Il fischio d’inizio è solo un pretesto. Lo stadio, la curva, i cori, i goal dell’ultimo minuto: tutto questo esiste, certo, ma serve a qualcos’altro. Season. La nuova stagione di George Harrison — esordio narrativo pubblicato nel 2025 da Eye Books nella collana Lightning e tradotto in italiano da Enrico Terrinoni per Edizioni di Atlantide — è un romanzo che usa il calcio come linguaggio per dire cose che il calcio, da solo, non potrebbe mai dire. E lo fa con una grazia quieta, una precisione emotiva e una generosità verso i propri personaggi che lasciano il segno molto oltre il fischio finale.

Un romanzo costruito su due solitudini che si sfiorano

La struttura del libro è semplice e al tempo stesso elegantissima. Due uomini, mai chiamati per nome — soltanto il Vecchio e il Giovane — si ritrovano stagione dopo stagione seduti fianco a fianco in un piccolo stadio di una città inglese di provincia. Il posto accanto al Vecchio era della moglie; ora appartiene al Giovane. Questo scambio silenzioso di seggiolini è già, di per sé, una piccola allegoria: la vita continua, qualcuno lascia uno spazio, qualcun altro lo occupa, e tra i due si instaura qualcosa di difficile da nominare — non amicizia, non parentela, ma una forma di riconoscimento reciproco che cresce partita dopo partita, sconfitta dopo sconfitta, bicchiere di birra dopo bicchiere di birra.

Harrison costruisce il suo romanzo per capitoli brevi, ognuno intitolato con un termine calcistico o un sintagma evocativo — Abbonamento annuale, Trasferta, Fuorigioco, Corsia d’emergenza — che funzionano come i quarti d’ora di una partita, autonomi e tuttavia inscindibili dalla partita stessa. La stagione sportiva diventa, nelle sue mani, la struttura portante di un anno nella vita di due uomini che stanno affrontando, ciascuno a modo proprio, il peso dell’esistenza.

Il Vecchio: una vita scandita dai campanili e dai calci d’angolo

Il Vecchio è un uomo che ha venduto la casa in cui ha vissuto per quasi tutta la vita per trasferirsi in un appartamento più pratico, vicino alla stazione, convinto che fosse una liberazione. Non lo è stato. La moglie — mai nominata, sempre presente come un’ombra luminosa — si deteriora lentamente, e lui la guarda deteriorarsi con quella combinazione di impotenza e tenerezza che soltanto chi ha amato per decenni conosce davvero. Si chiede se dovrà accudirla lui fino alla fine, o se sarà il contrario. Si chiede se un figlio — che non hanno avuto — avrebbe cambiato qualcosa. Si chiede cose che non ha risposta.

Lo stadio, per lui, è l’unico luogo rimasto in cui il tempo non pesa allo stesso modo. Non perché lo faccia dimenticare: anzi, è proprio lì che i ricordi tornano con più forza, le trasferte in pullman da giovane, le serate in Germania quando la squadra vinse l’unico trofeo importante della sua storia, il capitano — il Grande Finn — che segnava il goal della salvezza con la moglie accanto. Ma lì quei ricordi hanno un contenitore, un rituale che li tiene in forma. Il Vecchio ha imparato ad abitare il tempo attraverso il calcio, e questa è la sua forma di saggezza silenziosa.

Harrison lo ritrae con tratti minimi ma infallibili: le mani con i puntini blu di tatuaggi mai finiti — tre volte aveva provato, tre volte aveva mollato alla prima puntura — le vene che si sollevano sul dorso come connessioni neurali, l’abitudine di svegliarsi all’alba e andare sul balcone a guardare il cantiere di fronte come se fosse una forma di meditazione laica. Sono dettagli che costruiscono un personaggio con la stessa cura con cui si costruisce una cattedrale: mattone su mattone, senza fretta.

