C’è un momento nel romanzo di Mattia Insolia in cui il protagonista, Teo, attraversa in macchina la città di provincia in cui è cresciuto dopo quasi dieci anni di assenza. Le serrande calate, le insegne rotte, i negozi vuoti: Foro — città del sud Italia dal nome di invenzione — appare come un organismo che ha smesso di lottare. E in questo paesaggio esausto, Teo porta con sé una valigia invisibile: tutto quello che è successo, quello che ha fatto, quello che gli è stato fatto. Tutto quello che non è mai riuscito a dire.

La vita giovane (Mondadori, 2026) è il terzo romanzo di Mattia Insolia, scrittore siciliano nato nel 1991, già autore di Cani da riporto (2019) e Gli affamati non aspettano (2021). Con questo libro — il più ambizioso della sua carriera — Insolia compie un salto di scala notevole: abbandona il territorio della novella asciutta e affilata per costruire un romanzo-mondo, come lui stesso lo definisce in quarta di copertina, con una pluralità di voci e destini che si intrecciano e si specchiano l’uno nell’altro lungo un arco temporale di quasi vent’anni.

Il risultato è un romanzo che non si dimentica facilmente. Non perché sia gradevole — in molti punti non lo è —, ma perché ha il coraggio, raro, di guardare dritto in faccia le cose che preferiamo non vedere.

La struttura: tre giorni che contengono una vita intera

La trama si svolge su un perimetro di tre giorni: dal giovedì alla domenica in cui si celebra il matrimonio di Giorgio e Matilde, due dei sei componenti del gruppo di amici del liceo a cui appartiene Teo. Insolia usa questa cornice temporale con la precisione di un orologiaio: il romanzo avanza verso il presente del matrimonio, ma continuamente si sospende, torna indietro, recupera episodi dell’adolescenza, ricostruisce infanzie, risale al passato dei genitori e persino dei nonni, per poi tornare al presente con un materiale emotivo molto più denso di quello da cui era partito.

Questa struttura ad analepsi successive — un movimento che ricorda quello di chi apre un cassetto e trova dentro un altro cassetto, e poi ancora un altro — non è ornamentale. È la struttura stessa del libro il suo tema principale: il passato non è qualcosa che sta dietro di noi, ma qualcosa che ci abita ancora, che ci costituisce, che ci torna addosso quando meno ce lo aspettiamo. E Insolia lo sa, e ce lo fa sentire nella carne del testo.

La narrazione è affidata a Teo in prima persona, con una voce che alterna distanza ironica e improvvise, devastanti aperture emotiva. Il tono è conversazionale, a tratti caloroso, spesso sarcastico, ma quando arriva la verità — e arriva sempre, nel libro di Insolia — arriva come uno schiaffo in piena faccia.

Sei ragazzi feriti: i personaggi come costellazione di dolori

Al centro del romanzo ci sono sei ragazzi — Teo, Giorgio, Matilde, Sofia, Tommaso, Marta — che il liceo ha riunito e l’ultimo anno ha definitivamente spezzato. Non si tratta di personaggi costruiti per piacere al lettore: ognuno di loro porta dentro una crepa originaria, qualcosa che è accaduto prima che potessero scegliere, e che ha determinato in modo inesorabile la persona che sarebbero diventati.

Teo, il narratore, ha vissuto da bambino un trauma grave per mano di un parente che doveva proteggerlo — un trauma che Insolia rivela con lentezza, con la tattica dello scrittore che sa come caricare emotivamente una scena prima di farla esplodere. Questo passato lo ha reso, da adulto, un uomo capace di grande sensibilità verso gli altri e di grande incapacità verso sé stesso: vive a Milano, fa il copywriter per multinazionali che odia, frequenta app d’incontri come se il corpo potesse supplire all’assenza di legami veri, e considera di adottare un gatto — si chiamerebbe Ugo — perché qualcosa lo tiene lontano dai balconi.

Sofia è la figura femminile più riuscita del romanzo, una delle più belle dell’intera narrativa italiana recente. Cresciuta in una famiglia in cui il padre alcolizzato picchiava la moglie e i fratelli maggiori torturavano lei, ha trasformato la sua vulnerabilità in un’armatura fatta di intelligenza, ironia e determinazione feroce. Insolia la segue da Foro a Roma, dove studia giurisprudenza e si innamora della politica e di Katrina, fino alla disillusione e alla resa: adesso divide coppie di quarantenni rifatti di botox, e dice di farlo col sorriso. Ma il sorriso di Sofia, nel romanzo, è sempre anche un modo di non piangere.

