuno che aveva perso il senso esatto di dove finisse la recita e dove cominciasse la realtà. Come quella notte in una stanza d’albergo, guardia del corpo fuori dalla porta, televisore acceso a volume assordante. Cooper, in quello stato alterato e con il suo istinto irrefrenabile per la burla, aveva deciso di inscenare per il suo bodyguard un numero da folle scatenato — fingersi improvvisamente impazzito, aggredire il televisore come fosse una presenza umana, urlare, accasciarsi sullo schermo con la teatralità del grande attore che era. Sentì aprirsi la porta, pregustò la reazione, si girò trionfante. Davanti a lui non c’era la sua guardia del corpo. C’erano la donna delle pulizie e un addetto alla sicurezza dell’hotel, entrambi immobili sulla soglia, a fissare quella scena incomprensibile. La guardia del corpo era sparita chissà dove. Il pubblico sbagliato al momento sbagliato: una metafora perfetta, involontaria e crudele, di cos’era diventata la sua vita in quegli anni.
Quella risposta secca alla rivista musicale britannica che aveva pubblicato il suo finto necrologio — “Tranquilli, sono vivo. E ubriaco come sempre” — appartiene allo stesso registro: l’autoironia come unico strumento di sopravvivenza quando la distanza tra il personaggio e l’uomo si è ridotta a zero.
La redenzione e il golf: dal demonio al cristiano rinato
Nel 1978 arrivò la svolta, anche artistica: ricoverato per disintossicazione, Cooper ne uscì con un disco straordinario, From the Inside, scritto con Bernie Taupin, il paroliere storico di Elton John. L’album raccontava dall’interno l’esperienza della clinica psichiatrica con una lucidità che smentiva tutti i luoghi comuni sull’artista autodistruttivo.
Da allora, la storia di Cooper è diventata quella di una sobrietà conquistata e difesa con determinazione. Sobrio da oltre quarant’anni, ha trovato nella fede cristiana e, curiosamente, nel golf la sua ancora di salvezza. «Ho sostituito una dipendenza negativa con una positiva», ha dichiarato con quella vena di ironia che non lo ha mai abbandonato. Il golf, praticato ossessivamente in ogni città del tour mondiale, è diventato il suo contraltare perfetto all’eccesso: disciplina, silenzio, concentrazione — tutto ciò che il rock’n’roll non è.
L’eredità di un mostro gentile: cinquant’anni di shock rock
Nella Rock and Roll Hall of Fame, dove Cooper è stato introdotto nel 2011 insieme ai membri originali della sua band, si è consumata una scena che lui stesso ha definito tra le più emozionanti della sua vita: Paul McCartney, Jeff Beck e Mick Jagger che applaudivano il ragazzo di Detroit che aveva iniziato imitando i Beatles in un talent show di provincia. Più di 50 milioni di dischi venduti, 22 album in studio, una carriera che attraversa sei decenni senza cedere alla nostalgia del passato.
L’eredità di Alice Cooper non si misura soltanto nelle vendite o nei premi. Si misura nella libertà che ha concesso a tutti coloro che sarebbero venuti dopo: la libertà di essere grotteschi, teatrali, autoironici, di giocare con la propria immagine senza prendersi troppo sul serio. Il rock come performance totale, come fusione di musica, cinema, horror e commedia dell’assurdo — è questo il lascito del padrino dello shock rock. Un mostro gentile che, ancora oggi a 77 anni, sale sul palco con il serpente boa e la ghigliottina, conduce uno show radiofonico cinque volte a settimana e sorride, perché sa che il personaggio ha vinto, e che in fondo Vincent Furnier era sempre stato, segretamente, il più sano di tutti.

Appassionata di musica, racconto storie, emozioni e tendenze che vibrano nel mondo sonoro di oggi. Attraverso interviste, recensioni e approfondimenti, esploro generi diversi, dal mainstream alle scene indipendenti, con uno sguardo attento ai talenti emergenti e alle icone della musica internazionale. Amo immergermi nelle note e nei testi per offrirne una lettura originale e coinvolgente, capace di raccontare non solo i brani, ma anche le storie dietro gli artisti e le influenze che plasmano le loro opere. Con uno stile fresco e appassionato, cerco di trasmettere al pubblico l’energia e la magia della musica, strumento di cultura, emozione e condivisione universale.