Il Giovane: l’ansia del presente e la ricerca di un ancoraggio

Il Giovane è, in tutti i sensi, il contrario del Vecchio. Ha davanti a sé la vita, ma non sa ancora cosa farsene. Lavora in un ufficio che già odisce. Abita un appartamento in affitto al primo piano, vicino al fiume, con i salici che sfiorano l’acqua. Sta tentando una relazione con una ragazza conosciuta su un’app — una ragazza che gli ha mostrato le cicatrici sul braccio, segni di un dolore adolescenziale che non è ancora del tutto cicatrizzato — e non sa se quella relazione abbia un futuro o se sia già, nel momento in cui la vive, destinata a finire.

Harrison ci fa entrare nei pensieri del Giovane con una tecnica che ricorda certi lunghi piani sequenza del cinema contemporaneo: la macchina da presa non stacca mai, segue il personaggio nel bar durante l’intervallo, sul pullman della trasferta, sul finestrino del treno verso la capitale, sul marciapiede davanti al castello normanno della sua città. Il Giovane pensa quasi sempre a due cose contemporaneamente: la partita e lei, la classifica e i messaggi che non arrivano, i goal mancati e le parole che non riesce a dire.

Quello che Harrison riesce a fare — ed è qui che il libro diventa davvero letteratura — è mostrare come il calcio risolva temporaneamente il problema dell’esistenza senza risolverlo affatto. I novanta minuti bastano a tacitare le voci. Ma poi il fischio finale arriva, e le voci riprendono. Il Giovane lo sa, ma continua ad andare allo stadio. Come tutti.

Il calcio come liturgia laica e come protesta contro l’atomizzazione

Uno dei momenti più esplicitamente teorici del romanzo — e uno dei più belli — arriva quasi alla fine, quando il Giovane siede allo stadio e pensa a cosa significhi davvero essere un tifoso. Harrison scrive che il calcio è una protesta contro l’atomizzazione della società, un debole strumento per contrattaccare, ma che funziona, e spesso bene, per novanta minuti alla volta. Puoi dimenticarti un sacco di roba in novanta minuti. E puoi scoprire tanto di te.

Questa frase potrebbe sembrare una sentenza da poster, ma nel contesto del romanzo non lo è affatto, perché Harrison l’ha guadagnata pagina dopo pagina, mostrandoci esattamente come funziona questo meccanismo. Quando l’Argentino — il talento sudamericano dal piede sinistro prodigioso e il temperamento da roulette russa — segna il goal della vittoria con una punizione che curva nel tempo e nello spazio, il Giovane e il Vecchio si guardano e festeggiano insieme. Non si conoscono. Non si conoscerebbero mai, fuori da quello stadio. Ma in quel momento condividono qualcosa di autentico, qualcosa che non si può comprare e non si può simulare.

Il romanzo è pieno di queste epifanie minime: il gabbiano che sorvola il campo e proietta la sua ombra sull’erba come un burattino; l’Olandese — il portiere — che lancia i guanti tra i tifosi dopo la salvezza e si batte il petto dove c’è lo stemma; l’Irlandese che alza una mano verso gli spalti dopo una partita deludente, chiedendo silenziosamente scusa. Harrison non enfatizza mai questi momenti. Li lascia lì, nudi, e il lettore ci cade dentro da solo.

La lingua di Harrison: precisione lirica e fedeltà all’ordinario

Season è un romanzo scritto in una prosa che ha la qualità rara di essere allo stesso tempo precisa e aperta. Harrison non abbellisce l’ordinario, non lo trasforma in metafora a forza. Lo osserva con attenzione, lo descrive con fedeltà, e lascia che sia l’ordinario stesso a diventare metafora. Il cantiere di fronte all’appartamento del Vecchio — che dondola la gru al vento mentre lui guarda dal balcone — non viene mai dichiarato come simbolo di nulla. Eppure lo è: di un futuro che si costruisce lentamente, di lavori sempre in ritardo, di case che un giorno ospiteranno vite che il Vecchio non vedrà.

