Per anni i biografi degli AC/DC hanno cercato un uomo che sembrava non esistere. Si chiamava Alistair Kinnear, e secondo i racconti ufficiali era stato l’ultima persona ad aver visto Bon Scott in vita, l’uomo nella cui Renault 5 il cantante venne trovato senza vita in un mattino gelido di febbraio. Eppure nessuno, nemmeno gli amici più stretti della rockstar, ricordava di averlo mai incontrato prima o dopo quella notte. Per un quarto di secolo Kinnear è rimasto una specie di ombra ai margini della leggenda, un nome che qualcuno sospettava fosse addirittura inventato per proteggere qualcun altro. La verità, quando è emersa, si è rivelata più semplice e insieme più struggente di ogni teoria del complotto: l’uomo era vivissimo, suonava ancora la chitarra nei bar della Costa del Sol, e per due decenni non aveva mai smesso di portarsi dietro il peso di quella sera.

Il concerto al Music Machine e le ultime ore di Bon Scott

La sera del 18 febbraio 1980 Bon Scott era a casa sua, ad Ashley Court, nel quartiere londinese di Westminster. Aveva telefonato a Silver Smith, una compagna intermittente con cui il rapporto era fatto più di abitudine che di programmi, per chiederle di accompagnarlo a un concerto. Silver rifiutò, ma gli passò il numero di un amico con cui divideva casa in quel periodo: Alistair Kinnear, musicista anche lui, abituato a muoversi negli stessi ambienti della scena rock londinese. I due finirono al Music Machine di Camden Town, il locale che oggi conosciamo come Koko, uno dei palcoscenici storici della città capaci di ospitare in pochi anni nomi che avrebbero riscritto la storia del rock. Bevvero molto, forse più del solito, in una serata che nei racconti successivi di Kinnear viene descritta senza mezzi termini: whisky doppi, uno dopo l’altro, fino a quando Scott perse quasi completamente lucidità.

Sulla via del ritorno il cantante crollò. Kinnear tentò prima di riportarlo a casa sua, poi provò a suonare il campanello della fidanzata occasionale di Bon senza ottenere risposta, infine chiamò Silver Smith per un consiglio. La replica fu tranquillizzante: Bon crollava spesso dopo aver bevuto, la cosa migliore era lasciarlo dormire. Fu così che Kinnear lo adagiò sul sedile reclinato della sua utilitaria, lo coprì con una coperta, lasciò un biglietto con il proprio indirizzo nel caso si fosse svegliato disorientato, e salì a dormire nel suo appartamento di Overhill Road, a East Dulwich.

Il ritrovamento e la corsa disperata verso l’ospedale

Quando Kinnear si svegliò, nel tardo pomeriggio del 19 febbraio, scese in strada e trovò Bon Scott ancora immobile nella stessa posizione in cui lo aveva lasciato. Il corpo si era contorto attorno alla leva del cambio, in uno spazio troppo angusto per un uomo della sua stazza. Kinnear lo caricò e si precipitò al King’s College Hospital di Camberwell, ma per il cantante non c’era più nulla da fare. Il referto ufficiale parlò di intossicazione acuta da alcol e classificò la morte come misadventure, disgrazia accidentale: Bon Scott, secondo la ricostruzione medica, aveva inalato il proprio vomito mentre giaceva privo di sensi, incapace di reagire al riflesso naturale del corpo. Aveva trentatré anni.

La notizia si diffuse in poche ore in tutto il mondo del rock. Gli AC/DC, che appena tre giorni prima erano in studio con Bon a lavorare su brani destinati a diventare parte della storia della band, si trovarono di fronte a una scelta che sembrava impossibile: sciogliersi o continuare. Scelsero di continuare, e nell’aprile dello stesso anno annunciarono Brian Johnson come nuovo cantante. L’album che ne nacque, Back in Black, sarebbe diventato uno dei dischi più venduti nella storia della musica, un tributo indiretto e monumentale a chi non c’era più.