Giorgio e Matilde costituiscono l’altra polarità del racconto: erano i più belli, i più sicuri di sé, quelli che avevano già deciso cosa volevano dalla vita. E invece eccoli: lui alla guida di un SUV enorme, tre figli, una ditta edile ereditata dal padre, manifesti di destra condivisi su Facebook, operai trattati come bestie. Lei con un sogno da interior designer che si riduce al salottino di una cugina, la domestica, la babysitter, e la sensazione sorda di essere arrivata esattamente dove voleva e di non capire perché non basta.

Tommaso è forse il personaggio più commovente: cresciuto senza genitori, medicato per anni con psicofarmaci che non avrebbe dovuto prendere in quelle dosi, ha trascorso l’adolescenza e la prima giovinezza a cercare nelle droghe la versione di sé stesso che i farmaci gli avevano sottratto. Insolia descrive la sua storia con una precisione quasi clinica e insieme con una tenerezza che non è mai pietismo.

Marta, la più riservata e misteriosa del gruppo, porta con sé il segreto che innesca la catastrofe finale: il suo legame con Giorgio, celato al gruppo per anni, e le conseguenze che questo segreto ha sulla notte di maggio che divide il romanzo in un prima e un dopo.

La provincia come prigione e specchio

Uno degli aspetti più convincenti di La vita giovane è la rappresentazione della provincia meridionale come luogo fisico e metafora esistenziale al tempo stesso. Insolia non cede alla tentazione del folklore né alla nostalgia: Foro è una città che muore lentamente, tra serrande abbassate e giovani che fuggono al nord, tra una classe media che si è accomodata nel suo piccolo benessere e una classe operaia che non riesce più a permettersi di sognare. Ma è anche il luogo in cui i corpi ricordano meglio della memoria: tornare a Foro per Teo significa tornare a essere il ragazzino che era, con tutto il peso che questo comporta.

Insolia usa la provincia non come scenario pittoresco ma come spazio morale: è il luogo dove i conti non si pagano mai davvero, dove le cose si seppelliscono sotto strati di silenzio e di normalità apparente, dove un padre abusivo viene considerato “uno dei pilastri della parrocchia” e dove un cugino che ha compiuto atti abominevoli su un bambino riceve da adulto solo una rapida menzione nei resoconti ufficiali. È una critica civile affidata non ai dialoghi o ai commenti del narratore, ma alla struttura stessa della storia.

Il trauma come fondamento dell’identità

Il tema centrale del romanzo — il trauma — viene trattato da Insolia con una consapevolezza psicologica che si sente, pagina dopo pagina. Non si tratta di un’operazione di esposizione: il trauma non è messo in mostra, non è usato per impietosire il lettore. È invece il materiale di costruzione dei personaggi: ciò che li spiega, ma non li esime dalle responsabilità, e ciò che li vincola, ma non li condanna.

L’abuso subito da Teo da bambino, la violenza domestica nella famiglia di Sofia, la precoce medicalizzazione di Tommaso, la madre alcolizzata di Matilde, il padre che alleva i figli come bestie da combattimento: ogni personaggio porta in sé una ferita inflitta prima che potesse scegliere, e il romanzo chiede — senza rispondersi — fino a che punto quella ferita determini le scelte future, e dove finisce l’inevitabile e inizia la responsabilità.

La risposta che Insolia non dà esplicitamente ma suggerisce attraverso la struttura narrativa è questa: non c’è separazione netta. Siamo fatti di quello che ci è successo e di quello che abbiamo scelto, di quello che non ci è mai capitato e di quello che non abbiamo avuto il coraggio di fare. Sofia lo dice a Teo nell’ultima notte, seduta sulla spiaggia a bere un amaro che sa di vecchio: «Siamo fatti sia di quello che ci è successo sia di quello che non ci è mai successo. Sia di quello che abbiamo fatto sia di quello che non abbiamo mai fatto.»

L’amore inespresso come tragedia silenziosa

Il filo più lungo del romanzo è quello amoroso tra Teo e Sofia, e Insolia lo tesse con la delicatezza di chi sa che l’amore non ricambiato è una storia banale, mentre l’amore inespresso è una tragedia vera. Teo ama Sofia da quando aveva sedici anni, lo sa, lei lo sa, lo sanno tutti, eppure per dieci anni non è mai riuscito a dirlo ad alta voce — o almeno a dirlo in un momento in cui entrambi fossero capaci di ascoltare.