La traduzione di Enrico Terrinoni — che ha già portato in Italia opere complesse come quelle di James Joyce — è impeccabile. Terrinoni conserva il ritmo irregolare, quasi respiratorio, della prosa originale, e rende con naturalezza il registro basso e preciso del testo, senza mai cadere nel vernacolare forzato né nell’italiano letterario che suonerebbe falso sulla bocca dei personaggi.

I comprimari: una squadra di personaggi secondari magistralmente tratteggiati

Il romanzo è attraversato da una serie di figure minori che contribuiscono a costruire il senso del libro con la stessa efficacia dei protagonisti. Il Grande Finn, il capitano in bilico tra gli infortuni e i miracoli dell’ultimo minuto. L’Argentino, con il suo talento borderline e i cartellini rossi. Il Norvegese in prestito, che non si adatterà mai e lo sa dall’inizio. L’Olandese, la figura paterna dello spogliatoio. L’Inglese, il giovane terzino impulsivo che si fa espellere nel momento peggiore.

Harrison usa questi personaggi — mai indagati davvero nel loro intimo, sempre visti dalla prospettiva esterna dei tifosi — per costruire un discorso sul rapporto tra aspettativa e realtà, tra il mito che i tifosi proiettano sui calciatori e l’umanità difettosa che i calciatori portano in campo. Il Giovane si chiede cosa stia dicendo l’Olandese all’Irlandese dopo la partita. Non lo saprà mai. Ma quella domanda aperta è già tutta la distanza tra l’idolo e la persona.

Il tempo, la stagione, l’estate lunga che viene

Il romanzo si conclude con l’ultima partita della stagione, quando la squadra è ormai salva e il Giovane può permettersi di guardare il campo con una leggerezza nuova. L’Irlandese segna, uno sconosciuto gli cinge le spalle, e il Giovane si abbandona a quel momento collettivo con una generosità che durante tutto il campionato gli è stata difficile. Harrison chiude il libro con una riflessione sulla lunga estate che sta per arrivare, con tutta la sua capacità di mettere a nudo le solitudini e le mancanze. Ma c’è qualcosa di cambiato nel Giovane, qualcosa di impercettibile ma reale.

E il Vecchio? Nella penultima partita — quella della salvezza matematica — si erano stretti in un momento di gioia incontenibile. Il Vecchio aveva afferrato il braccio del Giovane con una forza che nascondeva qualcosa di disperato. Poi gli aveva proposto di andare a bere una birra, a casa sua, per festeggiare a modo. Il Giovane aveva accettato sapendo che non sarebbe mai andato. Ma Harrison non condanna questa piccola bugia gentile. La capisce. È così che funziona, tra estranei che si vogliono bene senza sapersi dire come.

Un romanzo inglese sulla cura e sulla perdita travestito da storia di calcio

Season arriva in Italia in un momento in cui la narrativa sportiva — quella vera, quella che usa lo sport come pretesto per dire qualcosa di più ampio — è ancora un territorio poco esplorato. Harrison si inserisce in una tradizione che va da Nick Hornby a David Peace, ma la percorre con un passo diverso, meno autobiografico e più corale, meno romantico e più clinico nel senso migliore del termine: clinico come chi osserva con attenzione e non si lascia ingannare dalle apparenze.

Il romanzo parla di cura: il Vecchio si prende cura della moglie, anche quando lei non lo chiede. Il Giovane si prende cura della ragazza, anche quando non sa come farlo. L’Olandese si prende cura dell’Irlandese. E tutti loro, in modi che non saprebbero spiegare, si prendono cura della squadra — un’entità astratta, collettiva, che non lo sa e non lo saprà mai, ma che esiste soltanto grazie a quella cura silenziosa e testarda.

Questo è, alla fine, il romanzo di George Harrison: una storia sull’essere umani in un mondo che tende all’atomizzazione, raccontata attraverso il rito laico del calcio. Una storia in cui anche il pareggio, a volte, ha il sapore di una vittoria. Una storia in cui non sapere il nome di qualcuno non impedisce di riconoscerlo.

Season. La nuova stagione
George Harrison
Blu Atlantide, 2025 (256 pag.)