Chi era davvero Alistair Kinnear, l’uomo scambiato per un fantasma

Il paradosso della vicenda è che proprio l’uomo che aveva vissuto quelle ultime ore accanto a Bon Scott, e che si era precipitato a cercare aiuto quando ormai era troppo tardi, sparì quasi subito dalla scena pubblica. Non rilasciò interviste, non partecipò alle ricostruzioni giornalistiche degli anni successivi, e il suo appartamento venne svuotato da sconosciuti poco dopo i fatti. Il biografo Clinton Walker, autore di una delle ricostruzioni più autorevoli sulla vita del cantante, arrivò a scrivere che nessuno gli aveva mai parlato prima o dopo la morte di Bon, e che Kinnear sembrava non esistere affatto. L’ipotesi più diffusa tra i fan era che si trattasse di uno pseudonimo scelto per coprire l’identità di qualcuno di più noto, forse legato agli ambienti della droga che circondavano parte della scena musicale londinese di fine anni Settanta.

La realtà era molto più prosaica. Kinnear si era semplicemente trasferito sulla Costa del Sol, in Spagna, dove aveva continuato a vivere e a lavorare come musicista per oltre vent’anni, restando in contatto con vecchi amici inglesi ma lontano dai riflettori del mondo del rock. Fu rintracciato solo nel 2005, in occasione del venticinquesimo anniversario della morte di Scott, da una giornalista che riuscì a raccogliere la sua testimonianza per la rivista Classic Rock. In quell’occasione Kinnear smentì punto per punto le teorie che lo dipingevano come un’invenzione, spiegando semplicemente di non essersi mai nascosto e di aver continuato a vivere la propria vita lontano dai clamori, segnato però per sempre da quella notte.

Le teorie alternative e l’ipotesi di Ozzy Osbourne

Un dettaglio raccontato da Kinnear ha continuato ad alimentare dubbi tra gli appassionati: sostenne infatti di non aver mai notato tracce di vomito nell’abitacolo della sua auto, un elemento che contrasta con la versione medica ufficiale della morte per aspirazione. Da qui sono nate letture alternative, tra cui quella più discussa e citata nel corso degli anni: Ozzy Osbourne, ex leader dei Black Sabbath e amico di lunga data del cantante degli AC/DC, ha più volte sostenuto pubblicamente che Bon Scott fosse morto assiderato, addormentato in auto in una notte particolarmente fredda, e che l’alcol lo avesse semplicemente reso incapace di percepire il freddo.

Ricerche successive condotte sugli archivi meteorologici britannici hanno però ridimensionato questa ipotesi, mostrando che le temperature di quella notte non furono eccezionalmente rigide per il periodo. La versione ufficiale, sostenuta anche dal referto del coroner e confermata dalle successive ricostruzioni biografiche più accurate, resta quella dell’intossicazione alcolica con conseguente aspirazione. Resta però il fascino, tipico delle grandi leggende del rock, di un mistero che nessuna sentenza ufficiale è mai riuscita del tutto a chiudere.

L’eredità di una notte che cambiò la storia del rock

La morte di Bon Scott non fu soltanto la fine di un uomo, ma la chiusura di un capitolo irripetibile nella storia del hard rock. La sua voce graffiante, il suo modo scanzonato e insieme feroce di stare sul palco, avevano definito l’identità degli AC/DC negli anni di Highway to Hell, l’album che li aveva proiettati definitivamente nell’olimpo del rock mondiale. Quella notte di febbraio, in un’anonima strada della periferia sud di Londra, si consumò invece una tragedia fatta di piccoli gesti quotidiani: un concerto tra amici, qualche bicchiere di troppo, la decisione di lasciar dormire chi sembrava soltanto ubriaco.

Alistair Kinnear portò con sé quel peso per il resto della vita. Scomparve nuovamente, questa volta per sempre, nel luglio del 2006, quando la barca a vela su cui stava navigando dalla Francia verso la Spagna non arrivò mai a destinazione. Il suo racconto, raccolto poco prima, resta ancora oggi l’unica testimonianza diretta di quelle ultime ore, un frammento di verità strappato a decenni di leggende costruite attorno a uno degli addii più dolorosi nella storia della musica rock.