L’incapacità di Teo di manifestare i propri sentimenti non è trattata come debolezza o difetto: è la conseguenza diretta di quello che ha subito, del modo in cui il trauma precoce ha alterato la sua capacità di abitare il presente senza il filtro della paura. Il planetario giocattolo — che Teo tiene acceso la notte per addormentarsi, e che Sofia lo convince a spegnere chiamandolo ogni sera al telefono finché non scivola nel sonno — è l’immagine più bella del romanzo: un bambino ferito che ha bisogno di un cielo artificiale per non avere paura del buio, e di una persona che gli stia vicina, anche a distanza, per imparare a fidarsi del mondo reale.

Lo stile: voce diretta, ritmo cinematografico

Insolia scrive con una voce che è immediatamente riconoscibile e difficile da imitare. Il suo italiano è contemporaneo senza essere gergale, capace di alternare un’esattezza quasi saggistica nelle descrizioni psicologiche e un ritmo rapido, spezzato, quasi cinematografico nei dialoghi e nelle scene d’azione. La lingua di Teo è quella di un uomo che pensa troppo e sente ancora di più: ironica quando fa male ammettere qualcosa, precisa quando si tratta di descrivere gli altri, goffa e vulnerabile quando si tratta di descrivere sé stesso.

I dialoghi sono tra i più riusciti della narrativa italiana degli ultimi anni: realistici senza essere trascrizioni, stilizzati senza essere artificiali. La conversazione tra Teo e Sofia sul davanzale della finestra, quella in cui lei lo fa ridere di sua madre con una sequenza di battute sempre più oscene, è una scena perfetta — uno di quei momenti in cui la letteratura riesce a essere insieme buffa e devastante, in cui si ride e poi ci si accorge che si sta per piangere.

Il romanzo cita, come epigrafi alle sue quattro parti, Hanya Yanagihara (Una vita come tante), Donna Tartt (Il cardellino), William Blake e Rebecca Makkai (I grandi sognatori). Non sono citazioni decorative: Insolia sta dichiarando le sue parentele letterarie — quella tradizione del romanzo americano contemporaneo che sa raccontare il dolore privato senza trasformarlo in melodramma, che crede nella necessità della brutalità narrativa come atto di rispetto verso i lettori.

Una generazione raccontata dall’interno

C’è infine una dimensione generazionale in La vita giovane che merita di essere nominata esplicitamente. Insolia ha trentaquattro anni: appartiene alla stessa generazione dei suoi personaggi, quella dei nati tra la fine degli anni Ottanta e l’inizio dei Novanta, cresciuta tra la caduta del muro e la crisi del 2008, tra l’11 settembre e la pandemia, tra la promessa di un futuro luminoso e la constatazione che quel futuro non è mai arrivato nel modo che si immaginava.

Giorgio che da brillante studente diventa un imprenditore che tratta male i dipendenti e va alle manifestazioni contro i migranti. Sofia che da attivista appassionata diventa una divorzista cinica. Teo che da ragazzo pieno di libri diventa un copywriter che odia il proprio lavoro e sopravvive in un monolocale di Milano. Insolia non giudica i suoi personaggi: li capisce, che è più difficile e più utile. E nel comprenderli mostra come le sconfitte private si intreccino con le sconfitte collettive, come le ferite individuali si incuneino nei fallimenti di un’epoca.

«Il futuro ci era stato promesso, ci avevano detto che sarebbe stato stupendo»: questa frase, affidata alla quarta di copertina come una promessa tradita, risuona lungo tutto il romanzo come una campana a morte — o forse, nell’ultima pagina, come un inizio.

Un romanzo necessario, non sempre comodo

La vita giovane non è un libro facile. Ha i difetti dei romanzi ambiziosi: qualche personaggio secondario che rimane in superficie, qualche scena che potrebbe essere tagliata senza danno, una lunghezza che a tratti si fa sentire. Ma ha anche le virtù dei romanzi necessari: coraggio, onestà, e una capacità di emozionare che non è mai ricattoria.

Mattia Insolia ha scritto un romanzo sul dolore che non cerca di consolarlo, sull’amore che non cerca di edulcorarlo, sul passato che non cerca di chiuderlo. Ha scritto un romanzo su come si diventa adulti in una provincia che muore, in un paese che non mantiene le promesse, in una generazione che ha imparato a essere stanca prima del tempo.

E l’ha scritto con una voce che è, essa stessa, vita giovane: impetuosa, irregolare, capace di sbagliare e di farne qualcosa di bello.

Mattia Insolia La vita giovane romanzo 2026 recensione, La vita giovane di Mattia Insolia: un romanzo che scava dove fa male

La vita giovane
di Mattia Insolia
Mondadori, 2026 (384 pag.)