Esiste un momento preciso in cui il rock’n’roll smette di essere musica e diventa leggenda. Non accade sui palchi, sotto i riflettori, mentre migliaia di persone urlano il tuo nome. Accade nei corridoi degli hotel, nei bungalow di ville hollywoodiane, nelle ore piccole quando la notte ha già divorato ogni buon senso e restano solo quattro musicisti britannici, troppo famosi e troppo ubriachi per ricordare da dove vengono. I Black Sabbath quel momento lo vissero infinite volte, trasformando ogni tour americano in un’odissea degna di un romanzo di Hunter S. Thompson.
Gli anni Settanta e il battesimo americano del rock duro britannico
Quando i Black Sabbath sbarcarono negli Stati Uniti nei primi anni Settanta, l’America non era ancora pronta per loro — o forse lo era fin troppo. Ozzy Osbourne, Tony Iommi, Geezer Butler e Bill Ward avevano tirato fuori dalle fonderie e dalle nebbie di Birmingham un suono che sembrava estratto direttamente dalle viscere della terra, denso, lento, minaccioso. Un sound che sarebbe diventato il modello genetico di tutto il metal a venire.
I tour americani di quegli anni erano maratone senza rete di sicurezza. Le case discografiche pagavano, i manager guardavano dall’altra parte e le ville hollywoodiane — spesso residenze con storie già leggendarie alle spalle — diventavano quartieri generali di un’anarchia creativa e autodistruttiva insieme. Sharon Arden, figlia del manager Don Arden e futura moglie di Ozzy, era già allora una presenza insieme affettuosa e spietata nell’orbita della band, l’unica capace di tenere a bada un uomo che sembrava aver dichiarato guerra aperta alla propria sopravvivenza.
Ozzy Osbourne e Sharon: un rapporto di potere lungo una vita
Ridurre il rapporto tra Ozzy e Sharon a una semplice storia d’amore sarebbe come descrivere i Black Sabbath come un gruppo pop. Sharon era — ed è — una forza della natura. Figlia di un uomo che aveva fatto del controllo la sua filosofia di vita, imparò presto che gestire artisti autodistruttivi richiedeva una miscela precisa di devozione assoluta e durezza senza compromessi. Ozzy, dal canto suo, aveva una capacità pressoché illimitata di trovare guai e una altrettanto sorprendente capacità di sopravvivere ad essi.
Le storie di quegli anni — filtrate da decenni di interviste, biografie e memorie degli stessi protagonisti — restituiscono un ritratto di eccessi che oggi sembrerebbero impossibili, ma che allora erano semplicemente il prezzo di un certo modo di fare rock. L’autodistruzione come stile di vita non era un’eccezione nel mondo del metal anni Settanta: era quasi un prerequisito, una prova di autenticità da esibire insieme alle chitarre distorte e ai testi apocalittici.
Il lato oscuro del tour: droghe, follia e convivenza forzata
Vivere in una villa con l’intera band per settimane significava condividere non solo gli spazi ma anche i vizi, le paranoie, le notti insonni e i giorni persi. I tour estenuanti degli anni Settanta non prevedevano pause di riflessione: un concerto dopo l’altro, una città dopo l’altra, con la chimica che riempiva i vuoti lasciati dalla stanchezza e dall’isolamento.
Tony Iommi, nonostante la celebre mutilazione alle dita della mano destra — che lo costrinse a reimmaginare completamente la sua tecnica chitarristica e che paradossalmente contribuì a forgiare quel suono unico, accordato più in basso per alleggerire la tensione sulle dita protesiche — era un presenza solida e silenziosa in mezzo al caos generale. Il caos era il denominatore comune, ma ognuno lo abitava a modo suo.
L’eredità degli eccessi: come il rock duro costruì la propria mitologia
C’è una linea diretta che collega le notti folli dei Black Sabbath nelle ville americane alla costruzione del mito del rock duro. Non si tratta di nostalgia né di romanticizzazione dell’autodistruzione — i costi umani di quella stagione furono altissimi, pagati in salute, relazioni, anni di vita. Si tratta piuttosto di capire come una band nata nella classe operaia inglese sia riuscita a costruire un’identità così potente e duratura da attraversare cinquant’anni di musica popolare senza perdere un grammo della sua rilevanza.
I Black Sabbath si sciolsero e si riformarono più volte, attraversarono liti furibonde e riconciliazioni improbabili, sopravvissero alla sostituzione di Ozzy con Ronnie James Dio e poi al suo ritorno, fino al definitivo commiato del 2017 con il tour The End. Ma la mitologia — quella vera, quella che sopravvive ai fatti e li trascende — fu costruita proprio in quegli anni caotici, in quelle ville hollywoodiane, in quelle notti in cui la distanza tra il genio e la follia era misurata in grammi.
La vera eredità dei Black Sabbath non sta solo nei riff di Iron Man o nell’accordo di tritono di Black Sabbath, quella combinazione di note che la Chiesa medievale chiamava diabolus in musica. Sta anche in tutto quello che succedeva fuori dalla musica, nel rumore di fondo di una vita vissuta senza freni che, stranamente, ha contribuito a rendere la loro musica ancora più autentica. Il rock, alla fine, è sempre stato anche questo: non solo suono, ma storia. Non solo arte, ma vita — caotica, eccessiva, irripetibile.

Appassionata di musica, racconto storie, emozioni e tendenze che vibrano nel mondo sonoro di oggi. Attraverso interviste, recensioni e approfondimenti, esploro generi diversi, dal mainstream alle scene indipendenti, con uno sguardo attento ai talenti emergenti e alle icone della musica internazionale. Amo immergermi nelle note e nei testi per offrirne una lettura originale e coinvolgente, capace di raccontare non solo i brani, ma anche le storie dietro gli artisti e le influenze che plasmano le loro opere. Con uno stile fresco e appassionato, cerco di trasmettere al pubblico l’energia e la magia della musica, strumento di cultura, emozione e condivisione universale.



































